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Io, cagna sul treno.


di Clelia_Rocco_coppia
30.10.2023    |    41.571    |    55 9.6
"Vorrei che ci fosse anche mio marito, perché potesse sentire sua moglie gemere e vederla impalata su questo meraviglioso membro, mentre il proprietario le lecca il collo e il viso, trattandola..."
Non so ancora perché l’ho fatto, ma so di avermela cercata. ​Ho appena concluso il mio turno di lavoro e mi trovo sul treno che mi riporta a casa. Il vagone è quasi deserto. Sul sedile di fronte siede un uomo sulla cinquantina; non è un tipo raffinato, anzi, ha un aspetto piuttosto rustico e un accenno di addome, ma emana una presenza possente, mascolina. Mi osservo riflessa nel vetro: mi vedo insulsa, con i lunghi capelli raccolti in una coda e un abito anonimo che mortifica le mie forme. So di essere attraente, eppure sembro averlo dimenticato.
​Mi domando: sto vivendo davvero o mi limito a sopravvivere? So che, alla fine, mi resteranno solo rimpianti o, peggio, rimorsi. All’improvviso prendo coscienza della mia realtà: sono la moglie impeccabile, la madre premurosa, una donna morigerata dedita solo a casa, lavoro e famiglia. Mi chiedo se sia possibile farsi travolgere dal desiderio di trasgredire. Mi sento sola. Vuota. In un vagone squallido.
​In fondo ho un buon impiego, un marito ideale e due figli deliziosi. Eppure, avverto dentro di me un “mostro” che da tempo mi artiglia; preme per uscire, ma non vuole abbandonarmi. Sono sola con uno sconosciuto. Lo fisso, i nostri sguardi si incrociano; o meglio, io lo cerco, mentre lui ha appena sbirciato il mio décolleté in modo fugace, quasi rispettoso. Sciolgo i capelli, sbottono ancora di più l’abito sul seno e so che sto per compiere una sonora scorrettezza. Il problema è che non voglio essere virtuosa. Non in questo momento. Voglio essere donna. Femmina, cagna, animalesca.
​Mi alzo e mi siedo accanto a quell’uomo. Sussurro, certa che possa udirmi: “Mi chiamo Anna. Non voglio sapere nulla di te, desidero solamente essere chiavata da uno sconosciuto che non sia mio marito. Uno senza nome, un prete, un ladro o un assassino, non ha importanza. Voglio solo un cazzo dentro di me, per dimostrare a me stessa che non sono soltanto una brava persona. Vuoi aiutarmi?”
​Ho pronunciato quelle parole senza riflettere, d'impulso. Il silenzio dell’uomo mi provoca un brivido di panico. Mi guarda fisso e risponde: “La prossima fermata è lontana, andiamo nell’altro vagone, è completamente vuoto.”
​Annuisco, consapevole di non aver mai tradito mio marito, ma decisa a non negare i miei impulsi. Seguo lo sconosciuto e, appena entrati nella carrozza adiacente, guido la sua mano sul mio petto. Mi palpeggia, libera il seno dal reggiseno e gioca con i capezzoli, facendomi gemere. Abbasso la zip dei suoi pantaloni: non indossa biancheria. Il suo cazzo, già turgido, è a mia disposizione. Lo afferro e inizio a stimolarlo. C’è un senso di liberazione in questo gesto compiuto su un membro che non appartiene a mio marito, nel silenzio di un treno deserto, mentre quest'uomo mi morde un seno massaggiando l’altro. In breve tempo, è completamente eretto.
​Un paletto duro e tozzo. Largo, venato, con la cappella violacea, congestionata e tesa. Esattamente ciò di cui ho bisogno. Lo lascio andare; lo sconosciuto solleva il volto dal mio petto arrossato e mi fissa. Le parole non servono. Mi metto a cavalcioni su di lui, sollevo la gonna, sposto le mutandine umide e mi calo su quella carne pulsante. La mia fica è già aperta e gonfia di desiderio. Scivolo su di lui, accogliendolo dentro di me.
​Finalmente ottengo ciò che merito. Ciò che bramo con ogni fibra del mio essere.
​Vorrei che qualcuno che mi conosce salisse ora su questo treno, per vedere la "brava donnina" di famiglia cavalcare il magnifico cazzo di un estraneo. Vorrei che ci fosse anche mio marito, perché potesse sentire sua moglie gemere e vederla impalata su questo meraviglioso membro, mentre il proprietario le lecca il collo e il viso, trattandola come una cagna. Perché è questo che sono ora: una grandissima cagna in calore.
​Vorrei che comprendesse che l’ho accolto tutto dentro come una vacca. Vorrei che guardasse tra le mie cosce per scoprire che quel palo sconosciuto, che mi penetra senza ritegno mentre le natiche possenti stantuffano il suo cazzo nella mia ica, è l’unica cosa che ho davvero desiderato. Vorrei che fosse qui a osservare come godo e sborro mentre stringo quella carne dentro di me, urlando per il piacere.
​Vorrei che mi sentisse implorare: “Sono una troia... fottimi tutta, fammi male... lo voglio con tutta me stessa.” Vorrei che lo vedesse mentre mi afferra i fianchi e spinge con forza, con colpi secchi, rudi e primordiali; mentre respiro il suo odore di sudore e di maschio animalesco. Vorrei che vedesse i miei umori colare dalla fica mentre lui mi possiede con foga.
​Vorrei che mi sentisse gridare ancora, quando conficca il suo grosso dito nel mio ulo, fino in fondo. Vorrei che tutto fosse ripreso in un video, compreso il momento in cui mi aggrappo al passamano e, facendomi forza, inizio a dimenarmi come un’invasata, raggiungendo un secondo orgasmo, scopata selvaggiamente da un maschio che mi morde un capezzolo quasi a voler lasciarmi un marchio.
​Vorrei essere chiamata troia, zoccola, puttana, vacca, succhiacazzi, intanto che lo sento esplodere in caldi getti dentro di me, riempiendomi. Ma più di tutto, una volta tornata a casa, vorrei che mio marito si accorgesse che qualcun altro mi ha slabbrato la fica con il suo cazzone; la stessa che ora stringe lui mentre mi monta da dietro, aperta e ancora intrisa del seme del mastino incontrato sul treno.
​Infine, vorrei che sapesse che il liquido che lui verserà in me andrà a mescolarsi con quello ricevuto in un sudicio vagone, sguazzandoci dentro con il suo cazzo.
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