trans
Rossana seconda parte
Bolognavoglia
22.03.2026 |
2.514 |
4
"E fu proprio lì, al primo anno di Giurisprudenza, che incontrai lui: il professore di diritto privato..."
Da quella sera con il signor Rossi, il mio corpo non era più lo stesso. Il culo mi pulsava ancora per giorni ogni volta che ci pensavo, e il suo sperma che colava fuori mentre camminavo mi faceva bagnare all’istante. Lo incontravo di nascosto quasi ogni settimana, ma dentro di me cresceva un bisogno diverso: volevo qualcosa di più estremo, un uomo molto più vecchio, più autoritario, che mi trattasse come la troietta travestita che ero diventata.Arrivò settembre, l’ultimo mese prima dell’università. I miei mi avevano regalato una settimana al mare, in un residence tranquillo sulla costa adriatica, per “rilassarmi prima degli esami”. Partii da sola, con la valigia piena di lingerie rubata e un solo obiettivo: trovare qualcuno che mi distruggesse.
La terza sera, verso le nove, scesi sulla spiaggia deserta con un vestitino bianco corto e leggero, sotto il quale avevo messo il mio completino più sgualdrino: reggiseno di pizzo rosso fuoco che mi strizzava le tette finte, perizoma nero trasparente che mi divideva le natiche, calze a rete autoreggenti e tacchi alti. Mi ero truccata da puttana: rossetto scarlatto, ombretti scuri, ciglia finte. Camminavo lenta sulla sabbia, il vento che mi sollevava l’orlo del vestito e mi accarezzava il cazzo già mezzo duro.
Lo vidi seduto su una sdraio un po’ in disparte, sotto una lampada del lungomare. Aveva almeno sessantotto anni, forse settanta. Capelli completamente bianchi, barba corta e curata, un fisico massiccio da ex operaio, con una pancia prominente ma braccia ancora forti e mani enormi. Indossava una camicia di lino aperta sul petto peloso e pantaloni leggeri. Mi fissò subito, gli occhi che si stringevano mentre capiva che non ero una ragazza qualunque.
«Bella serata, vero?» disse con quella voce profonda e rauca, da fumatore incallito. Io mi fermai, il cuore che batteva forte. «Sì… molto bella.»
Parlammo per mezz’ora. Si chiamava Enrico, vedovo da cinque anni, era lì da solo perché “i giovani non capiscono più niente”. Mi guardava le gambe, il seno, la bocca. A un certo punto mi chiese diretto: «Tu non sei una ragazza normale, vero, piccola?»
Arrossii, ma il cazzo mi schizzò in alto nel perizoma. «No… sono una travestita. Mi chiamo Rossana.»
Lui sorrise lento, quasi cattivo. «Lo sapevo. E ti piace farti usare da un vecchio come me?»
Annuii, la voce che tremava. «Da morire.»
Non disse altro. Mi prese per mano e mi portò nel suo appartamento al residence, al pianterreno, con vista sul mare. Appena chiusa la porta mi spinse contro il muro, ma questa volta non c’era delicatezza. Le sue mani grandi mi alzarono il vestitino, mi strapparono quasi il perizoma e mi infilarono due dita callose e spesse direttamente nel culo, senza lubrificante, solo con un po’ di saliva che si sputò sulla mano.
«Cazzo, sei già aperta… qualcuno ti ha già sfondato, eh troia?» ringhiò mentre le dita mi allargavano senza pietà. Io gemetti forte, spingendo indietro. «Sì… ma mai uno come te…»
Mi fece inginocchiare sul tappeto. Tirò fuori il suo cazzo: enorme, venoso, curvo verso l’alto, con la cappella viola scura e già bagnata. Era più grosso di quello del signor Rossi, più vecchio, più cattivo. «Succhialo, puttanella.»
Lo presi in bocca tutto quello che potevo, soffocando, lacrimando mascara mentre lui mi teneva la testa e mi scopava la gola con colpi lenti ma profondi. «Brava… così… una vera troia da vecchiaia.»
Poi mi alzò di peso, mi piegò sul divano con il culo per aria, le calze ancora addosso. Mi leccò l’ano per minuti interi, lingua grossa e bagnata che entrava e usciva, mentre mi masturbava il cazzo da dietro. Quando fui fradicia di saliva, sentii la cappella premere.
«Adesso ti rompo, Rossana.»
Spinse tutto in un colpo solo. Urlai di dolore e piacere insieme. Era gigantesco, mi apriva come mai nessuno. Lui non si fermò: cominciò a fottermi con rabbia, le palle pesanti che sbattevano contro le mie, la pancia che mi premeva sulla schiena. Ogni stoccata mi faceva vedere le stelle. Mi tirava i capelli, mi schiaffeggiava il culo, mi chiamava “figlia di puttana”, “troia da pensione”, “culo da università”.
Mi venne dentro dopo quasi mezz’ora, un fiotto interminabile, denso, caldo come lava. Sentivo ogni schizzo riempirmi l’intestino, strabordare fuori mentre lui continuava a spingere. Io esplosi subito dopo: orgasmo anale puro, il mio cazzo che schizzava sul divano senza mani, le gambe che tremavano come foglie.
Quando uscì, il suo sperma colò a fiotti lungo le mie cosce, fino ai tacchi. Mi girò, mi baciò sulla bocca con la lingua che sapeva di culo e di desiderio vecchio.
«Torna domani sera, piccola. Ti voglio per tutta la settimana.»
Tornai tutte le sere. Ogni notte più sporca, più umiliata, più piena. Mi fece pisciare mentre mi scopava, mi legò, mi usò come una bambola di carne. Quando ripartii per l’università, il mio culo era ancora gonfio e il sapore del suo sperma mi restava in gola.
E fu proprio lì, al primo anno di Giurisprudenza, che incontrai lui: il professore di diritto privato. Quarantadue anni, elegante, sguardo glaciale… e io, Rossana, mi innamorai perdutamente. Ma questa è un’altra storia.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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