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Barista Sottomessa 27–I Capezzoli Incatenati


di MarquisDeLaPhoenix
05.08.2026    |    654    |    0 9.6
"Il dolore ai capezzoli e la vibrazione profonda nel culo si mescolarono in un’unica tortura dolce e crudele..."
Sara aveva ventiquattro anni, il caschetto moro corto e spettinato alla Dua Lipa, il corpo atletico da runner con gambe lunghe, vita stretta e quel culo alto e rotondo che il Padrone aveva già marchiato, riempito e usato in ogni modo. Quella mattina, però, non era il bar a ospitarla per primo.
Il Padrone la portò in un centro piercing discreto, fuori città. Lei indossava solo una camicetta leggera e i jeans neri stretti, senza reggiseno. Dentro la cabina sterile, su suo ordine, si tolse la camicetta. I seni sodi e turgidi erano già tesi.
«Stasera li userò,» disse lui con voce bassa. «Voglio poter appendere. Voglio poterti tirare.»
Il piercer, professionale e silenzioso, sterilizzò tutto. Due sottili aste di acciaio chirurgico, lunghe quasi come stuzzicadenti robusti, con piccole sfere alle estremità. Le infilò nei capezzoli di Sara uno dopo l’altro. Il dolore fu netto, bruciante, un fuoco che le attraversò il petto. Sara strinse i denti, le lacrime le salivano, ma non si mosse. Quando le aste furono in posizione, i capezzoli erano trafitti, rigidi, sensibili oltre ogni misura. Anche un soffio d’aria li faceva bruciare.
Il Padrone le diede un leggero strattone sulle sfere. Sara gemette.
«Perfetto. Ora tieni.»
Tornarono al bar. Nel bagno del personale, prima dell’apertura, lui le infilò il plug anale più grosso che aveva portato: nero, spesso, con base larga. Nessuna mutandina. Solo i jeans neri ultra-aderenti che le fasciavano il culo e premevano sul plug a ogni passo. Poi le mise al collo un collarino sottile, di pelle nera lucida, che a prima vista poteva sembrare una collanina elegante. Da esso partivano due lacci sottili ma resistenti, uno per lato. Li collegò alle aste di acciaio nei capezzoli, regolando la lunghezza con precisione crudele.
«Se alzi il mento, se giri troppo la testa, se ti allunghi… tirano. Se tieni la schiena dritta come una brava barista, tirano comunque un po’. Voglio vederti servire così.»
Sara annuì, già sudata. I capezzoli bruciavano. Ogni minimo movimento del collo faceva tendere i lacci e tirare le aste verso l’alto o di lato, stirando la carne trafitta. Il dolore era vivo, costante, e le faceva bagnare le cosce nude dentro i jeans.
Il locale aprì. Sara serviva con il solito sorriso un po’ ribelle, ma ogni passo le ricordava il plug che la teneva aperta e i lacci che tiravano i capezzoli. Quando chinava la testa per prendere un ordine, i lacci si allentavano un attimo… e quando la rialzava, lo strappo era netto. Un cliente abituale le chiese un cappuccino. Sara dovette girarsi verso la macchina, alzare leggermente il mento per guardare lo schermo, e i lacci tirarono entrambi i capezzoli contemporaneamente. Un gemito le sfuggì tra i denti. Le guance si infiammarono.
Il Padrone era seduto al tavolino in fondo, whisky davanti, e la osservava. Ogni tanto le mandava un messaggio secco:
«Alza di più la testa quando parli ai clienti.»
Lei obbediva. Ogni volta i lacci strappavano. I capezzoli erano diventati rossi, gonfi, estremamente sensibili. Il tessuto della camicetta nera attillata li segnava chiaramente; chi guardava con attenzione poteva notare le piccole sporgenze metalliche e i lacci sottili che scendevano dal collarino.
A metà mattina, mentre portava un vassoio, un cliente le chiese qualcosa da dietro. Sara girò la testa di scatto. I lacci tirarono con violenza. Il dolore le fece piegare le ginocchia per un istante. La figa le pulsava, fradicia, e il plug premeva. Dovette stringere i denti e sorridere.
«Tutto bene, Sara? Sembri un po’ tesa oggi.»
«S-sì… solo… un po’ di mal di schiena,» rispose, la voce rauca, mentre un altro strappo le faceva brillare gli occhi di lacrime e di eccitazione.
Il Padrone alzò leggermente le vibrazioni del plug remoto. Sara si aggrappò al bancone. Il dolore ai capezzoli e la vibrazione profonda nel culo si mescolarono in un’unica tortura dolce e crudele. Venne in piedi, silenziosa, stringendo le cosce, mentre serviva un caffè con le mani che tremavano. Una piccola macchia umida apparve all’interno dei jeans.
Verso pranzo lui la chiamò al tavolo.
«Avvicinati. Alza il mento.»
Sara obbedì. I lacci tirarono forte. Lui allungò una mano e diede un leggero strattone aggiuntivo a uno dei lacci, facendo gemere Sara a mezza voce.
«Brava puttanella. Continua così fino a chiusura. Ogni volta che un cliente ti parla, alza la testa. Voglio che i tuoi capezzoli brucino per tutto il turno. E non osare toccarti.»
Sara, con il plug che la riempiva, i jeans aderenti senza mutandine, il collarino al collo e le aste d’acciaio che le martoriavano i seni a ogni movimento, annuì.
«Sì, Padrone… sono tua. Usami così.»
E mentre tornava dietro al bancone, ogni passo, ogni sguardo alzato, ogni sorriso forzato le ricordava esattamente a chi appartenevano quei capezzoli, quel culo e tutto il resto. Il dolore era costante. L’eccitazione pure. E lei non avrebbe voluto altro.
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