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lesbo

Viola #2


di Membro VIP di Annunci69.it Efabilandia
02.05.2026    |    10.196    |    1 9.6
"E il nostro amore – lesbico, tenero, feroce, adolescenziale – era diventato ancora più profondo..."
Mi chiamo Viola e quella sera di fine giugno, nella mia camera da letto con le persiane socchiuse, ho capito che l’amore vero non è solo piacere. È anche il coraggio di spogliarsi l’anima, di mostrare la ferita più brutta e vedere l’altra persona amarti proprio lì, nel punto dove pensavi di essere rotta.
Erano passati solo tre giorni dalla notte sul divano di Anna. Tre giorni in cui io e Laura ci eravamo scritte messaggi brevi, carichi di sottintesi, con cuoricini che non osavamo spiegare. «Mi manchi già» mi aveva scritto lei la mattina dopo, e io avevo risposto con una foto dei miei capelli spettinati sul cuscino, senza dire altro. Il mio corpo ancora vibrava al ricordo: il suo sapore dolce-muschiato sulle mie labbra, il modo in cui aveva tremato quando era venuta, il profumo di vaniglia e sudore che mi era rimasto sulla pelle per ore. Ma c’era anche la paura. Marco, il suo fidanzato, le mandava messaggi ogni ora. Io, invece, giravo per casa in intimo più del solito, provocando mio padre senza sapere bene perché. O forse lo sapevo fin troppo bene.
Quella sera i miei genitori erano fuori: cena con amici in qualche trattoria sul mare. La casa era vuota, silenziosa, piena di quell’odore familiare di detersivo al limone, sugo avanzato e polvere calda delle scale. Io avevo preparato tutto. La mia camera era in penombra, solo la lampada da comodino con il paralume di stoffa color crema che gettava una luce calda, morbida, quasi dorata sulle pareti. Il letto era disfatto di proposito, lenzuola bianche stropicciate che sapevano di me, di crema corpo al cocco e di quel gelsomino leggero che mettevo sempre dietro le orecchie. Dalla finestra socchiusa entrava il respiro di Genova: sale dal porto, un motorino lontano, la radio di una vicina che suonava una vecchia canzone italiana degli anni Novanta. Ma io avevo messo la mia playlist, bassa, intima. Unfinished Sympathy dei Massive Attack partiva proprio mentre Laura bussava piano alla porta. Quel groove trip-hop lento, avvolgente, con la voce di Shara Nelson che sembrava parlare direttamente al mio petto. Bassi profondi che facevano vibrare l’aria come un cuore che batte troppo forte.
Aprii. Laura era lì, in corridoio, con i capelli castani sciolti sulle spalle, un vestitino leggero di cotone bianco a fiori piccoli che le arrivava a metà coscia, niente reggiseno – lo vedevo dal modo in cui i capezzoli premevano contro la stoffa sottile. Portava un profumo di vaniglia più intenso del solito, mescolato a un leggero sudore estivo. Aveva diciott’anni come me, ma in quel momento sembrava più fragile, più donna. Gli occhi grandi, scuri, mi guardavano con quella miscela di desiderio e timidezza che mi faceva sciogliere.
«Ciao» sussurrò, entrando. Chiuse la porta dietro di sé con un click che sembrò un segreto sigillato. Mi abbracciò subito, forte. I nostri corpi si incollarono: il suo seno pieno contro il mio piccolo e alto, le sue mani che mi stringevano la vita sotto la canotta bianca oversize che indossavo senza niente sotto. Niente slip. Volevo sentirmi nuda per lei fin dall’inizio. L’odore della sua pelle – vaniglia, un tocco di shampoo alla mela, sudore giovane – mi riempì i polmoni. La baciai piano, assaporando il gloss alla fragola sulle sue labbra, il sale leggero dal caldo della giornata.
Ci sdraiammo sul letto senza dire molto. La musica avvolgeva tutto: Unfinished Sympathy che passava a Teardrop, quel battito ipnotico che ci aveva accompagnate la prima volta. Io mi misi sopra di lei, i capelli biondo-miele che cadevano come una tenda dorata sul suo viso arrossato. Le nostre gambe si intrecciarono, pelle contro pelle calda. Le sfilai il vestitino lentamente, centimetro per centimetro, godendo del fruscio della stoffa che scivolava sulle sue curve generose. I seni pieni traboccarono liberi, areole scure e grandi, capezzoli già turgidi sotto la luce crema. Li baciai con reverenza, lingua che girava lenta, succhiando piano mentre lei inarcava la schiena con un gemito soffocato, le dita intrecciate nei miei capelli.
«Viola… mi sei mancata da morire» mormorò, la voce roca, adolescenziale, piena di quell’emozione che solo noi due capivamo. Le sue mani scesero sui miei fianchi, mi tolsero la canotta. Rimasi nuda sopra di lei, il seno piccolo teso, i capezzoli rosa scuro duri come sassolini. Mi toccò con fame tenera, stringendomi i fianchi, sfiorando il mio sesso già bagnato. L’odore della stanza cambiò: crema al cocco, gelsomino, e quel sentore muschiato dolce che saliva dai nostri corpi eccitati. Sudore leggero, intimità giovane, erba residua che ancora mi portavo nei capelli da quella festa.
Ci spogliammo del tutto. Il suo vestitino finì sul pavimento, i miei slip – che non c’erano – lasciarono solo il calore nudo delle mie cosce lunghe. Ci abbracciammo strette, rotolando tra le lenzuola fresche. La baciai ovunque: il collo, assaporando il sale della sua pelle; i seni pesanti, succhiandoli fino a farla gemere; il ventre morbido, l’ombelico, fino ad arrivare tra le sue gambe aperte. La leccai con devozione, lingua piatta sul clitoride gonfio, due dita che scivolavano dentro le sue pareti calde e strette. Lei tremava, mi tirava i capelli, sussurrando il mio nome come una preghiera. «Viola… ti prego… più forte… ti amo.» Venni prima io, strusciandomi contro la sua coscia mentre la leccavo, un orgasmo lento e profondo che mi lasciò senza fiato. Poi fu lei a rovesciarmi, a mettermi sotto, a scendere con baci umidi fino al mio centro. La sua lingua era più sicura ora, più affamata: succhiava il clitoride, le dita dentro di me che entravano e uscivano con ritmo perfetto. Venimmo insieme, gemiti soffocati contro le lenzuola, corpi sudati che si inarcavano, umori che si mescolavano dolci e salati sulle nostre lingue.
Restammo abbracciate, nude, pelle appiccicosa di sudore e piacere. La luce crema della lampada ci colorava d’oro liquido: le curve dei suoi fianchi, il mio ventre piatto, i capelli sparsi sul cuscino. La musica era passata a Glory Box di Portishead, quel trip-hop dark e sensuale che sembrava fatto per i momenti dopo l’orgasmo. Fuori, Genova respirava piano: un cane lontano, il vento tra i carruggi, l’odore di mare che entrava dalla finestra.
Fu allora che presi coraggio. Eravamo strette, io con la testa sul suo seno, la sua mano che mi accarezzava la schiena con tocchi leggeri, quasi reverenti. Il cuore mi batteva forte. Non l’avevo mai detto a nessuno. Nemmeno a Chiara. Ma con Laura… con lei tutto era diverso. Era amore, vero amore lesbico, tenero e feroce insieme.
«Laura» sussurrai, la voce che tremava. Sentivo il suo profumo sulla mia pelle, il battito del suo cuore sotto il mio orecchio. «Devo dirti una cosa. Una cosa brutta. Ma… ho bisogno che tu la sappia. Perché ti amo. Perché voglio che mi ami tutta intera.»
Lei si irrigidì un secondo, poi mi strinse più forte. Le sue dita mi accarezzarono i capelli biondi, lente. «Dimmi tutto, Viola. Niente può cambiare quello che provo per te.»
Chiusi gli occhi. L’odore della stanza – sudore nostro, gelsomino, cocco – mi avvolse come un abbraccio. Raccontai piano, con voce rotta, mentre lei mi cullava.
«Era l’estate scorsa. Avevo diciassette anni. Giravo per casa in intimo, come faccio sempre. Sai… mi piace provocare mio padre. Lo spio quando è in bagno, lo guardo mentre si rade. Mi eccita. È sbagliato, lo so. Ma è così. Quella sera i miei erano usciti. Io ero in cucina, solo con la canotta bianca trasparente e gli slip di cotone chiaro. Lui è entrato. Ha bevuto un bicchiere d’acqua. Mi ha guardata… troppo a lungo. Ha detto qualcosa tipo “sei cresciuta troppo in fretta”. Poi mi si è avvicinato da dietro. Le sue mani… le sue mani grandi mi hanno afferrato i fianchi. Io ho riso, nervosa, pensando fosse uno scherzo. Ma non lo era.»
Laura mi strinse più forte. Sentivo le sue lacrime calde sul mio collo. Non parlò. Mi lasciò continuare.
«Mi ha premuta contro il tavolo. La stoffa degli slip è scivolata da un lato. Le sue dita… oddio, Laura, le sue dita mi hanno toccata lì. Dentro. Non è stato violento, non proprio. È stato… confuso. Mi ha detto che ero bella, che era solo un momento, che non l’avrebbe mai più fatto. Io ero pietrificata. Eccitata e terrorizzata insieme. È durato pochi minuti. Mi ha fatto venire con le dita, piano, mentre mi baciava il collo. Poi si è fermato. Ha pianto. Mi ha chiesto scusa. E io… io non l’ho raccontato a nessuno. Perché una parte di me lo voleva. Perché lo provoco ancora. Perché è mio padre e lo amo e lo odio e mi eccita. È incesto, Laura. È abuso. E io ci vivo dentro ogni giorno.»
Le parole uscirono come un fiume. Piangevo piano, il viso premuto tra i suoi seni morbidi. L’odore del suo sudore, del suo sesso ancora fresco sulle mie labbra, mi calmava. Lei mi cullava, baciandomi i capelli, la fronte, le lacrime sulle guance.
«Amore mio» sussurrò, la voce spezzata ma piena d’amore. «Non è colpa tua. Niente di tutto questo è colpa tua. Ti amo ancora di più adesso. Ti amo perché sei forte, perché sei sopravvissuta, perché mi hai scelta per dirtelo.»
Mi baciò. Un bacio lento, profondo, salato di lacrime. Le sue mani mi accarezzarono ovunque: la schiena, i fianchi, il seno piccolo. Non era più solo desiderio. Era cura. Era amore che guarisce. Mi fece sdraiare supina e si mise sopra di me, i capelli castani che ci avvolgevano come una tenda. Mi baciò il collo, assaporando il sale delle mie lacrime. Scese sui seni, succhiando i capezzoli con una tenerezza infinita, lingua calda che girava piano. Io gemetti, le mani nei suoi capelli.
«Lasciati amare» mormorò contro la mia pelle. «Lasciami cancellare tutto con il mio corpo.»
Le sue dita scivolarono tra le mie gambe, gentili, esplorando le pieghe ancora sensibili. Mi penetrò con due dita, lente, mentre il pollice accarezzava il clitoride gonfio. Io inarcai la schiena, gemendo il suo nome. L’odore del sesso riempì di nuovo la stanza: dolce, muschiato, nostro. La luce crema danzava sui nostri corpi nudi, ombre lunghe che si intrecciavano.
Poi mi mise a quattro zampe, con dolcezza. Mi baciò la schiena, le natiche morbide. La sua lingua scivolò tra le mie pieghe da dietro, leccando con devozione mentre le dita mi riempivano. Io tremavo, spingendomi contro di lei. «Laura… ti prego… amami.» Venni così, forte, con un singhiozzo, umori che le bagnavano il mento.
Lei non si fermò. Mi fece voltare, si sdraiò accanto a me e mi attirò sopra di sé in un abbraccio stretto. I nostri sessi si sfregarono lenti, umidi, caldi. Ci muovemmo insieme, fianchi che danzavano piano, clitoridi che si strofinavano con attrito dolce. La musica era passata a qualcosa di più lento, Motion Picture Soundtrack dei Radiohead – quel suono etereo, struggente, perfetto per il momento. I colori della stanza – oro crema, ombre blu della notte che entrava dalla finestra – ci avvolgevano. Odore di sesso, lacrime, vaniglia e gelsomino. Sapori di sale e di noi due sulle labbra.
Venimmo insieme, strette, corpi che tremavano all’unisono. Non fu solo piacere. Fu fusione. Fu amore che guarisce la ferita.
Dopo restammo abbracciate per ore, nude, accarezzandoci piano. Le sue dita tracciavano linee sulla mia schiena, le mie sul suo ventre morbido. Parlammo a voce bassa: dei miei segreti con gli spinelli, della sbronza in cui mi ero svegliata senza mutandine, di come provocavo ancora mio padre ma ora sapevo che era sbagliato. Lei mi confessò la sua paura con Marco, di come non si sentiva mai vista davvero. Ridemmo piano, piangemmo, ci baciammo tra le lacrime.
«Sei mia» sussurrai io, stringendola. «E io sono tua. Tutta. Anche la parte rotta.»
Lei mi baciò la fronte. «La parte rotta è la più bella. Ti amo, Viola. Ti amo da morire.»
La notte genovese ci avvolse. La playlist sfumò in silenzio. Restammo così, corpi intrecciati, cuori che battevano allo stesso ritmo. L’abuso di mio padre non era più un segreto che mi divorava. Era una ferita che Laura aveva baciato, leccato, amato fino a farla brillare. E il nostro amore – lesbico, tenero, feroce, adolescenziale – era diventato ancora più profondo. Più vero. Più nostro.
Fuori, la città osservava. Dentro, io e Laura avevamo appena cominciato a costruire qualcosa che niente – né padri, né fidanzati, né segreti – avrebbe mai potuto spezzare. E mentre le sue dita mi accarezzavano piano tra le gambe, già pronte a ricominciare, io chiusi gli occhi e sorrisi. Per la prima volta, mi sentivo amata tutta intera.

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