Barista Sottomessa 28 – La Schiava al Mare
Il messaggio era arrivato la sera prima, secco e senza possibilità di replica:
«Domani parti. Collarino da schiava, braccialetto alla caviglia, plug anale sotto il tanga, reggiseno a coppe minime con le asticelle di metallo sui capezzoli. Il marchio della fenice sulla chiappa sinistra deve essere sempre visibile. Ti esibirai per me. Ogni passo, ogni movimento. Capito?»
Sara aveva risposto solo: «Sì, Padrone.»
Il giorno dopo, sulla spiaggia privata di un piccolo lido sulla costa toscana, Sara scese dall’ombrellone. Il sole era alto. Il collarino di cuoio nero le stringeva il collo: una striscia sottile ma pesante, con un anello di metallo davanti e la scritta “PROPERTY” incisa. Alla caviglia destra portava il braccialetto da schiava abbinato, una catenina di acciaio con un lucchetto piccolo e un ciondolo a forma di cuore spezzato.
Il costume era uno striminzito. Il reggiseno a triangoli minuscoli, di tessuto nero lucido, appena sufficienti a coprire i seni sodi e turgidi. Sotto ogni coppa, due sottili asticelle di metallo freddo premevano direttamente sui capezzoli, tenendoli costantemente eretti e sensibili. Ogni passo, ogni respiro, faceva sfregare il metallo contro la carne. I seni sembravano quasi uscire, e quando camminava i capezzoli segnati dalle asticelle spingevano contro il tessuto in modo osceno.
Sotto, un tanga nero ridotto all’osso. Il filo sottile scompariva tra le natiche. Il plug anale che il Padrone le aveva fatto infilare quella mattina — medio-grande, di silicone nero con base a forma di gioiello scuro — spingeva leggermente all’esterno, creando un piccolo rigonfiamento sotto il tessuto. Quando Sara camminava, il plug si muoveva dentro di lei e la base faceva ondulare il tanga in modo inequivocabile.
Sulla chiappa sinistra, ben visibile, c’era il marchio della fenice. Non un tatuaggio, ma il segno ancora leggermente arrossato e in rilievo che il Padrone le aveva impresso giorni prima con il ferro caldo: una fenice dalle ali spiegate, elegante e crudele. Il tanga lasciava scoperta quasi tutta la natica, e il marchio era esposto al sole e agli sguardi.
Sara camminò verso l’acqua. Ogni passo era una tortura deliziosa. Il plug premeva, le asticelle di metallo pizzicavano i capezzoli, il collarino le ricordava a chi apparteneva. Il braccialetto alla caviglia tintinnava leggermente.
Alcuni bagnanti la guardarono. Una donna si voltò due volte. Un uomo più anziano la fissò più a lungo del dovuto, lo sguardo che scendeva dal collarino ai seni segnati, poi al tanga e al marchio della fenice sulla chiappa.
Sara arrossì fino alle orecchie, ma non abbassò lo sguardo. Il Padrone le aveva ordinato di esibirsi.
Si fermò a pochi metri dall’acqua, di schiena al sole, e piegò leggermente le ginocchia per raccogliere qualcosa dalla sabbia. Il tanga si tese. La base del plug divenne ancora più evidente. La chiappa con la fenice si offrì completamente alla vista. Le asticelle di metallo sui capezzoli brillarono al sole mentre i seni si muovevano.
Il telefono vibrò nella borsa lasciata sotto l’ombrellone. Messaggio:
«Cammina. Lentamente. Fai vedere tutto. Voglio che chiunque passi capisca cosa sei.»
Sara obbedì. Camminò lungo la battigia, passo dopo passo, il corpo atletico da runner messo in mostra in modo spudorato. Il collarino nero sul collo chiaro, il braccialetto che scintillava alla caviglia, i seni quasi nudi con i capezzoli trattenuti dal metallo, il tanga che non nascondeva quasi nulla e il plug che la teneva aperta e piena.
Si chinò di nuovo, questa volta di proposito, schiena inarcata, culo alto. Il marchio della fenice era perfettamente leggibile. Qualcuno, più in là, sussurrò qualcosa a un amico.
Sara sentì la figa bagnarsi sotto il tanga. Il plug premeva contro il punto più sensibile. Le asticelle di metallo erano diventate calde dal sole e dal suo stesso corpo, e ogni movimento le faceva gemere piano tra i denti.
Un altro messaggio:
«Vai in acqua fino alla vita. Poi torna. E mentre torni, toccati il collarino e sorridi di come una brava schiava.»
Sara entrò in acqua. L’acqua fredda le fece contrarre il culo intorno al plug. Quando uscì, il tessuto nero era completamente aderente e trasparente. I seni erano ancora più evidenti, i capezzoli duri e segnati dalle asticelle. Il tanga era diventato un filo bagnato che non nascondeva più nulla. Il marchio della fenice brillava sulla pelle umida.
Camminò di nuovo verso l’ombrellone, una mano che sfiorava il collarino, le labbra piegate in un sorriso sottomesso e un po’ rovinato dalla vergogna.
Sapeva di essere osservata. Sapeva di essere esposta. E sapeva che il Padrone, da qualche parte, stava godendo di ogni secondo.
Quando si distese sul lettino, a pancia sotto, con il culo leggermente sollevato e la chiappa marchiata completamente all’aria, ricevette l’ultimo messaggio della mattina:
«Brava puttanella. Stasera, quando torni in camera, ti userò mentre mi racconti quanti sguardi hai ricevuto. E il plug resta dentro fino a quando non te lo dico io.»
Sara chiuse gli occhi, il sole sulla schiena, il plug che la riempiva, le asticelle che le tormentavano i capezzoli e il collarino che le stringeva il collo.
Era in vacanza.
Era una schiava.
E non avrebbe voluto essere altrove.
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