trans
Rossana e il professore
Bolognavoglia
01.04.2026 |
4.364 |
5
"»
Quando fui abbastanza bagnata di saliva, mi afferrò per i capelli e cominciò a scoparmi la bocca con spinte misurate ma implacabili..."
Quell’autunno entrai all’università di Giurisprudenza con il culo ancora segnato dalle notti con Enrico. Ogni volta che mi sedevo in aula sentivo un leggero bruciore, un ricordo vivo di quanto fossi diventata dipendente da essere usata senza pietà.Il professor Marco Bianchi teneva il corso di Diritto Privato. Quarantadue anni, alto, capelli sale e pepe tagliati con precisione, occhiali dalla montatura sottile che gli davano un’aria severa e intellettuale. Indossava sempre completi scuri di ottimo taglio, camicie bianche immacolate e cravatte sobrie. La voce era profonda, calma, autoritaria. Non alzava mai il tono, eppure quando parlava tutta l’aula pendeva dalle sue labbra. Era temuto e rispettato: esami durissimi, zero sconti, sguardo che sembrava leggerti dentro.
Io mi sedevo sempre nelle prime file, vestita in modo apparentemente sobrio ma con dettagli da troia nascosti: camicette un po’ troppo aderenti che lasciavano intuire il reggiseno push-up, gonne a tubino che mi fasciavano il culo ancora morbido e gonfio delle scopate estive, calze velate nere e, sotto, sempre un perizoma o un plug anale piccolo che mi ricordava chi ero diventata.
Lo guardavo per ore. Ogni volta che i suoi occhi freddi passavano su di me sentivo un brivido. Sapevo che non ero invisibile. Una volta, mentre spiegava la differenza tra obbligazione naturale e civile, mi fissò per qualche secondo di troppo. Arrossii violentemente e il cazzo mi si indurì sotto la gonna.
Una sera di novembre, dopo una lezione pomeridiana, rimasi indietro con la scusa di chiedergli un chiarimento su un articolo del codice. L’aula si svuotò. Eravamo soli.
«Professor Bianchi… posso rubarle cinque minuti?»
Lui alzò lo sguardo dalla scrivania, tolse gli occhiali e mi osservò con calma clinica.
«Rossana, giusto?»
Il fatto che sapesse il mio nome mi fece bagnare all’istante.
«Sì, professore.»
Si appoggiò allo schienale della sedia.
«Dimmi.»
Iniziai a balbettare qualcosa sull’articolo 1173, ma lui mi interruppe dopo poche frasi.
«Non sei qui per il codice civile, Rossana.»
Il cuore mi balzò in gola.
«Come… come dice, professore?»
Si alzò lentamente, girò intorno alla cattedra e si fermò davanti a me, a meno di un metro. Mi sovrastava. Il suo profumo era costoso, virile.
«Da settimane ti presenti alle mie lezioni vestita come una studentessa perbene… ma cammini come una puttana. Ti siedi in prima fila con le gambe un po’ troppo aperte per essere casuale. E quando ti guardo, arrossisci e stringi le cosce. Pensi che non me ne accorga?»
Deglutii. Il mio cazzo premeva contro il tessuto del perizoma.
«Io… non volevo…»
«Bugiarda.» La sua voce era bassa, controllata, ma c’era una nota di minaccia dolce. «Dimmi la verità. Che cosa vuoi realmente da me?»
Il silenzio nell’aula era assordante. Presi fiato e, con la voce che tremava, confessai:
«Voglio che lei mi usi, professore. Che mi tratti come la troia che sono. Voglio che mi umili, che mi distrugga… proprio lei.»
Per un attimo non disse niente. Poi un sorriso freddo, appena accennato, gli incurvò le labbra.
«Inginocchiati.»
Obbedii all’istante, lì, tra i banchi, sul pavimento freddo dell’aula magna deserta. Lui si slacciò lentamente la cintura, aprì i pantaloni e tirò fuori il cazzo. Era già mezzo duro: lungo, spesso, circonciso, con una cappella perfetta e venature evidenti. Elegante e crudele come lui.
«Apri la bocca.»
Lo presi con reverenza. Lui non mi spinse la testa, non ancora. Rimase fermo, lasciandomi lavorare con la lingua e le labbra mentre mi guardava dall’alto.
«Brava. Succhia più a fondo. Voglio sentire la gola di una studentessa pervertita che si strozza sul cazzo del suo professore.»
Quando fui abbastanza bagnata di saliva, mi afferrò per i capelli e cominciò a scoparmi la bocca con spinte misurate ma implacabili. Lacrime di mascara mi rigavano le guance. Ogni tanto si fermava, il cazzo sepolto fino in fondo, e mi teneva lì finché non mi mancava l’aria.
«Guardami negli occhi mentre ti scopo la gola.»
Obbedii. Il suo sguardo era gelido e bruciante allo stesso tempo.
Dopo qualche minuto mi fece alzare, mi girò e mi piegò sulla sua cattedra. Mi alzò la gonna, abbassò il perizoma e vide il piccolo plug che portavo quel giorno.
«Interessante» mormorò, ruotandolo lentamente. «Già preparata come una brava puttanella.»
Lo tolse con un movimento secco e, senza alcun preavviso, mi infilò due dita dentro, fredde e precise.
«Sei stretta… ma abituata a prenderlo, vero?»
«Sì, professore…»
«Da chi?»
«Da un vecchio… al mare…»
«Quante volte ti ha scopato?»
«Tutte le sere per una settimana…»
Sentii il rumore di un preservativo che veniva aperto. Pochi secondi dopo la cappella premette contro il mio ano.
«Non ti muovere. E non fare rumore. Se qualcuno passa nel corridoio e ti sente, ti lascio qui con il culo aperto e lo sperma che cola.»
Poi entrò. Lentamente, inesorabilmente. Era lungo e grosso, e lo spingeva tutto fino in fondo con una calma spaventosa. Quando fu completamente dentro, rimase immobile, lasciando che il mio corpo si adattasse al suo cazzo.
«Ora ascoltami bene, Rossana» sussurrò al mio orecchio, mentre iniziava a muoversi con colpi profondi e regolari. «Da oggi in poi questo culo mi appartiene. Verrai nel mio studio ogni volta che te lo ordino. Studierai come una brava studentessa… e ti farai fottere come la troia universitaria che sei. Chiaro?»
«Sì… professore…» gemetti, spingendo indietro contro di lui.
Mi scopò sulla cattedra per quasi quaranta minuti, cambiando ritmo: a volte lento e profondo, a volte veloce e brutale. Mi schiaffeggiava le natiche con il palmo aperto, lasciandomi impronte rosse. Mi tirava i capelli. Mi chiamava “signorina”, “troietta del primo anno”, “culo da 30 e lode”.
Quando venne, lo fece in silenzio, solo un respiro più profondo mentre mi riempiva il preservativo fino a strabordare. Poi lo sfilò, me lo legò davanti alla bocca e mi ordinò di tenerlo tra i denti mentre mi masturbavo fino a venire.
Venni con violenza, schizzando sul pavimento dell’aula mentre mordevo il lattice caldo del suo sperma.
Mi rialzò la gonna, mi sistemò il perizoma e mi diede un ultimo ordine prima di congedarmi:
«Domani pomeriggio, ore 18:00, nel mio studio privato al terzo piano. Bussa tre volte. Entra senza dire una parola. E porta il plug più grande che hai.»
Uscì dall’aula prima di me, lasciandomi lì, tremante, con il culo che pulsava e il cuore che batteva all’impazzata.
Mentre camminavo verso casa, sentivo ancora il suo sapore in bocca e il vuoto che aveva lasciato dentro di me.
Sapevo che non sarei più stata la stessa.
E non vedevo l’ora di essere distrutta di nuovo.
professore studente blowjob orale coercitivo scopata in aula plug anale umiliazione verbale scopata anale studio privato
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore.
Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Commenti per Rossana e il professore :

Discussioni sul pianeta Swinger e non solo...
