lesbo
La Sibilla
Bolognavoglia
10.07.2026 |
259 |
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"La Sibilla cominciò a fotterla con quello, movimenti lunghi e profondi, l’altra mano che schiaffeggiava le natiche arrossate con forza..."
Una chiesa dimenticata tra i monti Sibillini, nascosta nella nebbia che saliva dalle gole oscure. La luce della luna filtrava attraverso le vetrate scheggiate, illuminando debolmente l’altare di pietra consumato dal tempo. L’aria era impregnata di incenso vecchio, cera sciolta e umidità terrosa. Era notte fonda, e solo il vento tra gli abeti rompeva il silenzio.La Sibilla, chiamata così da chi ancora osava pronunciare il suo nome, era una donna matura e imponente. Capelli neri striati d’argento le ricadevano sulle spalle come serpenti, il corpo voluttuoso avvolto in un mantello nero che nascondeva poco della sua carne bianca e matura. I seni pesanti, i fianchi larghi, le cosce forti: era la personificazione della strega antica, potente, crudele nella sua autorità. I suoi occhi verdi brillavano di una fame antica.
Davanti a lei, in ginocchio sul freddo pavimento di pietra, c’era Lucia, la giovane devota. Venticinque anni, corpo snello e pallido, capelli castani raccolti in una treccia disordinata. Indossava solo una camicia da notte bianca, ormai sporca di terra e sudore. I capezzoli tesi premevano contro il tessuto sottile. Era venuta lì di sua volontà, chiamata dal richiamo della Sibilla, devota fino alla sottomissione totale.
«Spogliati, puttana sacra,» ordinò la Sibilla con voce bassa e autoritaria, che echeggiò tra le navate vuote. «Mostrami quanto sei bagnata per la tua padrona.»
Lucia tremò, ma obbedì subito. Fece scivolare la camicia da notte lungo il corpo, restando nuda, le ginocchia arrossate dal pavimento. Il suo sesso già luccicava, le labbra gonfie e umide di eccitazione colpevole.
La Sibilla rise piano, un suono gutturale e crudele. Si avvicinò, afferrò la giovane per i capelli e le tirò la testa all’indietro, esponendo il collo. «Hai pregato tanto per questo, vero? Nella tua chiesetta di paese, mentre fingevi di essere pura. Invece sei solo una troia devota alla strega.»
Spinse due dita spesse e forti dentro la figa di Lucia senza preavviso. La ragazza gemette forte, un suono osceno che si mescolò all’eco della chiesa. La Sibilla le scopò con brutalità, le dita che entravano e uscivano con schiocchi bagnati, il pollice che premeva sul clitoride gonfio.
«Guarda come goccioli sul pavimento sacro… Che blasfemia deliziosa,» ringhiò la matura, chinandosi per mordere con forza un capezzolo di Lucia. La giovane urlò di dolore e piacere, le gambe che tremavano.
La Sibilla si tolse il mantello. Sotto era nuda, il corpo maturo e potente, il pube folto e scuro. Spinse Lucia a quattro zampe, il viso premuto contro l’altare freddo. «Lecca, devota. Lecca l’altare mentre ti scopo come meriti.»
Lucia obbedì, la lingua che scivolava sulla pietra antica mentre sentiva la Sibilla posizionarsi dietro di lei. La strega prese un grosso candelabro di ottone dal vicino candeliere, ancora tiepido di cera. Lo passò tra le natiche della giovane, strofinando la base spessa contro la figa fradicia.
«Ti voglio aperta, rotta, piena della mia autorità,» sussurrò.
Senza pietà, spinse il candelabro dentro di lei. Lucia gridò, il corpo che si inarcava mentre il metallo freddo e spesso la dilatava. La Sibilla cominciò a fotterla con quello, movimenti lunghi e profondi, l’altra mano che schiaffeggiava le natiche arrossate con forza.
«Di’ il mio nome mentre vieni, puttana,» ordinò.
«Sibilla… Padrona… ti prego…» singhiozzò Lucia, il piacere che montava come una tempesta.
La strega si mise a cavalcioni sulla schiena della giovane, sfregando la propria figa bagnata contro la pelle di Lucia mentre continuava a spingere il candelabro. I suoi umori colavano sulla schiena della devota, sporca e calda.
Quando Lucia venne, fu con un urlo strozzato, il corpo che si contraeva violentemente intorno all’oggetto, spruzzi chiari che bagnarono il pavimento della chiesa.
Ma la Sibilla non aveva finito. La fece girare sulla schiena, si accovacciò sul viso della giovane e le ordinò: «Bevi dalla tua padrona.»
Lucia aprì la bocca, la lingua che lavorava freneticamente sul clitoride grande e duro della matura, succhiando i labbri carnosi, ingoiando i succhi densi che colavano copiosi. La Sibilla si toccava i seni pesanti, tirandosi i capezzoli, mentre cavalcava la faccia della devota con movimenti autoritari e osceni.
«Più profonda, troia. Leccami il buco del culo mentre mi servi.»
Lucia obbedì, la lingua che scivolava più indietro, leccando anche l’ano della Sibilla con devozione perversa. La strega venne con un ringhio animale, inondando il viso della giovane di umori caldi e abbondanti, le cosce che tremavano intorno alla testa di Lucia.
Esauste e sporche, rimasero così per lunghi minuti: la giovane devota sdraiata sull’altare, il viso lucido di succhi, e la Sibilla in piedi sopra di lei, regina oscura dei monti.
«Tornerai ogni volta che ti chiamerò,» disse la matura, passando un dito sporco sulle labbra di Lucia. «Questa chiesa è il nostro altare di peccato.»
Lucia annuì, gli occhi pieni di adorazione e sottomissione totale. «Sì, Padrona Sibilla. Sono tua.»
Fuori, il vento dei Sibillini ululava come in approvazione.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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