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Gay & Bisex

Per sempre


di Membro VIP di Annunci69.it Bolognavoglia
25.01.2026    |    4.117    |    20 9.7
"Si chinò su di me, il petto peloso contro la mia schiena, e iniziò a scoparmi con un ritmo lento e possessivo, ogni affondo accompagnato da un grugnito basso..."
Passarono tre settimane da quella sera nella sacrestia. Tre settimane in cui il mio corpo sembrava ricordare ogni centimetro di lui, ogni spinta, ogni gemito soffocato contro il legno antico. Non riuscivo a togliermelo dalla testa: il suo odore di incenso e sudore maschile, la ruvidezza delle sue mani, il modo in cui mi aveva riempito fino a farmi tremare.
Decisi che sarebbe successo di nuovo. Non per penitenza, stavolta, ma per fame.
Il pomeriggio del secondo incontro entrai in un negozio intimo alla periferia, uno di quelli con luci rosse soffuse e tende pesanti. Scelsi con cura, il cuore che martellava già al pensiero di indossarli per lui. Presi un completino nero: reggiseno a balconcino in pizzo trasparente, che lasciava intravedere i capezzoli, e un perizoma coordinato, minuscolo, con un fiocchetto di raso proprio sopra il sedere. Poi aggiunsi delle autoreggenti velate nere, con bordo di pizzo largo. Quando uscii dal camerino con tutto addosso, lo specchio mi restituì un’immagine che mi fece arrossire: sembravo pronto a essere divorato.
Quella sera pioveva di nuovo. Arrivai alla chiesa poco dopo le ventuno, l’ombrello gocciolante. La porta laterale era socchiusa, come promesso dal messaggio che mi aveva mandato due giorni prima su un numero anonimo: “Vieni quando il rosario finisce. Entra e sali direttamente al piano di sopra. La porta della canonica sarà aperta.”
Salii le scale strette, il rumore dei tacchi bassi delle autoreggenti che echeggiava nel silenzio. Entrai nella sua camera: un letto matrimoniale con lenzuola bianche immacolate, una croce di legno sopra la testiera, una lampada da comodino che diffondeva luce calda e arancione. Padre Antonio era già lì, in camicia nera sbottonata sul petto villoso e grigio, i pantaloni slacciati. Mi guardò come un lupo che riconosce la preda che torna da sola.
“Mostrami cosa hai portato per me, figliolo.”
Mi spogliai lentamente, lasciando cadere i jeans e la felpa, restando solo con la lingerie nuova. Lui inspirò forte, gli occhi che si scurivano. “Dio mio…” mormorò, quasi una bestemmia. Mi prese per la vita e mi buttò sul letto, faccia in giù. Le sue mani grandi accarezzarono il pizzo, tirarono il perizoma di lato senza toglierlo, proprio come la prima volta.
“Sei bellissimo così,” disse con quella voce rauca che mi faceva sciogliere. “Sembri fatto per essere preso.”
Mi preparò di nuovo con olio – lo stesso flacone nascosto, immaginai – ma stavolta ero già aperto dal desiderio, bagnato di saliva e anticipazione. Entrò con un unico movimento deciso, profondo, strappandomi un gemito lungo. Era ancora più grosso di come ricordavo, o forse ero io più sensibile. Si chinò su di me, il petto peloso contro la mia schiena, e iniziò a scoparmi con un ritmo lento e possessivo, ogni affondo accompagnato da un grugnito basso.
“Dimmi che sei mio,” ringhiò all’orecchio, mordendomi il lobo.
“Sono tuo, Padre… tutto tuo…”
Accelerò. Il letto cigolava sotto di noi, le molle protestavano, il pizzo delle autoreggenti sfregava contro le lenzuola. Sentivo il suo corpo maturo tendersi, i muscoli delle braccia gonfi mentre mi teneva fermo per i fianchi. Quando venne fu improvviso e violento: un ruggito strozzato, il suo cazzo che pulsava dentro di me, scaricando getti caldi e abbondanti. Li sentii distintamente, uno dopo l’altro, riempirmi fino a traboccare, colare lungo le cosce nonostante lui fosse ancora sepolto fino in fondo.
Rimase dentro qualche secondo, ansimando, poi si ritrasse piano. Il suo seme uscì in un rivolo denso e bianco, sporcandomi il perizoma e le autoreggenti. Non mi diede il tempo di riprendermi: mi girò sulla schiena, mi aprì le gambe e abbassò la testa tra le mie cosce.
La sua lingua calda e decisa si posò subito lì, dove ero ancora aperto e bagnato del suo piacere. Leccò lentamente, con cura quasi religiosa, raccogliendo ogni goccia di sé stesso dal mio buco sensibile. Succhiava piano, la barba che mi graffiava la pelle delicata, la lingua che entrava e usciva, ripulendomi mentre io gemevo e mi contorcevo sotto di lui. Era osceno, sacrilego, e infinitamente eccitante.
Quando ebbe finito alzò lo sguardo, le labbra lucide, gli occhi che bruciavano. Si chinò su di me, mi baciò profondamente, facendomi assaggiare il sapore salato e muschiato di lui sulla sua lingua. Il bacio durò a lungo, possessivo, quasi brutale.
Poi si staccò appena, il naso contro il mio, e sussurrò con voce bassa e definitiva:
“Sei mio per sempre, ormai. Il tuo corpo lo sa. La tua anima lo sa. Ogni volta che ti toccherai, penserai a questo sapore, a questo calore dentro di te. Non c’è più ritorno.”
Mi strinse forte contro il suo petto, il cuore che batteva ancora all’impazzata. E io, con il suo seme che ancora colava piano fuori di me e il sapore di lui in bocca, capii che aveva ragione.
Non volevo più tornare indietro.
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