lesbo
Le signore
Bolognavoglia
24.01.2026 |
3.820 |
7
"Ogni volta che ritraeva la lingua portava con sé un fiotto di umore cremoso, biancastro, che le colava sul mento e sul collo..."
L’ultima lezione di seta – versione intensaLa porta si chiuse con un tonfo sordo. La pioggia fuori era diventata un ruggito lontano, ma dentro l’aria era già densa, elettrica, satura di loro due.
Marina non si tolse nemmeno gli stivaletti. Spinse Elena contro il muro dell’ingresso con il corpo intero, palmo contro palmo, dita intrecciate sopra la testa di Elena. Si guardarono negli occhi per un secondo lunghissimo, poi Marina abbassò la bocca e la morse sul labbro inferiore, forte abbastanza da far comparire il sapore del ferro.
Elena gemette nel bacio, spinse il bacino in avanti, strofinandosi contro la coscia dura di Marina ancora fasciata dai jeans bagnati.
«Togliti tutto» ordinò Marina, voce bassa e graffiata.
Elena si liberò della camicia di seta con movimenti bruschi, il pizzo nero del reggiseno che finì sul pavimento insieme ai pantaloni e alle mutandine di cotone semplici, già inzuppate al centro. Marina la guardò nuda, quarantanove anni di curve morbide e pelle che sapeva ancora di crema alla vaniglia e di desiderio crudo.
Marina si inginocchiò. Non con grazia. Con fame.
Le aprì le cosce con le mani, pollice e medio che affondavano nella carne interna fino a lasciare segni rossi. Elena era già gonfia, le piccole labbra scure e lucide, il clitoride sporgente come se implorasse di essere toccato. Marina inspirò profondamente, il naso a pochi centimetri.
«Cazzo… senti questo odore» mormorò, quasi tra sé. «È acido, caldo, sa di te quando sei disperata.»
Poi affondò la lingua, un colpo lungo e piatto dalla fessura fino al clitoride. Elena sobbalzò, dita che si aggrappavano ai capelli corti di Marina.
Il sapore la colpì subito, intenso, quasi violento.
Era salato all’inizio, poi dolce-amaro, come miele lasciato fermentare troppo a lungo. C’era una nota metallica, quella del desiderio che si accumula da giorni senza sfogo. Più in profondità, quando spinse la lingua dentro, trovò un gusto più denso, cremoso, leggermente aspro, come latte cagliato mischiato a sale marino. Ogni leccata portava via un velo di umore trasparente e viscoso che le si attaccava al palato, le colava agli angoli della bocca.
Marina gemette contro la carne di Elena, il suono vibrò direttamente dentro di lei.
«Sa di fica matura… sa di donna che non si è più trattenuta» disse, alzando gli occhi lucidi. «Voglio berlo tutto.»
Infilò due dita, poi tre, spingendo fino alle nocche. Le pareti interne erano calde, gonfie, pulsanti. Quando le ritrasse, le dita erano rivestite di un filo denso, biancastro, che si allungava prima di spezzarsi. Marina se le portò alla bocca, succhiò rumorosamente, assaporando.
«Vieni qui» ringhiò Elena, tirandola su per i capelli.
La spinse sul divano, le strappò via la canottiera e i jeans con una furia che non aveva più bisogno di parole. Marina era fradicia. Le mutandine nere di pizzo erano appiccicate, il tessuto scuro quasi trasparente al centro. Elena gliele abbassò con i denti, lasciando segni rossi sulle cosce.
Quando aprì le grandi labbra di Marina con le dita, il profumo la investì: muschio pesante, leggermente fermentato, un sentore di lievito e di mare chiuso. Il clitoride era enorme, violaceo, lucido. Elena ci soffiò sopra, poi lo prese tra le labbra e succhiò forte.
Marina urlò, inarcandosi.
Elena scese più in basso. La lingua entrò dentro, lenta, girando sulle pareti interne. Il sapore era diverso da quello di prima: più denso, più animale. C’era una nota terrosa, quasi di fungo fresco, mischiata a un dolce salmastro che le si depositava sulla lingua come sciroppo caldo. Ogni volta che ritraeva la lingua portava con sé un fiotto di umore cremoso, biancastro, che le colava sul mento e sul collo.
«Dimmi quanto sei bagnata per me» sibilò Elena, le dita che pompavano dentro e fuori, schiaffeggiando rumorosamente contro la carne bagnata.
«Sto… sto colando… cazzo, sto colando sulla tua mano» ansimò Marina, voce rotta.
Elena tirò fuori le dita, lucide, filanti. Le avvicinò alla bocca di Marina.
«Assaggia quanto sei buona.»
Marina succhiò le dita di Elena con voracità, gemendo al proprio sapore: salato-intenso, con quel retrogusto acidulo che le faceva contrarre l’utero.
Poi fu Marina a ribaltare la situazione. Spinse Elena sul tappeto, le montò sopra a 69 rovesciato. Le cosce di Elena le incorniciarono il viso mentre Marina affondava di nuovo la bocca, succhiando il clitoride come se volesse strapparlo via. Elena le infilò la lingua dentro, leccando le pareti fino a sentire il sapore cambiare, diventare più denso, più cremoso, mentre Marina tremava sopra di lei.
Quando Marina venne, fu un’esplosione liquida. Un fiotto caldo, quasi chiaro, le inondò la bocca e il viso di Elena. Sapore di sale, di limone acerbo, di pura eccitazione animale. Elena bevve, ingoiò, si strofinò il viso contro quella fica pulsante mentre anche lei arrivava al culmine, stringendo le cosce intorno alla testa di Marina, venendo con spasmi violenti che le facevano schizzare umore sulla lingua dell’altra.
Rimasero così, intrecciate, bocche ancora premute contro i sessi dell’altra, respiri affannati, facce e colli lucidi di saliva e umori misti.
Il sapore di entrambe aleggiava pesante nell’aria: un cocktail denso di fica matura, sudore, saliva e desiderio senza più freni.
Nessuna delle due parlò per molto tempo.
Solo respiri, e il lento gocciolare della pioggia che ormai non copriva più nulla.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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