lesbo
Viola #3
Efabilandia
03.05.2026 |
11.320 |
2
"Marco quasi infastidito – aveva progettato di appartarsi con me – fece solo un cenno di assenso..."
Mi chiamo Viola e quel mercoledì pomeriggio di fine giugno, nella mia camera che sapeva ancora di detersivo al limone e di sole intrappolato tra le persiane, ho capito che la paura del giudizio sociale e la confusione sessuale non sono due cose separate: sono la stessa ferita che pulsa sotto la pelle. Avevo diciott’anni, il corpo ancora in bilico tra bambina e donna, e dentro di me tutto urlava in silenzio.Erano passati quasi dodici mesi da quella prima volta con mio padre. Da allora il nostro rapporto era diventato un campo minato fatto di sguardi abbassati, silenzi troppo lunghi e sorrisi finti. Io lo spiavo ancora, sì – lo ammetto –, ma adesso lo facevo con il cuore che batteva di paura invece che di eccitazione pura. Camminavo per casa in intimo apposta, certo, ma poi scappavo in camera con le guance in fiamme, chiedendomi se lui mi guardasse come prima o se anche lui avesse paura. Mia madre, Cristina, aveva intuito qualcosa. Lo vedevo da come mi osservava quando uscivo dalla doccia con solo l’accappatoio rosa legato male, o quando mi trovava in cucina la mattina con la canotta bianca trasparente e gli slip di cotone chiaro. Non diceva niente di diretto. Solo frasi a metà: «Tutto bene, amore?» o «Sembri distante». Io mi chiudevo. Rispondevo con un «sì» secco e tornavo in camera. L’avevo sentita parlare con papà, Mario, due sere prima, a voce bassa in cucina mentre io fingevo di dormire. «C’è qualcosa che non va con Viola. Non è più la stessa». E lui, con quella voce calma che usa quando vuole sembrare il padre perfetto: «Ci parlo io. Lascia fare a me».
Quel pomeriggio ero sola. Mamma e papà sarebbero tornati tardi. Io ero sul letto, in biancheria intima – reggiseno di pizzo nero semplice, terza misura, che mi stringeva appena il seno sodo e alto, e un paio di slip coordinati color crema che mi aderivano alle labbra già un po’ gonfie per il caldo. Le unghie dei piedi e delle mani erano laccate di lilla acceso, un colore che avevo scelto per sentirmi carina, femminile, normale. I capelli biondo-miele sciolti sulle spalle, ancora umidi dalla doccia di mezz’ora prima. L’iPad era appoggiato sulle mie cosce nude, lo schermo illuminato da appunti di letteratura che non riuscivo a leggere davvero. La luce del pomeriggio filtrava obliqua dalle persiane socchiuse: un oro caldo, polveroso, che disegnava strisce dorate sulla mia pelle bianca e candida, sulle curve del seno, sulla pancia piatta. Dalla finestra entrava l’odore di Genova – catrame caldo, basilico pestato da qualche cucina vicina, sale dal porto – e una vecchia canzone italiana degli anni Novanta dalla radio di una vicina, qualcosa di Mina che parlava di amore sbagliato.
La porta si aprì piano. Era lui. Mario. Mio padre. Alto, spalle larghe, camicia azzurra sbottonata sul collo, jeans chiari. Aveva quell’espressione seria, da “dobbiamo parlare”. Io alzai gli occhi dall’iPad e sentii subito il nodo allo stomaco. «Papà… che c’è?» La mia voce uscì più piccola di quanto volessi.
Lui entrò, chiuse la porta senza far rumore. Il suo sguardo non restò sul mio viso. Scivolò giù, lento, quasi contro la sua volontà: sulla pelle candida del mio collo, sul seno sodo che si alzava e abbassava sotto il pizzo nero, sulle gambe lunghe piegate sul letto, sulle unghie lilla che brillavano alla luce obliqua. Restò immobile sulla soglia per un secondo di troppo. Io lo fissai, attonita e preoccupata insieme. Il cuore mi batteva forte. Ha promesso, pensai. Ha promesso che non sarebbe più successo.
Ma lui si avvicinò. Il letto cigolò piano quando si sedette sul bordo. «Viola… tua madre pensa che ci sia qualcosa che non va. Vuole che parliamo». La voce era calma, ma gli occhi no. Erano famelici. Mi abbracciò all’improvviso, quasi mi bloccò contro il suo petto. Odore di lui: dopobarba speziato, sudore leggero di giugno, quel profumo di uomo di casa che conoscevo da sempre. Le sue labbra trovarono le mie. Un bacio duro, urgente, mentre la mano destra saliva sulla mia schiena e slacciava il reggiseno con un gesto esperto. Il pizzo nero scivolò via, liberando il mio seno. Io restai pietrificata. Ha promesso. Ha promesso. Ma il mio corpo tradiva già tutto.
La sua mano scese, infilandosi sotto l’elastico degli slip. Le dita callose mi toccarono la fica, già umida nonostante la paura. Un gemito mi sfuggì, piccolo, traditore. Due dita entrarono dentro di me, lente, profonde. Io ero come una bambola immobile. L’anima ghiacciata. Il corpo, invece, si bagnava. Si eccitava. La trasgressione innaturale mi faceva tremare.
Mi fece girare. A quattro zampe sul letto, il viso premuto contro il cuscino che sapeva di crema al cocco e di me. Mi sfilò gli slip con un gesto secco. L’aria fresca della camera mi sfiorò il sesso aperto. Poi la sua bocca fu lì. La lingua di mio padre – calda, insistente, diversa da quella dolce e curiosa di Laura – mi leccò tra le gambe. Lunghe passate piatte sul clitoride, poi dentro, profonda, quasi violenta. Succhiava, mordeva piano, assaporava il mio sapore muschiato e dolce che si mescolava al suo respiro caldo. Il piacere era intenso, diverso, proibito. Più profondo. Più sporco. Mi fece salire il desiderio come una marea nera. Gemetti contro il cuscino, le mani strette alle lenzuola. L’odore della stanza cambiò, c’era odore di sesso, saliva, sudore e dopobarba.
Dopo un tempo che non so contare si fermò. Sentii il rumore della cintura, i pantaloni che scendevano. «Ora sei grande» disse con voce roca, quasi dolce. Mi mise una mano sul fianco e lo infilò. Il suo cazzo – nodoso, pieno di vene, caldo e grosso – entrò tutto dentro di me da dietro, violandomi con un affondo lento e completo. Io urlai piano, un misto di dolore e piacere che mi fece inarcare la schiena. Sentivo ogni vena, ogni pulsazione. Dimenticai chi era. Dimenticai tutto. Volevo solo godere. Iniziai a muovermi io, spingendomi contro di lui, sempre più forte, sempre più veloce. La fica bagnata faceva rumori osceni, schiocchi umidi che si mescolavano ai suoi grugniti bassi. La luce dorata del pomeriggio danzava sulla mia pelle sudata, sui suoi fianchi che sbattevano contro il mio culo. Venni violentemente, un orgasmo forte, quasi doloroso, che mi fece tremare tutta, umori che gli bagnavano il cazzo e le cosce.
Lui si ritrasse, ancora duro. Mi girò con dolcezza, mi accarezzò il viso bagnato di lacrime che non mi ero accorta di versare. Poi mi mise il cazzo in bocca. Lo succhiai, obbediente, la lingua che girava intorno alla cappella salata, assaporando il mio stesso sapore mescolato al suo. Mi scopò la bocca piano, poi più forte, fino a che non venne. Sborrò tutto in gola, caldo, denso, salato. Io ingoiai, pulii ogni centimetro con la lingua, come una brava bambina.
Quando finii mi baciò sulla bocca, dolce, quasi tenero. Il sapore del suo sperma ancora sulla mia lingua. «Mamma pensa che ci sia qualcosa che non va. Ti va di parlarne?»
Io abbassai lo sguardo sulle lenzuola stropicciate. La voce uscì rotta: «Mi avevi promesso di non farlo più».
Lui mi guardò. Scoppiò a piangere. Mi abbracciò forte, entrambi nudi, pelle contro pelle sudata. «Perdonami, amore mio. Non succederà più. Ti amo da sempre. Ti desidero da sempre. Sei la mia bambina… ma sei anche la donna più bella che abbia mai visto».
Io mi lasciai abbracciare. Ero scossa, il corpo ancora pulsante di piacere, l’anima a pezzi. Ma gli credevo. «Ti credo» sussurrai, accarezzandogli la schiena. «Oggi mi hai fatto arrivare… ed è stato strano. Forse neppure tu mi sei indifferente. Ma questa cosa non deve più accadere».
Lui mi guardò con gli occhi pieni di lacrime. Io lo accarezzai, quasi per consolarlo, e gli diedi un bacio sfiorando le sue labbra. Poi mi ritrassi, lasciandolo alzare. Si rivestì in silenzio, uscì e chiuse la porta piano.
La prima cosa che feci, ancora nuda e tremante sul letto, fu prendere il telefono e scrivere tutto a Laura. Ogni dettaglio. Ogni sensazione. Ogni vergogna. Il messaggio era lungo, confuso, pieno di lacrime sullo schermo.
Lei rispose subito: «Vieni da me. Subito».
Io non volevo uscire. Non volevo farmi vedere da nessuno. Le mandai un vocale. Si sentiva chiaramente che piangevo: «Laura… non ce la faccio… non voglio che mi vedano così…».
Lei non rispose con messaggi. Chiamò. La conversazione fu interrotta mille volte dal mio pianto. Io singhiozzavo, le raccontavo di nuovo tutto. Laura aveva una rabbia nella voce che non le avevo mai sentito: «Quello stronzo di tuo padre… Mario… vorrei appiccicarlo al muro, cazzo. Non ti lascio sola. Non ti lascio sola».
Poi chiuse la telefonata. Fece una cosa assurda. Chiamò Marco – il mio fidanzato, quello che ancora fingevo di avere per non far sorgere sospetti – e gli disse che aveva organizzato una pizza per la serata in quattro: io, lui, lei e il suo ragazzo Flavio. Che passasse a prendermi alle 19.00. «Non chiamarla, sta studiando, ha chiesto a me di organizzare tutto».
Marco, sorpreso, accettò.
Laura mi scrisse: «Alle 19 passiamo a prenderti. Non dire no».
Io risposi che non volevo, che non venissero. Lei fu categorica: «Se non esci, veniamo tutti a casa tua».
Mi vestii. Jeans chiari aderenti, sneakers bianche consumate, maglietta semplice nera oversize. Non feci neppure la doccia. Il corpo di mio padre era ancora addosso a me – il suo odore, il suo sperma, il suo tocco. Ero scossa, ma quando Marco suonò al citofono e lo vidi lì sotto, con il suo sorriso da ragazzo normale, lo abbracciai forte, più forte di quanto avessi mai fatto. Felice di avere qualcuno che non sapesse niente.
La serata fu all’insegna della spensieratezza. Al tavolo della pizzeria all’aperto, sotto le luci calde di stringhe di lampadine gialle, Laura, Flavio e Marco parlavano delle cose più futili e stupide: video su TikTok, l’ultima crema per la skincare, un meme idiota. Io sorridevo meccanicamente. La mia mente era in loop: il cazzo di mio padre dentro di me, la sua lingua, la sua promessa rotta, la paura del giudizio se qualcuno avesse saputo. L’odore di pizza e birra mi arrivava lontano. I colori – arancione delle luci, rosso delle bibite – mi sembravano finti.
Quando la serata finì Laura mi invitò a dormire da lei. «Vieni da me, Viola. È la cosa più sana e bella che possiamo fare». Marco quasi infastidito – aveva progettato di appartarsi con me – fece solo un cenno di assenso.
Tornammo a casa sua, io e Laura sole sul motorino di lei. Io non avevo niente per dormire, ma mi bastava l’intimo, come sempre. Appena arrivate, Laura mi disse: «Fatti una doccia, intanto sistemo la camera».
Finalmente entrai nel bagno piccolo e caldo. L’acqua calda scese su di me come una benedizione. Mi fermai sotto il getto, lasciando che lavasse via quel pomeriggio assurdo. Il vapore sapeva di sapone alla vaniglia e di noi due. Chiusi gli occhi, lasciai scivolare via i pensieri con l’acqua. Chiamai Laura per l’accappatoio.
Lei entrò, mi porse il suo accappatoio rosa morbido. Avvolta in quello, con i capelli nell’asciugamano, andai in camera sua. Laura mi guardò, mi abbracciò forte. Poi mi porse una canna già rollata che aveva preparato nel frattempo.
Ci mettemmo sul letto. Ci passammo la canna, alternandoci. Il fumo dolce ci portò lontano. Io finalmente rilassata, il corpo molle, la mente leggera. Guardai Laura e mi accorsi che era nuda da tempo accanto a me, la pelle dorata alla luce bassa della lampada, i seni pieni, le curve che conoscevo a memoria. Il desiderio tornò, dolce, pulito, nostro.
E in quel momento, con il fumo che saliva lento verso il soffitto e la musica bassa che partiva dallo speaker – Glory Box di Portishead, trip-hop scuro e avvolgente come un abbraccio proibito – capii che Laura era l’unico posto dove potevo essere intera. Le nostre lingue si intrecciarono in un bacio lungo ed appassionato che non so dire quanto durò ma tanto veramente tanto.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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