Barista Sottomessa – Rotella e Cera
L’indirizzo era impresso nella memoria quanto il marchio che portava ancora sulla pelle interna della coscia sinistra: una piccola «P» stilizzata, bruciata settimane prima nella stessa casa, in quello stesso seminterrato buio e silenzioso.
Suonò il campanello.
La porta si aprì senza che nessuno apparisse. Entrò, chiuse dietro di sé e scese le scale.
Lui l’aspettava già, in piedi al centro della stanza, con la solita camicia scura e lo sguardo che non concedeva scampo.
«Spogliati.»
Sara obbedì in silenzio. Maglietta, jeans, mutandine, reggiseno: tutto cadde a terra. Rimasero solo i capelli mori corti e spettinati e il corpo nudo, atletico, già leggermente tremante. Il marchio sulla coscia era ancora leggermente rosato.
«Pancia a terra. Braccia lungo i fianchi.»
Si stese sul materasso basso coperto da un lenzuolo nero. Il volto premuto contro il tessuto, le natiche alte, le cosce leggermente divaricate. Sentì i suoi passi avvicinarsi, poi il freddo metallico della rotella dentellata che sfiorava la sua schiena.
Lui iniziò lentamente.
La rotella di Wartenberg, con i suoi aghi sottilissimi e affilati, corse lungo la colonna vertebrale, scendendo vertebra dopo vertebra. Ogni dente lasciava una scia di piccoli punti di fuoco bianco. Sara strinse i denti, ma non si mosse.
La rotella scese più in basso, tracciò linee parallele sui glutei, prima sul destro, poi sul sinistro, premendo abbastanza da lasciare file ordinate di piccoli punti rossi. Poi le cosce, dall’interno all’esterno, salendo e scendendo con metodo. Il dolore era secco, preciso, quasi elettrico. Ogni passaggio faceva contrarre i muscoli del culo e delle cosce.
«Respira. Non stringere.»
Sara cercò di rilassarsi, ma ogni nuovo tratto di pelle martoriata la faceva gemere a denti stretti. Quando la rotella tornò sui glutei, più forte, più lenta, le scappò un suono acuto. Lui non si fermò finché tutta la schiena, i glutei e le cosce non furono coperti di piccole linee rosse e brucianti.
Poi sentì lo scatto di un accendino.
L’odore della cera di soia calda riempì l’aria.
«Adesso il fuoco.»
La prima goccia cadde esattamente sulla scia lasciata dalla rotella, a metà schiena. Il calore fu improvviso, intenso, quasi doloroso, poi si solidificò in una piccola crosta calda. Sara sussultò.
Lui continuò senza fretta. Goccia dopo goccia, seguendo le linee degli aghi: sulla schiena, sui glutei, sulle cosce. Ogni goccia trovava i punti già sensibilizzati e li trasformava in un bruciore più profondo, più lento. Alcune gocce scivolavano tra le natiche, fermandosi vicino al buco ancora un po’ gonfio dalle prove precedenti. Sara ansimava, le unghie conficcate nel lenzuolo.
Quando la schiena e il sedere furono ricoperti di piccole isole di cera bianca, lui le ordinò:
«Girati.»
Sara si mise sulla schiena, le braccia ancora lungo i fianchi, il petto che saliva e scendeva rapidamente. I seni sodi, i capezzoli già duri per l’eccitazione e il freddo della stanza.
La rotella ricominciò.
Prima il sterno, poi le curve esterne dei seni, poi le aree più sensibili intorno ai capezzoli. Gli aghi graffiarono la pelle sottile, lasciando scie rosse. Quando la rotella passò direttamente sui capezzoli, Sara emise un gemito lungo e rotto, le spalle che si sollevarono dal materasso. Lui premette di più, facendo ruotare la rotella avanti e indietro sui punti più delicati finché i seni non furono coperti di piccole linee brucianti.
Poi la candela.
Le prime gocce caddero sul seno sinistro, proprio sopra il capezzolo già martoriato. Il contrasto tra il dolore puntiforme della rotella e il calore denso della cera fu quasi troppo. Sara piangeva senza lacrime, solo respiro corto e occhi lucidi. Lui continuò, versando con precisione, facendo scorrere la cera calda sui capezzoli, sulle curve inferiori, riempiendo i piccoli solchi lasciati dagli aghi. Ogni goccia faceva contrarre il ventre di Sara, faceva pulsare la figa già bagnata contro il lenzuolo.
Quando entrambi i seni furono coperti di cera bianca e pelle arrossata, lui si fermò. La guardò da sopra, soddisfatto.
«Brava.»
Raccolse un pezzo di cera solidificata da un capezzolo e lo strappò via con un gesto secco. Sara gemette forte. Lui ripeté l’operazione su altri punti, strappando la cera e lasciando la pelle ancora più sensibile.
Alla fine si chinò vicino al suo orecchio.
«Questa era solo la preparazione. Domani tornerai. E la prossima prova sarà più lunga.»
Sara, nuda, coperta di segni e di cera, con il corpo che bruciava in cento punti diversi, riuscì solo a sussurrare:
«Sì, Padrone.»
E mentre lui le accarezzava i capelli corti con una tenerezza quasi crudele, lei sapeva già che avrebbe contato le ore fino al giorno dopo.
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