Barista Sottomessa – Lo Scopettone sulla Figa
Il locale era già chiuso. L’ultimo cliente era uscito da quasi mezz’ora e lei aveva finito di ripulire i tavoli. Restava solo il pavimento del bancone e della zona servizio. Sul tavolo del personale, come da istruzioni ricevute poche ore prima, c’era lo scopettone industriale che usava di solito per lavare le mattonelle: manico lungo, setole dure e fitte, di quelle sintetiche gialle che grattavano via anche lo sporco più ostinato. La parte inferiore era particolarmente aggressiva, con le punte irte e un po’ consumate dal tempo.
Il telefono vibrò.
**«Spogliati dalla vita in giù. Metti lo scopettone a terra. Inginocchiati. Usa solo la parte pungente sulla figa. Sfrega forte. Finché non fa davvero male. Filmati. Mandami tutto.»**
Sara deglutì. Le mani le tremavano leggermente mentre si sbottonava i jeans neri e li faceva scivolare lungo le cosce toniche insieme alle mutandine già umide. Rimase nuda dalla vita in giù, la maglietta nera attillata ancora indosso, i capelli mori corti spettinati sulla fronte. Si inginocchiò sul pavimento freddo, posizionò lo scopettone davanti a sé con le setole rivolte verso l’alto e, dopo un ultimo respiro tremante, si abbassò.
La prima pressione fu secca.
Le setole dure le conficcarono centinaia di piccole punte contro le labbra già sensibili. Sara strinse i denti e iniziò a muovere i fianchi avanti e indietro, facendole scorrere sulla figa. Il dolore era immediato, pungente, come centinaia di aghi sottili che graffiavano e penetravano appena la pelle delicata. Ogni passaggio lasciava una scia di calore bruciante.
«Più forte», si ripetè mentalmente, ricordando l’ordine.
Aumentò la pressione. Si sedette quasi sullo scopettone, facendo scorrere le setole con movimenti ampi e decisi dalla parte alta del monte di Venere fino quasi all’ingresso. Le punte si conficcavano, graffiavano, alcune entravano leggermente tra le labbra. La figa iniziò a arrossarsi subito. Piccole linee rosse comparvero sulla pelle delicata. Sara gemette a denti stretti, ma non si fermò.
Sfregò più forte.
Il dolore divenne vivo, tagliente. Le setole più dure le punsero ripetutamente il clitoride. Ogni passaggio le strappava un suono soffocato. La figa pulsava, si gonfiava, si bagnava lo stesso, mescolando umidità e bruciore. Continuò, accelerando i movimenti dei fianchi, premendo con tutto il peso del corpo atletico. Le setole scricchiolavano contro la carne, lasciando la pelle sempre più arrossata e sensibile.
Dopo diversi minuti intensi, Sara era sudata. Le cosce le tremano. La figa bruciava come se fosse stata grattata con carta vetrata fine. Continuò comunque, come le era stato ordinato. Si piegò in avanti, aprì di più le labbra con le dita e premette le setole direttamente contro l’interno, sfregando con forza breve e insistente. Il dolore le strappò un gemito alto. Lacrime le punsero gli occhi. Continuò ancora, avanti e indietro, su e giù, finché il bruciore non divenne quasi insopportabile e la pelle non fu tutta rosso vivo, cosparsa di piccoli punti infiammati.
Solo allora si fermò, ansimante, con le cosce aperte e la figa che pulsava di dolore e di un’eccitazione sporca, umiliante.
Prese il telefono con mani che ancora tremano e registrò un breve video: inquadratura bassa sulla figa arrossata e gonfia, le setole dello scopettone ancora appoggiate contro di essa, i residui di umidità che luccicavano tra le punte.
Lo inviò.
Pochi secondi dopo arrivò la risposta:
**«Brava. Domani lo rifarai prima del turno, e terrò lo scopettone dietro al bancone. Se ti dirò di usarlo mentre c’è gente, lo farai. Capito?»**
Sara, ancora inginocchiata, con la figa che bruciava in modo delizioso e crudele, rispose solo:
«Sì, Padrone.»
E mentre si alzava lentamente, sentendo ogni movimento come una nuova scossa di dolore tra le gambe, sapeva già che il giorno dopo avrebbe contato le ore.
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