Loredana si racconta
«io ed Elena ci ritrovammo di nuovo a fare tardi. Il sole era già calato da un pezzo e noi eravamo sulle nostre vecchie biciclette, stanche, con la pelle ricoperta da una patina appiccicosa di sale, sabbia e sudore. I vestiti ci si incollavano addosso e sapevamo che a casa ci avrebbero fatto un terzo grado per il ritardo.»
Fece scivolare una gamba sopra la mia, riallacciando il contatto fisico con quella solita disinvoltura.
«Per guadagnare tempo decidemmo di prendere una scorciatoia: una stradina sterrata, poco illuminata, che passava dietro i garage del paese. Ma a metà percorso ci trovammo la strada sbarrata. C'era un gruppo di ragazzi del posto — i classici sbruffoni che si credevano i padroni della zona — seduti sui muretti con le birre in mano.»
Loredana sorrise, ricordando l'atteggiamento di quella sera.
«Appena ci videro arrivare con le bici, tre di loro si alzarono e si misero in mezzo alla strada, incrociando le braccia. Ci fermammo a pochi centimetri da loro, con il fiato corto per la pedalata. Uno di loro, il più arrogante del gruppo, ci guardò dall'alto in basso, soffermandosi sulla stoffa bagnata dei nostri top.»
La sua voce scese di tono, facendosi più calda e profonda.
«'Da qui non si passa gratis, ragazze', disse lui con un sorriso sfacciato. 'Se volete la scorciatoia per tornare a casa in tempo, c'è un pedaggio da pagare: un bacio con la lingua a ciascuno di noi. Altrimenti vi tocca fare il giro largo a piedi.'»
«All'inizio ci salì un rabbia assurda», disse Loredana, rilasciando una risatina bassa che le fece vibrare il petto contro il mio. «Elena piazzò subito il cavalletto della bici con una mossa stizzita e cominciò a insultarli, dicendogli che erano dei falliti e che potevano scordarselo.»
La sua mano, finora pigra sulla mia pancia, iniziò a muoversi con maggiore intenzione, scendendo con una lentezza calcolata.
«Io rimasi un passo indietro, immobile sulla sella, con i piedi a terra. Volevo fare la parte di quella incazzata, ma dentro di me stava succedendo tutt'altro. Avevo le gambe ancora tremanti per la pedalata, il sudore che mi colava tra i seni e la salsedine che mi pizzicava la pelle. Guardavo quei tre ragazzi: erano arroganti, odoravano di birra ed estate, e ci fissavano con una fame così spudorata da farmi girare la testa.»
Loredana morse leggermente il labbro, soffermandosi sul ricordo preciso di quell'impatto emotivo.
«Contro qualsiasi previsione, contro ogni logica o senso del pudore, quella richiesta così prepotente mi fece scattare una scossa improvvisa nel basso ventre. Il pensiero di essere messa con le spalle al muro in quella stradina buia, sporca e affannata, dovendo regalare la mia bocca a tre sconosciuti per poter passare... mi accese in un modo spaventoso. Più Elena protestava, più io sentivo il mio centro diventare liquido e caldo.»
Si sporse in avanti, incollando la sua bocca al mio orecchio prima di mormorare:
«Mentre Elena litigava, io feci un passo avanti con la bici. Guardai il capo della cricca dritto negli occhi e gli dissi: 'Dai, non perdiamo tempo. Chi comincia?'... Lasciando Elena completamente di sasso.»
La cricca non era composta dai soliti bellocci da spiaggia, ma da sei ragazzi del paese, tutti piuttosto bruttini, segnati da un'acne ostinata e abituati a guardare la vita da parte. Per loro, Loredana ed Elena erano un mito inafferrabile: le "ragazze di città", protagoniste indiscusse delle loro fantasie più sfrenate e dei loro racconti estivi spinti. Già dall'estate precedente, dopo averle spiate di nascosto tra le rocce della scogliera, si ritrovavano la sera a raccontarsi nei minimi dettagli quante seghe si erano fatti pensando a loro, fino a schizzare l'anima al buio, sognando anche solo di poterle toccare.
Quando Loredana pronunciò quelle parole — «Chi comincia?» — nei loro occhi si accese una luce tra il panico e l'incredulità. Si resero conto all'istante che un'occasione del genere non si sarebbe ripresentata mai più nella vita.
«Elena mi guardò come se fossi impazzita», continuò Loredana, le dita che tracciavano solchi leggeri sul mio fianco. «Ma ormai il gioco era iniziato e l'eccitazione nella stradina era diventata un'aria densa, quasi soffocante. I sei ragazzi si scambiarono un'occhiata complice, tremando leggermente per la foga. Il primo si fece avanti svelto, con le mani che gli tremavano per l'agitazione.»
Loredana inarcò leggermente la schiena, risucchiata dal ricordo di quel contrasto tra la loro incertezza e il proprio potere assoluto.
«Aveva la pelle del viso rovinata dai brufoli e un'aria quasi disperata, ma quando la sua bocca cercò la mia, l'impatto fu travolgente. Aveva il sapore forte della birra e un'urgenza cieca. Non gli diedi un bacio leggero: gli infilai la lingua in bocca senza riserve, godendomi il modo in cui il suo corpo si irrigidì all'istante, investito da un piacere che non aveva mai persino osato sognare. Sentivo il suo respiro affannato spezzarsi contro le mie guance salate, mentre le dita di Elena, ormai contagiata da quella follia, afferravano il secondo ragazzo per la maglietta, spingendolo a fare lo stesso con lei.»
Loredana si sentiva come posseduta. Qualsiasi freno inibitorio era del tutto crollato, rimpiazzato da una fame cieca e da una curiosità carnale che non sapeva nemmeno di avere.
L’aria nella stradina era un cocktail denso e pungente: l'odore di birra a buon mercato si fondeva con quello acre delle canne che i ragazzi stavano fumando e con la scia salata dei loro corpi sudati. Ma più di tutto, a dominare era l'odore metallico e caldo della saliva, scambiata senza alcuna sosta.
«Non mi limitavo a baciarli», sussurrò Loredana, gli occhi ormai ridotti a due fessure lucide al ricordo. «Ero diventata insaziabile. Passavo da una bocca all'altra senza fare distinzioni. Infilavo la lingua a fondo nelle loro bocche, riempiendole di saliva, sbavando senza alcuna vergogna sui loro menti e sulle loro guance calde. Sentivo i loro corpi tremare, le loro dita maldestre e incerte che provavano a sfiorarmi i fianchi mentre io gli divoravo le labbra.»
Elena, contagiata del tutto da quel vortice d'erotismo grezzo, non era da meno. Si era lasciata andare alla stessa follia: si scambiava baci profondi, umidi e rumorosi con i ragazzi al suo fianco, spingendosi persino a staccarsi per un secondo e baciare Loredana sulla bocca, mescolando i sapori di tutti in un unico intreccio sfrontato.
I sei ragazzi erano completamente smarriti, sopraffatti da quel sogno a occhi aperti. SENTIRE la saliva di Loredana scivolare tra le loro labbra, assaggiare la ragazza di città che avevano sognato per interi inverni mentre si masturbavano al buio, li stava facendo impazzire. Le loro mani andavano a vuoto per la foga, la respirazione era diventata un affanno collettivo, mentre l'odore di quell'incontro Proibito e sporco sigillava la notte più folle della loro vita.
Loredana sospirò, un suono caldo che le uscì dalla gola mentre la sua mano scivolava con decisione lungo il mio interno coscia, come a voler accompagnare il picco di quell'eccesso.
«La sua voce squarciò l'aria densa della stradina», mormorò, stringendo leggermente la presa. «'Tiratevi fuori tutti i cazzi, ora!' gridò il capo del gruppo, con quel tono perentorio che non ammetteva repliche, imposto più dalla foga del momento che da una vera autorità.»
L'effetto di quel comando fu immediato e devastante per l'atmosfera già incandescente. I sei ragazzi, scossi da quell'ordine diretto, non se lo fecero ripetere due volte. Con le mani tremanti per l'agitazione, slacciarono le cinture e fecero scivolare i pantaloni, liberando le loro erezioni già tese, pronte, pulsite di fame accumulata in mesi di fantasie al buio.
«Io ed Elena ci ritrovammo lì, in mezzo a quella stradina buia, circondate da sei membri nudi e rigidi che svettavano davanti a noi», continuò Loredana, gli occhi lucidi nel rivivere quella scena assurda. «L'odore di birra ed erba venne travolto da quello forte, mascolino, di carnalità pura. Vederli tutti e sei così, esposti, disperati dalla voglia e completamente alla nostra mercé, fu la scossa definitiva. Qualsiasi traccia di razionalità sprofondò nel buio, lasciando spazio solo alla fame più sfrenata.»
Loredana fece una pausa, lasciando che il suo respiro caldo e irregolare si posasse sulla mia pelle prima di riprendere il racconto.
«Noi due eravamo ragazze di città, abituate a qualche bacio stampato o a carezze impacciate con i nostri fidanzatini», ammise, la voce che scendeva di un'ottava, facendosi quasi roca. «Non avevamo mai visto un cazzo dal vivo in vita nostra. E lì, improvvisamente, ce ne trovavamo sei davanti, eretti, venati, caldi, a pochi centimetri dai nostri visi.»
La sua mano, posata sul mio ventre, si fece più pesante, mentre i suoi occhi cercavano i miei nel buio della stanza.
« Non sapevamo nemmeno da dove cominciare, cosa fare con le mani o con la bocca davanti a tutta quella carne esposta. Ma se le nostre menti erano sbalordite, i nostri corpi avevano già deciso per noi. Le nostre fichette di città non mentivano: sentivo la seta dei miei pantaloncini diventare zuppa, un calore liquido e inarrestabile che mi colava tra le cosce. Elena mi guardò e capii che per lei era esattamente la stessa cosa. Eravamo bagnate fraciche, senza alcun ritegno.»
Un sorriso sfrontato le increspò le labbra mentre ricordava il contrasto di quei minuti.
«Il ritardo a casa? Spazzato via. Le punizioni dei genitori? Inesistenti. E i nostri ragazzi di città, a cui solo dieci minuti prima avevamo mandato un selfie carino con la faccina dolce per dire che stavamo tornando... beh, in quel momento non esistevano più. Erano cancellati dalla realtà. Ci dimenticammo completamente di loro, travolte dall'odore di birra, dal sudore di quella stradina e dalla visione di quei sei cazzi dritti che aspettavano solo di essere toccati.»
Loredana contrasse leggermente i muscoli delle cosce, l'aria nella stanza resa ancora più calda dalle sue parole.
«Non era il profumo pulito del bagnoschiuma a cui eravamo abituate», sussurrò, lasciando che le labbra sfiorassero l'incavo del mio collo. «L'odore ci investì le narici in un istante, forte, denso, quasi stordente. Nessuno di loro, quella mattina, avrebbe mai potuto sognare cosa sarebbe successo in quella stradina. L'igiene era stata letteralmente l'ultimo dei loro pensieri: venivano da ore di spiaggia, sudore, polvere e calura estiva.»
Fece scivolare la mano lungo il mio petto, lentamente, lasciando che l'unghia graffiasse la pelle appena.
«Alcune di quelle cappelle, lucide di umidità e di secrezioni accumulate sotto la pelle, emanavano un odore quasi nauseabondo, un aroma selvaggio di smegma e formaggio rancido misto al sale del mare. Un odore forte, acido, che avrebbe dovuto farci scappare a gambe levate.»
Invece, Loredana rilasciò un lungo sospiro, gli occhi socchiusi nel ricordo di quel disgusto che si trasformava in una perversa forma di eccitazione.
«Ma in quella situazione assurda, con la testa che ci girava per la birra e le canne, persino quel lezzo stagnante diventò benzina sul fuoco. Ci faceva capire quanto quel momento fosse reale, sporco, privo di qualsiasi filtro. Guardai Elena: anche lei aveva avvertito quella vampata pungente, ma invece di tirarsi indietro, si sporse ancora di più verso di loro, le narici dilatate, pronta a immergersi del tutto in quel degrado carnale che non aveva più nulla di umano.»
Loredana fece una pausa, lasciando scappare una risata breve e sommessa, carica di quell'arroganza spietata che solo le ragazze bellissime sanno avere.
«Il capo del gruppo era il più esaltato di tutti», mormorò, stringendo un po' di più le dita sulla mia spalla. «L'estate prima ci aveva provato con me sulla spiaggia. Si era avvicinato al mio lettino balbettando qualcosa, cercando di fare il grande, ma io non l'avevo degnato neanche di uno sguardo. Per me era solo un bullo grasso, brufoloso e insignificante, una figura di sfondo che avevo rimosso dalla memoria un secondo dopo.»
Le dita di Loredana scesero lente lungo il mio addome, calde e deliberate.
«Ma lui non l'aveva dimenticato. Per un anno intero si era portato dentro l'umiliazione di quel rifiuto, alimentandola con le sue fantasie al buio. E ora che mi aveva lì, piegata in quella stradina, sporca e cosparsa dalla loro saliva, voleva tutto. Non gli bastava più un bacio o uno sguardo: voleva prendersi la sua rivincita completa, la rivalsa del ragazzo del paese sulla fighetta di città che l'aveva ignorato.»
Si sporse verso di me, con la bocca a un soffio dalla mia, mentre la sua gamba si incastrava definitivamente tra le mie.
«'Ora ti ricordi di me, vero?' mi disse con una voce rauca, impastata di rabbia e desiderio, mentre spingeva il suo bacino in avanti per mettermi il suo cazzo a un millimetro dal viso. Aveva un'erezione enorme, pesante, segnata dall'odore acido e forte di chi si era tenuto tutto dentro per mesi. Vederlo così disperato e al tempo stesso così padrone della situazione mi fece tremare le ginocchia. Non c'era più la ragazza snob dell'anno prima: c'ero solo io, pronta a mandare giù ogni sua pretesa pur di toccare il fondo di quella follia.»
Loredana trattenne il fiato, come se stesse rivivendo l'attimo esatto in cui aveva capito che il controllo non era più nelle sue mani.
«Prima di spingermi la testa verso di lui, si fermò», mormorò, tracciando con la punta dell'unghia una linea lenta lungo la mia mandibola. «Sentivo la sua respirazione pesante a un soffio dalle mie labbra. Ha avuto un attimo di esitazione, una pausa in cui nei suoi occhi si è accesa una luce diversa, quasi calcolatrice. Aveva capito perfettamente di avere in pugno la ragazza che l'anno prima non lo degnava di uno sguardo.»
La sua mano scese lungo il mio collo, stringendo appena con una presa calda e possessiva.
«Nella sua testa stavano scorrendo tutte le scene dei porno che si era divorato al buio per mesi, tutte quelle lezioni di sottomissione che aveva sempre sognato di infliggermi. Voleva godersi ogni singolo secondo di quella rivincita, senza fretta, assaporando il sapore del suo potere su di me prima di usare la mia bocca.»
Loredana sorrise nell'ombra della stanza, un sorriso carico di una perversa resa.
«'Aspetta,' disse agli altri con un tono freddo, perentorio, fermando le loro mani maldestre che cercavano me ed Elena. 'Prima di farla bere, questa fighetta di città deve imparare le buone maniere. Deve capire chi commanda qui stasera.' E in quel momento, vedendolo sovrastarmi con il suo corpo pesante e il suo cazzo sporco e teso a pochi centimetri dal mio viso, capii che la lezione che stava per darmi sarebbe stata indimenticabile.»
Loredana lasciò cadere la testa all'indietro sul cuscino, lasciando che i suoi ricordi fluissero senza più alcun filtro, la voce ridotta a una scia calda e tremante.
«Il capo fece un gesto svelto e i due ragazzi più grandi si avvicinarono a me», mormorò, mentre le sue dita si stringevano sul mio fianco con una forza improvvisa. «'Sentite un po' come reagisce la fighetta di città', disse loro con una risata grassa. Io, che fino a quel giorno ero stata a mala pena sfiorata da sopra i maglioni dai miei coetanei, mi ritrovai seminuda in mezzo a quella stradina sterrata, travolta da un'onda d'urto di carnalità grezza.»
La sua schiena si inarcò leggermente, rievocando quel sovraccarico sensoriale.
«Quattro mani enormi, sporche di polvere e sudore, si inflrarono dappertutto: mi stringevano i fianchi, mi afferravano i glutei, mi strofinavano il seno bagnato senza alcuna delicatezza. Contemporaneamente, due lingue pesanti si fecero strada sul mio collo e sul mio petto, tracciando scie di saliva calda sul mio corpo ancora giovane, che si stava formando del tutto solo in quel momento. I due si accorsero subito di quanto fossi zuppa. Fecero scivolare le dita tra le mie cosce e sentirono il disastro che avevo combinato.»
Loredana morse il labbro, soffocando un piccolo sospiro.
«Iniziarono a riservarmi un lavoretto pesante con le dita, impastandomi senza pietà e insultandomi a mezza voce: 'Guarda qui la santarellina... fa tanto la difficile in spiaggia e poi ha un lago inarrestabile tra le gambe'. Quelle parole spietate mi finirono di spezzare. La vergogna si fuse del tutto con un godimento perverso e violento.»
Fece scivolare lo sguardo su di me, gli occhi socchiusi e lucidi.
«Elena assisteva a tutta la scena a pochi passi da me. Vedendo che avevo definitivamente ceduto, che ero completamente in balia di quei ragazzi e della mia stessa voglia, venne investita dalla stessa identica consapevolezza. Quella sarebbe stata la nostra prima vera esperienza sessuale: niente candele, niente romanticismo come avevamo sempre immaginato nei nostri discorsi da adolescenti, ma solo terra, sudore, insulti e cazzi esposti. Eppure, la sua fica colava come un rubinetto aperto, azzerando qualsiasi possibilità di tornare indietro.»!!!
Proprio mentre il clima era al massimo, al capo del gruppo balzò in testa un'idea completamente assurda», mormorò, inclinando la testa di lato. «Accanto a lui c'era Buk, un cane meticcio enorme che lo seguiva ovunque.
Senza che ce ne accorgessimo il capo gli fece un cenno al cane che si posizionò proprio dietro i nostri culi seminudi.
Loredana socchiuse gli occhi, dal ricordo di quel dettaglio bizzarro.
Senza farsi notare da nessuno, approfittando del buio e del fatto che tutti gli altri erano concentrati su di noi, il ragazzo più brutto del gruppo con la mano prese la testa di buk e indirizzò il muso di Buk, tra i nostri culi ignari e odorosi.
L'effetto fu immediato: non appena il cane sentì il nostro odore, sgranò gli occhi e impazzì completamente.»
«Buk iniziò a leccare come un indemoniato. La sua lingua enorme e ruvida scattava a una velocità frenetica per catturare ogni singolo umore delle nostre fiche, facendolo ansimare e muovere la testa a scatti da una parte all'altra con un'impetuosità quasi comica. Quel movimento improvviso e fuori controllo del cane ci fece cedere definitivamente.
Il gruppo di ragazzi, vedendo la reazione completamente smodata di Buk, colse al volo l'occasione per trasformare l'accaduto nell'ennesima forma di sberleffo.
Vedendo che il cane continuava a leccare in modo frenetico e a scattare da una parte all'altra con il muso del tutto imbrattato, capirono che Loredana ed Elena — ancora confuse e con l'adrenalina a mille per la situazione— non avevano conservato la minima dignità.
«Guarda Buk come si è preso bene!» gridò uno dei ragazzi, esplodendo in una risata sguaiata.
«Vai Buk, dacci dentro! Fai vedere come si fa!» incalzò il capo del gruppo, incitando l'animale a voce alta mentre gli altri si univano a un coro di sghignazzate e fischi.
I sei ragazzi si scambiarono un'occhiata d'intesa, tra battute pesanti e risate a crepapelle, l'atmosfera nella stradina si trasformò in una farsa surreale, con i paesani che si godevano il momento di ililarità generale a spese dell'ingenuità delle due ragazze di città.
Loredana continuò il racconto, abbassando leggermente la voce per enfatizzare il dettaglio.
«Nel buio della stradina, l'odore forte e tipico dell'alito di Buk si fece subito sentire, intenso e pungente, sovrapponendosi a quello delle nostre fichette di città che si stavano sciogliendo», spiegò. «Ripensandoci Si sentiva chiaramente quel lezzo pesante di animale ma noi eravamo troppo confuse dall'adrenalina per collegare i punti.»
Fu proprio in questo modo che io e Elena godemmo per la prima volta. Godemmo per mezzo della lingua di un cane. Quell'improvviso attacco di eccitazione ci aveva rese cieche o forse facemmo finta di nulla.
«Sentivamo solo l'aria appesantirsi di quell'odore acre e umido mentre il cane continuava ad ansimare e a muovere la testa a scatti.
le risate dei ragazzi si facevano sempre più rumorose.»
Eravamo venute davanti a tutti grazie alla lingua di buk.
Loredana concluse il racconto accendendosi un'altra sigaretta, con un sorriso amaro che le increspò le labbra.
«In quel preciso momento, il capo del gruppo ottenne esattamente quello che cercava: la sua personale rivincita», spiegò. «L'anno prima era stato completamente ignorato, trattato come uno zero dalla ragazza di città che non si era nemmeno presa la briga di ricordarsi il suo nome.»
Ora la situazione si era del tutto ribaltata. Vedere Loredana ed Elena bloccate in quella stradina, confuse, e a disagio gli restituiva una sensazione di totale controllo.
«Non gli serviva altro», proseguì. «Vederci lì, piegate dalla loro spavalderia e raggirate da un trucco così banale mentre tutti i suoi amici ridevano a nostre spese, appagava del tutto il suo ego da bullo di paese. Aveva trasformato la nostra presunta superiorità in una farsa, dimostrando a tutti che le due "fighette di città" erano facili da mettere in scacco bastava farle bagnare e avrebbero goduto anche con un lurido cane.
In quel momento si sentiva il re della stradina, pago di aver saldato il conto con la ragazza che l'aveva fatto sentire invisibile l'estate prima.»
Loredana tirò un'ultima boccata dalla sigaretta, lasciando uscire il fumo verso l'alto prima di spegnere il mozzicone nel portacenere.
«Quel momento segnò per sempre la nostra reputazione in quel posto», mormorò, stringendosi leggermente nelle spalle. «La storia del cane, delle risate e della nostra totale ingenuità in quella stradina fece il giro del paese a una velocità pazzesca. Già il giorno dopo, al bar della spiaggia e tra i capannelli di ragazzi sul molo, non eravamo più semplicemente le 'fighette di città'.»
Fece una breve pausa, con uno sguardo a metà tra il rassegnato e l'ironico.
«Da quel momento in poi, per tutto il resto dell'estate e per le vacanze a venire, eravamo diventate per tutti 'le ragazze di Buk'.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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