lesbo
Viola #1
Efabilandia
02.05.2026 |
12.488 |
2
"Sentivo il suo clitoride gonfio contro il mio, il calore liquido che si mescolava..."
Mi chiamo Viola e quella notte di giugno, dentro la casa di Anna, ho capito che il desiderio può avere il sapore di una bocca che conosco da sempre e che, allo stesso tempo, non ho mai davvero assaggiato.La festa era finita da un pezzo. Gli altri se n’erano andati barcollando giù per i carruggi, tra risate ubriache e motorini che graffiavano il silenzio della notte genovese. Io e Laura eravamo rimaste. Anna ci aveva lasciato le chiavi del divano letto nel salotto prima di crollare nella sua camera, mormorando qualcosa tipo «non fate casino». Il palazzo antico respirava piano intorno a noi: finestre socchiuse che lasciavano entrare il fiato salato del porto, il lontano lamento di una nave, il ronzio di una città che non dorme mai del tutto.
L’aria sapeva ancora di erba dolce bruciata – lo spinello che avevamo fumato tutti insieme sul terrazzino, io, Laura, due compagni di classe e quel ragazzo di quinta che rideva troppo forte. Era la seconda volta che fumavo con loro quest’estate, dopo quella volta con il mio fidanzato in cui ero tornata a casa con gli occhi rossi e la testa leggera. Ma stasera era diverso. Stasera l’erba mi aveva lasciato dentro una calma calda, un formicolio lento che partiva dalla pancia e scendeva tra le gambe. E poi c’era stato il vino rosso, versato nei bicchieri di plastica, che mi aveva reso la lingua pesante e i pensieri molli. Come quella volta al party precedente, quando mi ero ubriacata tanto da risvegliarmi sul divano del salotto di Anna senza mutandine, con solo un ricordo confuso di mani sconosciute e risate. Non l’avevo mai raccontato a nessuno. Nemmeno a Laura. Ma quella notte il segreto mi pesava sulla pelle come un invito.
La lampada da tavolo con il paralume arancione era l’unica luce accesa. Gettava un bagliore caldo, dorato, quasi liquido sulle pareti scrostate e sui cuscini sgualciti del divano letto che avevamo aperto. Ombre lunghe si allungavano sui nostri corpi, sui vestiti buttati qua e là – la mia gonna di jeans troppo stretta finita sul pavimento, la sua maglietta del ragazzo ancora appallottolata su una sedia. Il divano era stretto, le lenzuola leggere e fresche contro la pelle sudata. Fuori, Genova osservava: il porto che respirava piano, il sale nell’aria che si infilava tra i nostri respiri.
Io ero sdraiata su un fianco, in canotta bianca di cotone leggero, quasi trasparente per il sudore della serata. Le spalline sottili mi scivolavano sulle spalle, e sotto non portavo niente che non fosse un paio di slip semplici color crema, aderenti alla pelle calda. I miei capelli biondo-miele, umidi e spettinati, mi ricadevano sul collo e sul seno piccolo, alto, ancora teso dall’adolescenza. A diciott’anni il mio corpo era una mappa che stavo ancora imparando a leggere: vita stretta, gambe lunghe e affusolate che tremavano leggermente per l’erba e l’alcol, pelle dorata dal sole di giugno. Mi sentivo esposta, ma in un modo che mi piaceva. Come quando giravo per casa in intimo per provocare mio padre, sapendo che i suoi occhi mi seguivano un secondo di troppo. Ma stasera non era per lui. Stasera era per Laura.
Lei era accanto a me, sotto lo stesso lenzuolo buttato via per il caldo. Indossava solo una maglietta oversize grigia del suo ragazzo, Marco, che le arrivava a metà coscia. I capelli castani raccolti male, qualche ciuffo appiccicato alla fronte sudata, gli occhi grandi e lucidi. Laura era più morbida di me: curve generose che la stoffa nascondeva a stento, seni pieni che si alzavano e abbassavano con il respiro, fianchi rotondi da ragazza che stava diventando donna troppo in fretta. Aveva diciott’anni anche lei, fidanzata da quasi un anno, eppure in quel momento sembrava fragile, come se la festa le avesse tolto tutte le maschere.
La playlist sul mio telefono, appoggiato sul pavimento, suonava piano: Teardrop dei Massive Attack. Quel battito lento, ipnotico, di trip-hop che sembrava il cuore stesso del desiderio. I bassi vibravano nell’aria calda, avvolgendo tutto come una carezza invisibile. La voce eterea di Elizabeth Fraser sussurrava parole che non capivo ma che sentivo sulla pelle.
«Ma che stiamo facendo, Viola?» sussurrò Laura all’improvviso, con una risatina nervosa che le fece tremare la voce. Si voltò verso di me, i nostri volti a pochi centimetri. Il suo alito sapeva di vino dolce e di quel gloss alla fragola che si era rimessa prima. I suoi occhi scuri erano pieni di domande, di paura, ma anche di qualcosa di più profondo – un’attrazione che avevo sentito crescere tra noi da mesi. Mi guardava come se fossi l’unica cosa vera in tutta Genova quella notte.
Io sentii il cuore accelerare, un tonfo sordo nel petto. Ero attratta da Laura da tanto. Da quel modo dolce e protettivo con cui mi abbracciava dopo la scuola, dal profumo di vaniglia della sua pelle quando ci cambiavamo in palestra, dal contrasto tra la sua vita “normale” con Marco e quel fuoco segreto che io provavo ogni volta che la vedevo ridere. «Non lo so…» risposi piano, la mia voce roca, adolescenziale, ancora piena di quella vergogna che non voleva andarsene. «Ma voglio scoprirlo. Con te. Solo con te.»
Allungai una mano, tremando un po’. Le sfiorai la guancia con le dita fredde. La sua pelle era calda, liscia, con quel rossore da imbarazzo che la rendeva ancora più bella. Ci avvicinammo lentamente, come due magneti impacciati che hanno paura di rompersi. Il primo bacio fu timido: labbra che si sfiorano appena, un tocco leggero come una piuma. Sapeva di vino e fragola, di sale dal mare che entrava dalla finestra, di noi due. Poi Laura inclinò la testa e il bacio diventò più profondo. Le nostre lingue si toccarono incerte, esplorando con una tenerezza che mi fece male al petto. Un piccolo sospiro le sfuggì, e io lo bevvi, sentendo il suo sapore dolce-muschiato mescolarsi al mio.
«Sei bellissima» mormorai contro le sue labbra, e lo pensavo davvero. Laura arrossì violentemente, ma non si ritrasse. «Anche tu… mi fai paura quanto sei bella, Viola. Da mesi ti guardo e penso… oddio, cosa mi sta succedendo?» Le sue mani scivolarono sotto la mia canotta, accarezzando la schiena liscia, la curva della vita, il solco della spina dorsale. La pelle d’oca mi salì ovunque. Io gemetti piano, un suono giovane e sorpreso che non riuscii a trattenere.
Il lenzuolo scivolò via. I nostri corpi si intrecciarono: pelle contro pelle, calore adolescenziale, sudato, vivo. L’odore era inebriante – crema solare residua al cocco, erba dolce ancora attaccata ai capelli, intimità femminile eccitata che cominciava a fiorire, un sentore muschiato dolce che mi girava la testa. Io baciai il collo di Laura, assaporando il sale della sua pelle, il profumo di vaniglia misto al sudore leggero. Scendevo con baci umidi, lenti, mentre le mie mani le sollevavano la maglietta oversize. La stoffa frusciò piano, un rumore intimo che si mescolò alla musica. Sotto non portava niente. I suoi seni pieni traboccarono, areole scure e grandi, capezzoli già turgidi sotto la luce arancione calda.
Li sfiorai con reverenza, quasi temendo di rompere qualcosa di sacro. «Posso?» sussurrai, e lei annuì, gli occhi chiusi, il respiro corto. Li presi tra le mani – erano pesanti, morbidi, perfetti – e li baciai. La lingua girò intorno a un capezzolo, lo succhiai con dolcezza affamata. Laura inarcò la schiena con un gemito soffocato, le dita intrecciate nei miei capelli biondi. «Viola… oddio…» Il suono della sua voce, rotta dall’emozione, mi fece bagnare ancora di più.
«Ho… ho paura» confessò lei tra un bacio e l’altro, la voce tremante. «Non ho mai… con una ragazza. Con Marco è diverso, è… meccanico. Ma tu… tu mi fai sentire vista.» Le sue mani tremavano mentre mi toglievano la canotta. La stoffa bianca scivolò via, rivelando il mio seno piccolo e alto, i capezzoli rosa scuro già duri. Laura li guardò con meraviglia, arrossendo. «Sono perfetti» mormorò, e li baciò piano, la lingua calda che li lambiva. Io sussultai, stringendola più forte. Il piacere era nuovo, elettrico, diverso da qualsiasi cosa avessi provato con i ragazzi.
Le mie dita scesero sui suoi fianchi, sfiorarono l’elastico immaginario – non aveva slip – e lei aprì le gambe piano, vergognosa ma desiderosa. La toccai per la prima volta: le pieghe morbide, già bagnate, calde. Era scivolosa, dolce. Laura gemette, un suono acuto e adolescenziale che mi fece impazzire. «Così… piano… sì» sussurrai io, guidandola mentre lei abbassava i miei slip color crema. Li fece scivolare lungo le mie gambe lunghe, e io le aiutai con un calcio leggero. Eravamo nude, ora. Pelle contro pelle sul divano stretto.
La musica cambiò piano nella playlist: passò a Lover’s Spit di Broken Social Scene, quel suono indie intimista, sognante, con chitarre leggere che sembravano accarezzarci. I bassi continuavano a pulsare, sincronizzati con i nostri cuori.
Mi misi sopra di lei, i capelli che cadevano come una tenda dorata sul suo viso arrossato. I nostri sessi si sfregarono lenti, umidi, caldi – un attrito dolce, scivoloso, che ci fece gemere all’unisono. Sentivo il suo clitoride gonfio contro il mio, il calore liquido che si mescolava. «Laura… ti voglio» confessai, la voce rotta. Era romantico, quasi dolorosamente: due ragazze di diciott’anni che si stavano innamorando nel modo più proibito e puro, scoprendo che il desiderio poteva essere anche cura, anche casa. Non era solo sesso. Era attrazione profonda, quel filo invisibile che ci aveva legate per mesi e che ora si stringeva.
Lei mi rovesciò sulla schiena con una forza nuova, tenera e possessiva. Mi baciò assaporando se stessa sulle mie labbra – un sapore dolce-acido, muschiato, che mi fece girare la testa. Poi scese. Baci lungo il mio ventre piatto, l’ombelico, l’osso dell’anca. Arrivò tra le mie gambe e mi guardò un secondo, gli occhi grandi pieni di vergogna e fame. «Non so se lo faccio bene…» mormorò. Io le accarezzai i capelli. «Fallo e basta. Ti prego.»
La sua lingua fu timida all’inizio, un tocco leggero sul clitoride. Poi diventò più sicura: piatta, calda, che lambiva in cerchi lenti. Due dita scivolarono dentro di me, esplorando le pareti strette e bagnate. Io inarcai la schiena, gemendo il suo nome. Il rumore era osceno e bellissimo: schiocchi umidi, respiri affannati, la musica che avvolgeva tutto. L’odore del mio sesso riempiva l’aria, intenso e dolce, mescolato al sudore di lei. Venni per la prima volta così, con un grido soffocato contro il cuscino, il corpo scosso da brividi profondi, le cosce che tremavano intorno alla sua testa.
Non finì lì. Io, ancora tremante, la feci sdraiare di nuovo. La baciai ovunque: il collo, i seni, il ventre morbido. Arrivai al suo centro e lo baciai con devozione. La lingua piatta che leccava il clitoride gonfio, succhiandolo piano, mentre due dita entravano e uscivano con ritmo dolce. Laura si aggrappò alle lenzuola, gemendo forte ora, senza più vergogna. «Viola… sì… più forte… ti amo, cazzo…» Le parole le sfuggirono, e io sentii il cuore esplodere. Era amore, sì. Un amore adolescente, impacciato, devastante.
I suoi umori mi bagnavano il mento, dolci e salati insieme. L’odore era ovunque: sesso fresco, erba residua, vaniglia e sale dal mare. La luce arancione danzava sulla sua pelle sudata, sui seni che si alzavano e abbassavano, sulle cosce aperte. Laura venne con un singhiozzo, il corpo che si inarcava, le dita nei miei capelli biondi che tiravano piano. Tremò a lungo, gemendo il mio nome come una preghiera.
Restammo abbracciate, nude, pelle contro pelle appiccicosa di sudore. I nostri cuori battevano all’unisono. La playlist era passata a Glory Box di Portishead, quel trip-hop dark e sensuale che sembrava fatto per il dopo. Fuori, Genova continuava a respirare: un cane lontano, un camion, il vento tra i carruggi.
«Questo… è nostro» sussurrai io, accarezzandole il viso arrossato. Le lacrime mi pungevano gli occhi. «Nessuno deve saperlo. Ma io… credo di essermi innamorata di te stasera, Laura. Non è solo il corpo. Sei tu. Il modo in cui mi guardi, come se mi vedessi davvero.»
Lei annuì, stringendomi più forte, il profumo dei nostri corpi mescolato nell’aria calda. «Anch’io, Viola. Ho paura di Marco, di tutto… ma con te è diverso. È bello. È giusto.» Mi baciò piano, un bacio lento e profondo, assaporando il mix di noi due sulle labbra.
Non dormimmo subito. Parlammo piano, nude sotto il lenzuolo leggero. Le raccontai del mio segreto con mio padre – come lo spiavo, come mi eccitavo a girare in intimo per casa, sapendo che i suoi occhi mi seguivano. Lei arrossì ma confessò che anche lei, a volte, pensava a cose proibite. Parlammo della sbronza precedente, di quando mi ero risvegliata senza mutandine, del senso di vergogna e di libertà che mi aveva lasciato. Ridemmo, timide e complici, mentre le nostre mani ricominciavano a esplorare.
La seconda volta fu più audace. Io la feci mettere a quattro zampe sul divano, il culo rotondo alzato verso di me. Le baciai la schiena, scendendo fino alle natiche morbide. La leccai da dietro, lingua che scivolava tra le pieghe, assaporando ogni goccia. Laura gemeva forte ora, spingendosi contro la mia faccia. Le mie dita la penetrarono, due, poi tre, mentre con l’altra mano le accarezzavo il clitoride. L’odore era più intenso, animale quasi, mescolato al sudore fresco. Venimmo insieme, io strusciandomi contro la sua coscia, lei tremando con un grido roco.
Poi ci sdraiammo di nuovo, esauste, i corpi intrecciati. La luce arancione si era fatta più calda, quasi rossa ora che la notte avanzava. I colori delle ombre – blu scuro dalle finestre, oro liquido dalla lampada – danzavano sulla nostra pelle giovane. Io le accarezzavo i capelli, sentendo il suo respiro sul mio collo. «Non voglio che finisca» mormorai. «Voglio rifarlo. Voglio tutto con te.»
Laura sorrise, gli occhi lucidi di gioia e paura. «Neanch’io. È il nostro segreto. Come lo spinello, come la sbronza… ma più bello. Più vero.»
Restammo così fino all’alba, baciandoci piano, toccandoci con tenerezza infinita. Ogni tanto una risatina nervosa tornava, ricordandoci che eravamo solo due adolescenti di diciott’anni che avevano appena scoperto un mondo intero. Il mio corpo, che avevo sempre usato per provocare, per spiare mio padre, per sentirmi viva, ora era di Laura. E il suo era mio.
Fuori, Genova si svegliava piano. Dentro di me, qualcosa di nuovo era nato: non solo desiderio, ma amore. Un amore lesbico, tenero, impacciato, che mi avrebbe cambiata per sempre. E mentre la musica sfumava in un silenzio dolce, io chiusi gli occhi, stringendo Laura più forte, sapendo che niente – né Marco, né mio padre, né i segreti della mia vita – avrebbe mai cancellato questa notte.
lesbo divano letto sesso orale scopata manuale doppia penetrazione sesso orale anale teen bdsm sauna
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore.
Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Commenti per Viola #1:

Discussioni sul pianeta Swinger e non solo...
