Il debito, la riscossione
Il corridoio era buio, silenzioso. Elena dormiva già da ore. Mi ero infilato in casa senza fare rumore, ancora sudato dopo il calcetto.
La luce filtrava dalla fessura della porta di Giulia. Socchiusa. Mi ci sono avvicinato piano.
Giulia era a novanta gradi sul bordo del letto. Dietro di lei, inginocchiato, c'era Marco — l'amico dell'università che lei chiamava "lo sfigato", "il brutto", ma che era l'unico in grado di farle passare analisi matematica senza sforzo. L'aveva aiutata per mesi, le aveva fatto esami, le aveva spiegato teoremi. E ora, come ogni volta che la aiutava, stava riscuotendo.
Il suo viso era sepolto tra le natiche di Giulia, le stava leccando da dietro con metodica precisione. Giulia sopportava, il respiro regolare, gli occhi chiusi.
"Così va bene?" chiese Marco, la voce soffocata.
"Sì," rispose lei, monotona. "Continua."
Il pigiamino era sollevato. Giulia si tolse il pezzo sopra, le tette uscirono — grandi, bianche — ma lei non le guardò. Erano lì, parte del pagamento.
Ero impalato sulla soglia, invisibile.
Poi si girò. I nostri occhi si incrociarono. Un cenno impercettibile: aspetta.
Si staccò da Marco, si inginocchiò di fronte a lui. Lui si alzò in piedi, aprì i pantaloni, tirò fuori l'erezione — piccola, grinzosa, già gocciolante.
"Il favore," disse Giulia, la voce neutra. "Saldiamo."
Marco annuì, ansioso. "Sì, cazzo, sì. Dopo tutto quello che ho fatto per te..."
"Lo so," lo interruppe lei. "Lo so cosa ti devo."
Prese quel cazzo con due dita. Poi sputò. Una volta, due volte, direttamente sulla cappella. La saliva scivolò lungo la carne, lucida, viscosa.
"Meglio," mormorò, e iniziò a muovere la mano.
L'odore si espanse nella stanza — quello acre di cazzo eccitato, di sesso meccanico. Marco lo sentì, e qualcosa in lui si scatenò.
"Oh sì, troia," ansimò, le mani che le afferravano i fianchi. "Così, cazzo, così."
Giulia accelerò, il polso che andava avanti e indietro. Ma Marco resisteva, troppo eccitato per venire subito, troppo intento a godersi il momento. E lei voleva finire, voleva chiudere la transazione.
Così si chinò. Con la mano che continuava a muoversi sull'asta, abbassò la testa e prese le sue palle in bocca.
Marco gridò, emise un suono animalesco. "Cazzo, Giulia, cazzo..."
Lei succhiava, leccava, bagnava tutto con la saliva che le colava dalle labbra. Sbavava sulle sue palle, sulla base del cazzo, lasciando che il liquido scendesse a lubrificare la mano che si muoveva. Era un gesto meccanico, efficiente — voleva farlo venire, voleva finire.
"Ti piace?" chiese Marco, il respiro affannoso, il corpo che tremava. "Ti piace il mio cazzo, puttana?"
Giulia si staccò dalle palle, la bocca lucida di saliva, le labbra gonfie. Guardò lui, poi me.
"No," disse, la voce ferma mentre la mano continuava a muoversi e l'altra si premeva sulle palle bagnate. "Non mi piace il tuo cazzo. Sei lo sfigato dell'università, Marco. Il peggiore. Brutto, goffo, senza un euro."
Lui grugnì, eccitato di più. "E tu?"
"Io sono la più fica dell'università," rispose lei, chinandosi di nuovo per leccare le palle, la lingua che ne ricopriva una, poi l'altra, sbavando copiosamente. "La più bella, la più desiderata. E tu lo sai. E sai che puoi avermi solo così. Solo pagando."
Marco rabbrividì, il corpo irrigidito. "Sì," ansimò. "Sono uno sfigato, sono il peggiore, ma sono bravo a studiare, e quindi mi devi questo..."
Giulia si staccò di nuovo, la bocca piena di saliva che le colava sul mento. Accelerò la mano, il suono umido che riempiva la stanza — schiocchi viscidi di carne bagnata contro palma bagnata.
"Vieni," ordinò lei, impaziente. "Sbrigati."
"Vengo," ansimò lui. "Cazzo, sto per venire..."
Giulia lo deviò con un gesto secco verso il pavimento. Marco esplose con un urlo soffocato, grugnendo come un maiale, il corpo piegato in due. Schizzò in spruzzi disordinati sul parquet, macchie bianche e viscide che si mescolarono alla saliva che lei aveva lasciato cadere.
Marco barcollò, sfinito, felice. Si tirò su i pantaloni con fatica, borbottò un ringraziamento, passò accanto a me senza vedermi.
Giulia si alzò, si asciugò la bocca con il dorso della mano, poi mi guardò.
"Vedi?" chiese. "Efficienza. Lui ha studiato, io ho sbavato. Equilibrio."
Si avvicinò a me, nuda, gli occhi diversi.
"Ma tu," sussurrò, la mano che scendeva sulla mia erezione, "cosa mi offri? E cosa vuoi in cambio?"
Sorrise.
"Chiudi la porta. Troviamo un equilibrio anche noi.
Marco se n'era andato, barcollante, soddisfatto. La porta si era chiusa alle sue spalle con un click che sembrava sigillare un patto.
Giulia si alzò dal letto. Nuda. E io vidi tutto — la pelle ancora lucida di sudore, le cosce che brillavano, la macchia scura tra le gambe. Era fradicia, ancora bagnata dalle leccate che lo sfigato le aveva dato dietro, umida e pronta.
Si avvicinò a me. Senza dire una parola, la sua mano scese sulla mia tuta, la abbassò. Il mio cazzo saltò fuori, eretto, pulsante, doloroso dopo tutto quel tempo a guardare.
"Posso?" chiese, la voce diversa ora. Non più fredda, non più meccanica. Viva.
Annuii, incapace di parlare.
Le sue dita mi presero, calde, salde. Mi liberò completamente, spingendo giù tuta e boxer fino alle ginocchia. Poi mi guardò negli occhi.
"Mia sorella ha il sonno pesante," disse, quasi sussurrando. "Non si sveglia neanche se urli. Puoi approfittare, se vuoi."
Il suo sguardo scese sul mio cazzo, poi risalì su di me.
"La scelta spetta a te," continuò. "Ma se decidi di restare... puoi venire dentro. Prendo la pillola. Da anni."
Si girò. Si appoggiò al bordo del letto, le mani sul materasso, le ginocchia sul bordo. Si divaricò leggermente, offrendomi quel culo che Marco aveva appena leccato, quella figa che gocciolava ancora del suo saliva e della sua eccitazione.
"Scopami Così," disse, guardandomi da sopra la spalla. "A novanta. Scopami Come un matto."
Non ci pensai. Mi posizionai dietro di lei, le mani che le afferravano i fianchi, la cappella che cercava l'ingresso. La trovò subito, bagnata, aperta, calda. Entrai in un colpo solo, fino in fondo, il mio cazzo che scompariva completamente dentro di lei.
Giulia gemette, un suono che non avevo mai sentito prima. Non meccanico, non finto. Reale.
"Porco," ansimò, il corpo che si spingeva indietro contro di me. "Sei un porco."
Affondai le mani sotto di lei, le trovai le tette — grandi, pesanti, che dondolavano a ogni spinta. Le afferrai con forza, le usai come maniglie, tirandola verso di me mentre affondavo ancora, ancora, ancora.
"Non dirò niente," continuò, il respiro affannoso, la voce rotta dai colpi che le davo. "Non dirò niente a mia sorella. Non dirò niente se mi scopi così. Se mi riempi. Se mi usi come una puttana."
La mia testa ronzava. La sentivo tutta, calda, stretta, bagnata. Le mie mani le stringevano le tette, le pizzicavo i capezzoli, le lasciavo andare solo per afferrare i fianchi e spingere più forte, più a fondo, più selvaggiamente.
"Più forte," ansimò lei. "Cazzo, più forte. Riempimi. Vieni dentro. Voglio sentirti."
Accelerai. I nostri corpi sbattevano l'uno contro l'altro in un ritmo animale, il letto che cigolava, le mie palle che sbatterono contro il suo clitoride a ogni affondo. Sentivo che stavo per venire, le palle che si contraevano, la schiena che si irrigidiva.
"Ci sono," ansimò lei. "Vieni. Vieni dentro. Riempimi, cognato. Riempimi."
Esplosi. Un orgasmo che mi fece vedere nero, le gambe che cedevano, le mani che le affondavano nei fianchi per tenerla salda mentre sparavo dentro di lei, ondata dopo ondata. L'ho sentito disse — il mio seme che le riempiva la fica, che le colava lungo le cosce, che si mescolava a quello che Marco aveva lasciato sul pavimento e alla saliva che ancora le bagnava il culo.
Sono crollato su di lei, il petto sulla sua schiena, il respiro affannoso che si mescolava al suo. Le tette erano ancora nelle mie mani, ora accarezzate, ora strette con tenerezza.
Giulia si girò, sotto di me, e mi guardò. Gli occhi lucidi, il viso in fiamme, il corpo ancora connesso al mio.
"La prossima volta," sussurrò, "forse ti farò leccare anche. Così sono ancora più bagnata quando mi scopi."
Mi baciò. Un bacio Lento, profondo, con la lingua che sapeva di me e di lei e di tutto quello che avevamo fatto.
"Ora vai," disse, staccandosi. "Prima che mia sorella si svegli.
Mi alzai, tremante, confuso, felice. Mi sistemai i vestiti mentre lei rimaneva lì, sul bordo del letto, nuda, con il mio seme che le colava lentamente lungo la gamba.
"Giulia," dissi, sulla porta.
"Sì?"
"Grazie.
Rise. Quella risata che non avevo mai sentito, libera, vera.
"Vai, porco," disse. "A domani."
Chiusi la porta alle mie spalle. Nel corridoio, il silenzio. Nella stanza di Elena, il russare continuo.
Tornai nella mia stanza. Non dormii.
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