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Barista Sottomessa 25–Il Bancone come Altare


di MarquisDeLaPhoenix
01.08.2026    |    1.182    |    2 9.5
"Sara venne sul bancone, il corpo che si contraeva contro le cinghie, un gemito soffocato che le sfuggì..."
ara chiuse il locale alle undici e mezza. Il silenzio del bar vuoto le pesava sulle spalle come una seconda pelle. Aveva i capelli mori corti e spettinati, la maglietta nera attillata che le segnava i seni sodi e i jeans neri strettissimi che le fasciavano il culo alto e rotondo. Sotto non portava nulla, come da ordine. Il marchio della Fenice sulla natica destra pulsava ancora leggermente a ogni passo.
La porta sul retro si aprì. Lui entrò senza dire una parola, alto, spalle larghe, sguardo freddo e possessivo. In mano aveva una borsa nera pesante. Chiuse a chiave e girò il cartello.
«Stasera non andiamo in bagno. Stasera usiamo il bancone.»
Sara deglutì. Il cuore le batteva già forte. Si avvicinò al bancone di legno scuro, quello dove ogni giorno serviva caffè e sorrisi.
«Spogliati. Tutto. Poi sali sopra, a pancia in giù, culo verso di me.»
Obbedì. Si tolse maglietta e jeans, rimanendo nuda sotto le luci soffuse del locale. Si arrampicò sul bancone, si distese a faccia in giù, le gambe divaricate, il culo sollevato e offerto. Il legno era freddo contro i seni e il ventre.
Lui aprì la borsa. Ne uscì un set di cinghie di cuoio nero, un grosso plug di silicone nero con base a forma di tazza da caffè, un tubo sottile collegato a una sacca, e un piccolo dispositivo metallico a forma di anello.
«Stasera diventi il mio altare di servizio. Ti legherò al bancone. Ti riempirò. E mentre io lavoro al portatile, tu resterai aperta e disponibile. Ogni volta che avrò bisogno, userò uno dei tuoi buchi. Senza preavviso. Senza pietà.»
Sara sentì la figa bagnarsi all’istante. «Sì, Padrone… usami.»
Le legò i polsi agli anelli che aveva fissato sotto il bancone, poi le caviglie, allargandole completamente. Una cinghia le passò sulla schiena, bloccandola. Non poteva più muoversi. Solo respirare e aspettare.
Lui lubrificò il plug a forma di tazza e lo spinse nel suo culo con decisione. Era grosso, pesante. Quando la base a forma di tazza si sistemò tra le natiche, Sara gemette. Poi inserì nella figa un vibratore lungo e ricurvo, fissandolo con un’altra cinghia. Infine le mise l’anello metallico intorno alla base del clitoride, stretto, che la teneva esposta e sensibile.
«Ora sei pronta a servire.»
Accese il portatile e si sedette su uno sgabello davanti a lei, come se fosse un cliente qualunque. Iniziò a digitare. Ogni tanto, senza neanche alzarla gli occhi, premeva un pulsante sul telefono.
Il plug nel culo cominciò a vibrare. Piano. Poi più forte. Il vibratore nella figa si unì. Sara strinse i denti, le dita dei piedi che si arricciavano. Non poteva muoversi. Poteva solo prendere.
Passarono venti minuti. Lui lavorava in silenzio. Lei tremava sul bancone, il legno umido sotto di sé per via dei suoi stessi liquidi che colavano.
Poi lui si alzò, le aprì la bocca con due dita e le infilò il cazzo già duro fino in gola. La scopò la faccia con calma, usando la sua bocca come un semplice contenitore, mentre continuava a guardare lo schermo del portatile con una mano. Quando venne, le scaricò tutto in gola senza dire una parola. Sara deglutì, tossendo leggermente, il sapore denso che le scendeva nello stomaco.
Tornò a sedersi. Riprese a lavorare. Dieci minuti dopo premette di nuovo il telefono. Le vibrazioni salirono al massimo. Sara venne sul bancone, il corpo che si contraeva contro le cinghie, un gemito soffocato che le sfuggì. Il liquido le colò lungo le cosce e sul legno.
Lui non commentò. Continuò a digitare.
Un’ora dopo la sacca venne collegata al tubo. Lui inserì la cannula nel culo accanto al plug e aprì il flusso. Liquido tiepido, leggermente salato, cominciò a riempirla. Sara sentì il ventre gonfiarsi lentamente, la pressione aumentare. Due litri. La pancia divenne tonda e tesa contro il bancone.
«Tienilo» ordinò solo.
Sara trattenne. Ogni respiro faceva muovere il liquido dentro di lei. Ogni vibrazione la faceva quasi perdere il controllo. Lui lavorava. Ogni tanto si alzava, le apriva la bocca e usava la sua gola. Ogni tanto le spingeva il cazzo nel culo accanto al plug, fotteva per qualche minuto e le lasciava dentro un’altra scarica di sperma, mescolandolo al liquido.
Verso le tre di notte Sara era un disastro. Il bancone era bagnato. Il suo culo era rosso e dilatato. La pancia era pesante. La faccia coperta di saliva e tracce di sperma. Gli occhi lucidi, completamente persi nella sottomissione.
Lui chiuse il portatile. Si avvicinò, le tolse il vibratore dalla figa e le entrò con una spinta secca. La scopò con forza, tenendola ferma per i fianchi mentre il liquido e lo sperma si agitavano dentro di lei a ogni colpo. Sara venne di nuovo, urlando contro il legno.
Quando finì, le scaricò ancora una volta nel culo, poi rimise il plug a forma di tazza, sigillando tutto.
Le sciolse le cinghie. Sara scivolò giù dal bancone con le gambe molli, crollando in ginocchio.
Lui le accarezzò i capelli spettinati.
«Hai servito bene stasera. Domani il bancone sarà di nuovo il tuo posto. Ma stavolta resterai legata per tutto il turno di apertura. I clienti non sapranno niente… o forse sì. Dipende da quanto brava sarai a non gemere.»
Sara alzò lo sguardo, il viso distrutto ma gli occhi pieni di una fame oscena.
«Sì, Padrone… legami. Usami. Sono la tua barista. Il tuo altare. La tua puttana. Voglio di più.»
Lui sorrise, freddo e soddisfatto.
«Lo avrai.»
E mentre Sara, ancora nuda e piena, iniziava a pulire il bancone bagnato con la lingua come le aveva ordinato, sapeva che la notte successiva sarebbe stata ancora più profonda, ancora più totale.
La sua sottomissione non aveva più fondo.
E lei non voleva più risalire.
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