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Mi chiamo Elena
Bolognavoglia
05.02.2026 |
5.802 |
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"Facciamo ancora l’amore con la stessa fame, solo più lenta, più profonda, più consapevole..."
Mi chiamo Elena. Avevo diciannove anni e il cuore che batteva a mille ogni volta che entravo in aula magna al primo anno di Medicina. Era ottobre, l’aria ancora calda di fine estate, e io mi sentivo piccola, terrorizzata e incredibilmente viva.Poi l’ho vista.
Sofia sedeva due file più avanti, i capelli castani raccolti in una coda disordinata, una matita tra i denti mentre prendeva appunti con una grafia che sembrava una danza. Quando si è girata per chiedere una gomma a chi le stava accanto, i nostri sguardi si sono incrociati per un secondo di troppo. Ho sentito qualcosa spezzarsi dentro di me, come se il mondo avesse cambiato colore.
Abbiamo iniziato a studiare insieme. Prima in biblioteca, poi nel suo monolocale minuscolo in via dei Mille, con il poster di Frida Kahlo sopra il letto e la finestra che dava su un cortile pieno di biciclette. Parlavamo di tutto: di cadaveri in sala settoria, di sogni, di famiglie, di paura di non farcela. E ogni sera, quando ci salutavamo sulla porta, il suo abbraccio durava un attimo più del necessario.
Una sera di novembre, dopo un esame scritto massacrante, siamo tornate a casa sua. Pioveva. Ci siamo tolte i cappotti bagnati ridendo come matte. Lei ha acceso una candela, ha messo su un disco di Nina Simone. Io tremavo, ma non per il freddo.
«Elena», ha detto piano, «se non ti bacio adesso credo che impazzisco.»
L’ho baciata io per prima.
Le nostre labbra si sono incontrate con una fame che non sapevo di avere. Le sue mani mi hanno preso il viso, poi sono scese lungo il collo, sulle spalle, sotto la felpa. Ho sentito i suoi palmi caldi sulla pelle nuda della schiena e ho gemuto nella sua bocca. Ci siamo spogliate lentamente, come se avessimo paura di rompere qualcosa di prezioso. La sua pelle era morbida, calda, profumava di vaniglia e di pioggia. Quando le ho sfilato il reggiseno, i suoi capezzoli si sono inturgiditi all’istante sotto le mie dita. Li ho baciati, li ho succhiati piano, ascoltando i suoi sospiri diventare sempre più profondi.
Mi ha fatta sdraiare sul letto. Mi ha guardata come se fossi un miracolo. Le sue dita hanno tracciato linee di fuoco sulle mie cosce, poi sono salite, lente, fino a sfiorarmi dove ero già bagnata fradicia. Quando ha toccato il mio clitoride per la prima volta, ho inarcato la schiena e ho sussurrato il suo nome come una preghiera. Ha disegnato cerchi lenti, poi più veloci, mentre con la bocca mi baciava il collo, i seni, la pancia. Mi ha penetrata con due dita, piano, con una delicatezza che mi ha fatto venire le lacrime agli occhi. Sentivo il suo pollice sul clitoride, le sue dita che si curvavano dentro di me cercando quel punto che mi ha fatto vedere le stelle.
«Vieni per me, amore», ha sussurrato contro le mie labbra.
E sono venuta. Forte, tremando, aggrappata alle sue spalle, gridando il suo nome mentre l’orgasmo mi travolgeva come un’onda.
Poi è stato il mio turno di esplorarla. L’ho baciata ovunque. Le ho leccato l’interno delle cosce fino a farla tremare. Quando ho affondato la lingua tra le sue labbra, calda e dolce, lei ha inarcato i fianchi e ha affondato le mani nei miei capelli. L’ho succhiata piano, poi più forte, seguendo il ritmo dei suoi gemiti. Le ho infilato due dita mentre continuavo a leccarla, e l’ho sentita stringersi intorno a me, bagnata, pulsante. È venuta con un grido soffocato, le gambe che tremavano, il mio nome sulle labbra come una litania.
Ci siamo addormentate intrecciate, sudate, felici, con il cuore che batteva allo stesso ritmo.
Sono passati trent’anni.
Oggi abbiamo entrambe cinquant’anni. Io sono primario di Cardiologia all’ospedale Niguarda, lei è una delle migliori neurochirurghe pediatriche d’Italia. Abbiamo una casa con il giardino fuori Milano, due gatti, un cane anziano e una figlia di ventitré anni che studia Medicina (e che non sa ancora che le sue mamme si sono innamorate nello stesso corridoio dove lei ora va a lezione).
Ogni tanto, quando torniamo a casa tardi, ci guardiamo e sorridiamo. La stessa scintilla di quella prima sera è ancora lì. La baciamo ancora come se fosse la prima volta. Facciamo ancora l’amore con la stessa fame, solo più lenta, più profonda, più consapevole. Sappiamo esattamente dove toccarci, come far venire l’altra in trenta secondi o in un’ora, a seconda dell’umore. E quando finiamo, ci stringiamo forte, sudate, con il fiato corto, e io le sussurro sempre la stessa cosa:
«Ti amo ancora come quel primo giorno sotto la pioggia.»
E lei, ogni volta, mi risponde con gli occhi lucidi: «Di più, amore. Di più.»
Siamo ancora noi. Due ragazze spaventate e coraggiose che si sono scelte per sempre.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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