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Barista Sottomessa – Il Plug di Zenzero


di MarquisDeLaPhoenix
05.11.2026    |    56    |    0 8.0
"Sperma caldo a getti lunghi, che riempiva il retto ancora bruciato e allo stesso tempo lo calmava, diluendo il fuoco dello zenzero con qualcosa di denso e possente..."
Sara sapeva che quella sera il Padrone avrebbe alzato il livello.

Il locale era chiuso da un’ora. Lei aveva finito di chiudere, ma non era andata a casa. Come da messaggio ricevuto nel pomeriggio, era rimasta ad aspettarlo nel bagno del personale, già nuda dalla vita in giù, jeans e mutandine piegati con cura sul bordo del lavandino. I capelli mori corti spettinati, la maglietta nera ancora addosso, il marchio sulla coscia interna leggermente rosato.

Lui entrò senza bussare. Nella mano teneva un pezzo di radice di zenzero fresco, già sbucciato e modellato con cura a forma di plug: corpo cilindrico liscio, punta leggermente arrotondata, base larga e piatta che non avrebbe potuto scivolare dentro. L’aveva lasciato immerso in acqua fredda per qualche minuto, come si fa quando si vuole che i succhi brucianti si liberino meglio.

«Inginocchiati. Culo in alto. Mani sul pavimento.»

Sara obbedì subito. Si piegò in avanti, schiena inarcata, natiche tese e divaricate. Sentì le dita di lui separarle le chiappe con gesto secco, poi la punta fredda e umida dello zenzero premere contro l’anello ancora un po’ sensibile dalle prove precedenti.

«Respira.»

Entrò lentamente. Il silicone liscio delle altre volte non c’era. La radice era più ruvida, più viva. Sara sentì ogni millimetro scivolare dentro, allargandola. Quando la base larga si fermò contro la pelle, un piccolo gemito le sfuggì.

Per i primi secondi non ci fu quasi niente. Solo la sensazione di essere piena, violata da qualcosa di organico e freddo.

Poi cominciò.

Un calore sottile, quasi innocente, si diffuse dalla mucosa. Cresceva secondo dopo secondo, come se centinaia di piccole lingue di fuoco si fossero accese contemporaneamente. Sara strinse i denti. Il bruciore non era tagliente come le setole dello scopettone, né puntiforme come la rotella. Era denso, lento, invadente. Si espandeva in cerchi sempre più ampi, salendo lungo il retto, scendendo verso il perineo, facendo pulsare il clitoride per simpatia.

«Non stringere. Lascia che bruci.»

Sara cercò di rilassarsi, ma ogni contrazione involontaria delle pareti rendeva il fuoco più intenso. Le cosce iniziarono a tremare. Il culo si contraeva da solo intorno alla radice, e ogni contrazione spremeva altri succhi contro la carne già in fiamme. Lacrime le punsero gli occhi. Ansimava a bocca aperta, la fronte premuta contro le braccia.

Il bruciore divenne vivo, crudele, delizioso. Sentiva la figa bagnarsi copiosamente nonostante il dolore, le labbra gonfie e umide che sgocciolavano sul pavimento. Ogni respiro faceva muovere leggermente il plug, e ogni movimento era una nuova ondata di fuoco.

«Ti prego…» riuscì a sussurrare dopo diversi minuti eterno.

Lui le accarezzò la schiena nuda con una tenerezza quasi crudele.

«Ancora un po’. Voglio vederti piangere per davvero.»

Sara piangeva già. Non di dolore solo, ma di quella miscela sporca di umiliazione, bruciore e eccitazione che solo il Padrone sapeva strapparle. Le gambe le tremavano così forte che rischiava di crollare. Il culo era un inferno caldo, pulsante, che sembrava non dover mai finire.

Solo quando i gemiti diventarono quasi singhiozzi continui, lui estrasse lo zenzero con un gesto lento. L’aria fredda sul buco arrossato e dilatato fu un sollievo momentaneo, ma il fuoco restò, vivo e insistente, come se la radice fosse ancora lì.

«Adesso il sollievo.»

Lo sentì spogliarsi dietro di lei. Il cazzo già duro le sfiorò la fessura bagnata, poi scivolò più in basso, contro l’anello infiammato. Sara gemette alto quando la testa entrò. Il contrasto fu quasi troppo: il calore denso del suo corpo contro la mucosa bruciata, la pressione che apriva e allo stesso tempo spegneva in parte il fuoco.

Lui entrò tutto d’un colpo, fino in fondo.

Sara urlò, un suono rotto di dolore e sollievo. Iniziò a scoparla con colpi lunghi e profondi, tenendola ferma per i fianchi. Ogni spinta massaggiava le pareti ancora in fiamme, trasformando il bruciore in qualcosa di più caldo, più osceno, più necessario. La figa contraeva a vuoto, gocciolando sul pavimento. Il culo si stringeva intorno al cazzo come se volesse tenerlo dentro per sempre.

«Prendi tutto, puttanella. È l’unico modo per spegnere il fuoco.»

Lui accelerò. I fianchi battevano contro le sue natiche con schiocchi umidi. Sara veniva già, un orgasmo lungo e disordinato che le faceva stringere il culo a ogni spinta. Continuò a fotterla attraverso le contrazioni, più forte, più profondo, finché non sentì il cazzo pulsare.

Con un grugnito basso le scaricò tutto dentro. Sperma caldo a getti lunghi, che riempiva il retto ancora bruciato e allo stesso tempo lo calmava, diluendo il fuoco dello zenzero con qualcosa di denso e possente. Sara sentì ogni scarica, ogni onda calda che la invadeva, e venne di nuovo, più debole ma più profonda, le lacrime che le scendevano sulle guance mentre ansimava il nome che non osava ancora pronunciare ad alta voce.

Quando uscì, un filo di sperma le colò lungo la coscia interna. Sara restò piegata, culo aperto e rosso, ancora pulsante di residuo bruciore e di piacere.

Lui le diede un leggero schiaffo sulla natica e le sussurrò all’orecchio:

«Brava. Domani lo rifaremo. Solo che stavolta terrò lo zenzero dentro mentre ti scopo. Capito?»

Sara, ancora tremante, con il culo pieno e il corpo che bruciava in un modo nuovo e meraviglioso, riuscì solo a rispondere:

«Sì, Padrone.»

E mentre si alzava lentamente, sentendo lo sperma scivolare fuori e il bruciore residuo che le ricordava ogni secondo di quella prova, sapeva già che avrebbe contato le ore fino al giorno dopo.
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