La collega finale
Ma per Luca, quel silenzio era continuamente squarciato dall’eco dei rumori della mattina prima: il suono umido, ritmico e osceno della bocca di Loredana intorno al cazzo di Paolo.
Il sorriso sornione e trionfante di Paolo — lo sbruffone dell’ufficio, quello che tutti evitano — gli rimaneva stampato a fuoco dietro le palpebre. Paolo che gli aveva permesso di guardare, per dimostrargli con spietata arroganza che la sua amante, ogni mattina, faceva "colazione" nutrendosi del suo sperma.
Seduto sul divano, distrutto e con l'anima a brandelli, Luca la fissava.
«Perché proprio Paolo?» la voce di Luca tremava di rabbia e disperazione. «Quel buffone ci prova con tutte in ufficio e tutte lo schifano! Tu ci sei cascata come una cretina. Lo sai che racconta tutto a chiunque? Che cazzo ti è passato per la testa?»
Loredana abbassò lo sguardo, muovendosi a disagio. «Luca, tu non capisci...»
«Cosa non capisco?!» sbottò lui, alzandosi di scatto. «Sei solo una troia qualunque! Una troia d’ufficio, ecco cosa sei!»
«Paolo mi dava attenzioni!» urlò lei di rimando, con gli occhi lucidi. «Attenzioni che tu non puoi darmi, Luca! Tu hai una moglie, hai una famiglia, mi dedichi i ritagli di tempo! Lui c’era. Sempre!»
«Voglio la verità. Tutta. Adesso.» pretese Luca, muovendosi verso di lei con aria minacciosa.
Loredana deglutì a fatica, la voce ridotta a un sussurro penoso. «Non ci ho mai scopato... te lo giuro, Luca. Niente penetrazione. Solo... solo pompini in macchina. Qualche sega per calmarlo quando insisteva troppo...»
«E ti piaceva?» ringhiò lui. «Sei mai venuta con lui?»
«No! Mai, te lo giuro!» protestò lei. Poi, tentennando, aggiunse con voce fioca: «Tranne... tranne quella sera. Eravamo in auto... mi ha toccata per ore. Mi ha fatta inzuppare così tanto che... che le mutandine le ho dovute buttare via per la vergogna prima di rientrare a casa.»
A quelle parole, un brivido violento attraversò il corpo di Luca. Tra la rabbia cieca e la gelosia tossica, sentì il sangue defluire e concentrarsi violentemente tra le gambe. Loredana se ne accorse: gli occhi di Luca erano posati sul suo bacino e l'erezione nei suoi pantaloni era mastodontica, visibile, tesa da scoppiare.
Loredana capì di avere un'unica carta da giocarsi per non perderlo. Sfilandosi la maglia con mossa lenta e sottomessa, mormorò: «Sì... forse sono solo una troia, Luca. La tua troia. Ti prego, perdonami. Fammi qualsiasi cosa, ma perdonami.»
La vista del suo corpo nudo e la consapevolezza del suo tradimento crearono in Luca un corto circuito devastante. Non c'era più spazio per la tenerezza. Voleva prendersi tutto. Voleva svuotarla, punirla e possederla fino all'ultimo lembo di pelle.
La afferrò brutalmente per un braccio e la trascinò fuori dal soggiorno.
«Nel letto no,» le rinfacciò con disprezzo. «Non sei degna di stare in un letto.»
La scaraventò nel bagno che utilizzava la figlia Carlotta. Afferrò un pennarello nero dallo scrittoio nel corridoio e, bloccandola contro le mattonelle fredde, le scrisse a grandi lettere sulla schiena e sulle natiche: LA TROIA DI PAOLO e SBORRATOIO.
«Mettiti a 90 gradi. Come una cagna. È l'unico modo in cui meriti di essere presa.»
Loredana si piegò sul bordo del lavandino, tremante, mettendo in mostra le natiche rotonde. Luca non usò preliminari. Sbottonò i pantaloni, tirò fuori il cazzo duro come la pietra e la penetrò con una spinta secca, feroce, che le strappò un gemito a metà tra il dolore e il piacere.
Cominciò a stantuffarla senza pietà, il rumore dei bacini che sbattevano l'uno contro l'altro rimbombava nel bagno piastrellato.
«Raccontami!» le ordinò Luca, dandole una sberla sorda sul gluteo sinistro. «Raccontami cosa facevi in quella cazzo di macchina! Quante volte lo hai fatto venire?»
«Spesso...» ansimò Loredana, tenendosi stretta al marmo del lavello. «Tante volte...»
«È vero che ce l'ha grosso come va a vantarsi in giro?» ringhiò Luca, spingendo ancora più a fondo, piegandola in due. «Sborra tanto?»
«Luca, ti prego... non ha senso pensarci adesso...»
«Dimmelo!» urlò lui, stringendole i fianchi fino a lasciarle i segni delle dita.
Dominata dall'eccitazione malata di Luca e dalla propria sottomissione, Loredana smise di filtrare i ricordi e iniziò a condire i racconti con dettagli crudi: «Sì... spruzzava ovunque... mi riempiva la gola... mi sbatteva il cazzo umido sulle guance prima di venire stringendomi forte i capelli strattonandomi, mi faceva ingoiare tutto fino all'ultima goccia...»
Le parole di lei furono benzina sul fuoco. Luca divenne una furia cieca. Sfilò il cazzo dalla vagina fradicia di lei e, senza preavviso, lo piantò con forza nel suo culo stretto. Loredana cacciò un urlo soffocato, ma Luca non si fermò. Alternava la fica e il culo senza sosta, marcando il suo territorio, punendo ogni centimetro del suo corpo.
La afferrò per i capelli e le spinse la testa giù, all'interno del water, continuando a incularla ferocemente da dietro con colpi ritmici, rabbiosi, animaleschi.
Mentre la possedeva nel culo, con la mano libera Luca rovistò nella cesta dei panni sporchi lì accanto. Ne tirò fuori un paio di mutandine di pizzo di Carlotta, macchiate al centro da un'evidente scia rigida e ingiallita di umore vaginale dei giorni precedenti.
Gliene appiccicò il tassello sulla bocca. «Puliscitele,» le ringhiò all'orecchio con voce spietata. «Succhiale e puliscile, troia.»
Loredana, completamente annullata e travolta dal vortice di depravazione e dolore, obbedì, leccando gli umori stantii di sua figlia attraverso il tessuto mentre il culo le veniva martellato senza tregua.
Luca sentì il momento finale avvicinarsi. Il piacere provato era al limite del sopportabile, un mix velenoso di vendetta ed erotismo puro.
«Adesso sto per venire, ti sborro in culo,» le sussurrò con il fiato corto, piantandosi fino al fondo del suo ano. «E mentre ti riempio il culo, voglio che pensi a Paolo. Pensa a Paolo che ti sborra in bocca!»
Loredana, sfinita, spezzata nell'orgoglio e travolta da un orgasmo involontario e violentissimo scatenato da quella penetrazione anale così spietata, piegò la testa di lato.
«Sì...» mormorò, assecondandolo per l'ultima volta.
Mentre venivano insieme in un'esplosione di piacere devastante, una lacrima pesante e calda solcò il viso di Loredana, cadendo sul fondo del water.
Luca si svuotò dentro di lei con getti caldi e continui.
Lacrime dagli occhi di lei, sborra dal suo culo.
Prima di girarsi e uscire per sempre da quella casa, Luca sfilò il cazzo ormai molle dal culo di Loredana, senza un briciolo di tenerezza. Si riallacciò i pantaloni con mani tremanti, il petto ancora agitato da quel ritmo furioso e malato.
Premè con decisione lo scarico.
La testa e il viso di Loredana vennero investiti da getti freddi e bagnati. Il rombo dell'acqua che scorreva coprì per un istante il suono dei singhiozzi soffocati di Loredana, ancora piegata a 90.
Luca si chinò appena verso di lei, le prese la testa bagnata, fissandola dall'alto con gli occhi lucidi, colmi di una miscela tossica di disprezzo e dolore irrimediabile. Con il cuore letteralmente a pezzi, le sussurrò amaramente all'orecchio:
«Sei solo una lurida troia.»
Poi le voltò le spalle e varcò la porta, lasciandosi alle spalle il rumore del water che finiva di caricarsi e la fine definitiva di tutto ciò che erano stati.
Mentre camminava a passo svelto verso la sua auto, lontano da quella casa, Luca iniziò a riavvolgere il nastro degli ultimi mesi.
Tutti i tasselli che prima gli sembravano insignificanti, imperfezioni trascurabili della loro routine segreta, iniziarono a incastrarsi in un disegno nitido e ripugnante.
Tutte quelle notti in cui Loredana gli mandava un messaggio dicendo che doveva correre a prendere Carlotta a qualche festa, o che la figlia non si sentiva bene e lei doveva uscire a recuperarla... non c'era nessuna emergenza familiare.
Usciva per andare da Paolo. Usciva per mettersi in ginocchio nel buio dell'abitacolo della macchina di quel buffone, sgranocchiando il suo cazzo fino all'alba.
Luca si fermò di colpo sul marciapiede, portandosi una mano alla testa. Un'ondata di nausea e profonda tristezza lo travolse.
Ricordò le mattine successive: quante volte l'aveva vista in ufficio con le occhiaie segnate, la pelle pallida e un'aria svuotata. Quante volte l'aveva guardata con tenerezza, accarezzandole virtualmente la schiena via chat, immaginando affettuosamente che fosse stanca per i soliti ritmi insostenibili da madre separata, per le levatacce o per le paturnie della figlia adolescente.
Gli scappava persino da sorridere, divertito e intenerito da quell'aria un po' sgualcita che la faceva sembrare vulnerabile.
Invece no.
Quel disastro di stanchezza, quelle occhiaie pesanti e quella voce promiscua del giorno dopo non erano dovute ai doveri di madre. Erano il prezzo di notti passare a farsi sbattere il cazzo sulle guance da Paolo, a ingoiare sborra al buio in qualche parcheggio isolato prima di tornare a casa a dormire un paio d'ore.
L'ingenuità con cui l'aveva difesa, l'empatia che aveva provato per lei... tutto si trasformò in una cenere amara. Luca salì in macchina, chiuse lo sportello e appoggiò la testa sul volante, soffocato da una tristezza infinita e dalla consapevolezza di essere stato ridicolizzato nel profondo del suo sentimento.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Commenti per La collega finale:

Discussioni sul pianeta Swinger e non solo...
