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Prime Esperienze

DA SOLO CON LEI


di Grande_Bruno
20.08.2025    |    5.709    |    4 9.8
"Mi accolse con un gemito, come se non avesse aspettato altro in tutta la sua vita e incrociò le gambe dietro la mia schiena, come a volermi trattenere per sempre..."
La paura di invecchiare è un'esperienza comune che può nascondere preoccupazioni più profonde come la perdita, la vulnerabilità ed il significato della propria esistenza. Per affrontare questa paura, vengono in soccorso alcuni ricordi e riflessioni che possono aiutare a superare questa paura, riscoprendo la bellezza della crescita e del cambiamento

Era il mese di settembre 1994, ero diventato un funzionario nella mia Amministrazione militare ed ero stato assegnato a L’aquila in un nuovo incarico. Nel nuovo Reparto mi trovavo molto bene, tra colleghi ed in particolare con una di esse. Avevamo gli stessi problemi, gli stessi gusti, avevamo frequentato lo stesso tipo di scuole, insomma, eravamo parecchio in sintonia. Sofia, era una donna sposata, come me, non troppo felicemente, aveva circa 30 anni (io quasi 40) e non era la classica «bellona» per la quale si perde la testa. Visetto normale, fisico normale, anzi, direi un po’ sottotono dal punto di vista dell’attributo che più di tutti caratterizza la femminilità e catalizza l’attenzione di noi maschietti, ossia il seno. In compenso aveva un misto di sensualità e carica erotica inconsapevolmente indossata che si esprimeva in un lato B da infarto (non voluminoso o sfacciato, anzi, al contrario elegantemente proporzionato e perfettamente disegnato), sottolineato da un incedere molto femminile e sexy su due splendide gambe, perfettamente tornite. Insomma, vederla passare tra le scrivanie era per me uno dei momenti più piacevoli della giornata lavorativa (e non). Era comunque una donna molto seria e riservata e mi sembrava anche fosse poco propensa agli apprezzamenti da parte dell’altro sesso.

Tuttavia quando, battuta oggi e battuta domani, il nostro livello di confidenza mi parve adeguatamente maturato, decisi di manifestarle (con tutto il tatto e la prudenza di cui ero capace) il mio pensiero. Incredibilmente sembrò gradire le mie attenzioni ed i complimenti che le rivolgevo. Cominciammo ad uscire insieme per la pausa caffè e diventammo sempre più complici. La chiamavo «culetto d’oro» ed ogni volta che lo facevo, arrossiva e sorrideva imbarazzata, assumendo un’espressione deliziosamente, quanto innocentemente, maliziosa, da adolescente alla sua prima cotta che non sa bene come comportarsi ma che sta cominciando a capire quale ascendente abbia sugli uomini.

Fin qui, tutto normale e più o meno entro i limiti delle convenzioni sociali. Fino al giorno in cui fummo mandati insieme in trasferta a Verona, la città degli innamorati per antonomasia, per due giorni. Inutile dire che l’idea di rimanere solo con lei, di sera (e di notte) nello stesso albergo, stuzzicava la mia immaginazione oltre ogni limite, anche se ero ragionevolmente sicuro, che la cosa non sarebbe andata oltre i soliti complimenti che le rivolgevo durante la giornata. Arrivati a Verona, finito l’orario di lavoro, andammo in albergo… Hotel Giulietta e Romeo, in vicolo San Nicolò. Ci demmo un’ora per docciarci e cambiarci d’abito e ci rivedemmo nella hall. Solito giro attorno all’arena e poi giù nei vicoli fino alla casa di Giulietta, per la consueta visita al famoso balcone, dal quale ci affacciammo, assumendo la classica posa «da foto», dopo aver pregato un turista, con la faccia particolarmente idiota, di immortalare il momento con la mia fotocamera. Sarà l’atmosfera, la circostanza «trasgressiva», sarà il contatto del mio corpo abbracciato al suo, il profumo dei suoi capelli, ma ero visibilmente eccitato e ovviamente lei se ne accorse. Imbarazzo generale (tranne del turista che nel frattempo ci aveva fotografato restituendomi la fotocamera) e ci stacchiamo da quella posizione che stava per diventare compromettente. Decidemmo di tornare verso l’albergo per trovare un ristorantino e ci sedemmo alle «Cantine dell’Arena», in una piazzetta antistante l’omonimo celebre monumento. Il ristorante offriva anche della buona musica dal vivo, per cui, dopo una bella cenetta a lume di candela, durante la quale nessuno dei due ebbe il coraggio di accennare all’episodio del balcone, vuoi per la bottiglia di Chianti bevuta in due, vuoi per la situazione, decidemmo di metterci a ballare. Ancora una volta i nostri corpi erano stretti in un abbraccio; ancora una volta il suo profumo inebriava e risvegliava i miei sensi dal torpore di un menage matrimoniale ormai assopito…

Ancora una volta la mia eccitazione si manifestava, prepotente ed evidente. Ma stavolta non ci fu imbarazzo… non so, forse a quel punto entrambi eravamo preparati ed attendevano che accadesse l’inevitabile. Mi guardò con un sorriso dolcissimo, come se attendesse la mia prossima mossa… quello fu il momento in cui ci baciammo appassionatamente… così, davanti a tutti, mentre ballavamo…probabilmente in quella città queste sono scene di ordinaria amministrazione, fatto sta che nessuno sembrava essersi accorto di niente… e forse in effetti era proprio così… in fondo potevamo sembrare una coppia regolare… non avevamo certo scritto in faccia «siamo solo due colleghi in trasferta»…

Finito il ballo, pagammo il conto e ci incamminammo verso il vicino albergo, mano nella mano, con la fretta di chi sa già quali saranno gli sviluppi della serata, anche se ancora cercava di dissimulare. La sua camera era di fronte alla mia ed io, cavallerescamente, l’accompagnai e la salutai, con un bacio sulla guancia, ringraziandola per la splendida serata. La sua espressione era indecifrabile… probabilmente era sollevata, anche se io volevo illudermi fosse delusa e, con un sorriso, chiuse la porta della camera. Ma io avevo altre intenzioni… Attraversai lo stretto corridoio e andai in camera mia. Doccia veloce e, prese due bottigliette di Chardonnay Cinzano dal frigo-bar e due bicchieri (purtroppo di carta… non c’era altro), tornai nella sua camera e bussai alla sua porta. Mi aprì subito (mi aspettava?), con indosso una corta vestaglia di seta, una specie di baby-doll e due scarpette da notte col tacco… L’insieme era esplosivo, perché metteva in risalto le sue splendide gambe.

Alla vista dello spumante mi sorrise, complice e mi invitò ad entrare. Stappai una delle bottigliette e le versai da bere. Brindammo «alle occasioni da non lasciarsi scappare…». Finito il bicchiere, fece una piroetta, per accertarsi che il completino fosse di mio gradimento anche dietro. Indossava un perizoma di quelli che in ufficio non avrebbe mai avuto il coraggio di mettere, ma che in quella circostanza era perfettamente appropriato. Inutile dire che la vista del mio culetto preferito, praticamente nudo, sconvolse i miei sensi, già duramente provati fin dal pomeriggio. Mi avvicinai, le presi la testa tra le mani e le diedi un bacio sulla bocca, quasi a manifestarle tutta la mia ammirazione. Con le mani le afferrai il culetto, quello splendido culetto che tanto aveva turbato la mia immaginazione, adesso era lì, tra le mie mani. La attirai verso di me, stringendola con passione crescente, mentre le nostre lingue si rincorrevano freneticamente. La sollevai di peso, entrambi in preda all’eccitazione di un momento troppo a lungo rimandato e tanto atteso (da me, almeno, certamente)… La poggiai delicatamente sul letto e mi spogliai, dando dimostrazione di una ritrovata virilità repressa da diverso tempo. A quella vista Sofia mi guardò con un sorriso malizioso e protese la mano per prendere il frutto maturo. Ma io avevo altre intenzioni. Mi inginocchiai verso la sponda del letto, la feci sdraiare e le sfilai delicatamente il perizoma. A quel punto la sua intimità era a portata della mia bocca e cominciai a suggere il suo nettare dolcissimo, già abbondante per l’eccitazione, strappandole piccoli sospiri di piacere. Ma non avevo fretta e cominciai invece a percorrere le sue gambe, dall’alto verso il basso, con la lingua desiderosa di esplorare terreni sconosciuti. L’interno coscia, l’incavo delle ginocchia fino ai polpacci, le caviglie e ancora più giù fino alle dita dei piedi.

Piano piano, ma con decisione, risalii ripercorrendo la stessa strada all’inverso e tornando all’origine del mondo, croce e delizia degli uomini. Lei, nel frattempo iniziò a muoversi, eccitata ed in preda alle sensazioni. Mi sdraiai accanto a lei, offrendole il mio sesso alle sue mani, alla sua bocca, mentre con la mia bocca presi possesso del suo. Le nostre lingue e le nostre bocche erano ormai padrone dei nostri rispettivi sensi, portandoci sempre più vicino all’estasi. Con un dito la penetrai davanti, per raccogliere un po’ del suo umore e subito raggiunsi la soglia, inviolata, del mio panorama preferito. Cercai di introdurmi col dito intimidito e lei smise subito di darmi l’estasi di un bacio interminabile sul mio sesso, quasi stupita e indecisa, se accogliermi o meno. Poi si rilassò e riprese il suo su e giù che tanto piacere stava regalandomi. Allargò i muscoli per consentire l’ingresso del mio ditino. Io non smettevo di suggere il suo nettare e continuai a penetrare il suo orifizio con il dito.

Arrivò il momento di alzarmi, mi girai e la guardai negli occhi, baciandola di nuovo in bocca con passione. Lei allargò le gambe, già pregustando il momento in cui sarei entrato in lei. Mi accolse con un gemito, come se non avesse aspettato altro in tutta la sua vita e incrociò le gambe dietro la mia schiena, come a volermi trattenere per sempre. Iniziammo la lenta e antichissima danza dell’unione tra uomo e donna, nella più classica delle posizioni, sempre baciandoci in bocca e guardandoci negli occhi. I movimenti, erano sempre più veloci ed appassionati. Poi le mie mani si aggrapparono dietro di lei, sollevandola. Era un fuscello, un dolce peso che sollevai quasi senza sforzo, per cambiare posizione. Poi la girai, per avere una visione piena della sua splendida schiena… e del suo posteriore… Lei era inginocchiata sul letto, mentre io ero in piedi e continuavo i miei movimenti, sempre più possenti ed in profondità.

Raggiungemmo insieme l’orgasmo, con un dolce sospiro di piacere e ci buttammo sul letto, esausti ma soddisfatti. Ci abbracciammo in un silenzio complice e rimanemmo così, senza parlare, per un po’, continuando a guardarci negli occhi ed a baciarci con complicità. Poi io vidi l’altra bottiglia di chardonnay, ormai calda… non valeva la pena berlo, ma ebbi un’idea migliore. La feci sdraiare con le gambe leggermente allargate sul bordo del letto e mi inginocchiai con la bocca davanti al suo fiore profumato. Con una mano verso il contenuto della bottiglia sul suo monte di Venere, in modo da farlo scorrere verso la mia bocca che, assetata, lo bevette direttamente dall’interno della sua rosa, in fiamme dopo la battaglia appena vinta. Evidentemente le provocai brividi di piacere, ai quali rispose alzandosi in piedi e costringendomi a fare altrettanto. Si inginocchiò di fronte a me solo per accogliermi nella sua bocca e per ridare subito vita al guerriero stanco e battuto. Lui la ringraziò riempiendola repentinamente con l’ingombro della sua eccitazione. Sarebbe stato bello finire così, nella sua bocca, ma io avevo ben altro per la testa. Uscii dalla bocca di lei e feci in modo da farla girare.

Di nuovo avevo la vista del suo delizioso cuscino che tanto sconvolgeva i miei sensi. Avevo ancora un po’ di spumante e lo utilizzai per lubrificare il buchetto non ancora esplorato. Lei intuì le mie intenzioni non proprio candide e mi tranquillizzò, guardandomi con un sorriso complice e malizioso. Incoraggiato, mi diressi verso di lei e cominciai a spingere piano, piano ma con decisione. Sofia era rilassata, quasi come se si fosse aspettata una conclusione del genere. Ero tutto dentro di lei… per la prima volta qualcuno era dentro di lei, nei suoi anfratti più segreti e privati. Ma questo non la disturbò, anzi… Cominciò ad assecondare i miei movimenti, rilassandosi sempre più e regalandomi sensazioni indescrivibili. La afferrai dai fianchi mentre si appoggiava al materasso. Eravamo entrambi in piedi ed io non riuscivo a togliere gli occhi dalla sua schiena, dal suo culetto ormai completamente mio… Il mio culetto d’oro. Minuti che sembrarono ore, in un continuo movimento, in cui sembrava si fosse perduta la nozione del tempo, la coscienza, la ragione. Il fondersi in un essere unico, in cui due volontà coincidono nell’unico fine, selvaggio ma al tempo stesso dolce, antichissimo ma sempre attuale, in cui un uomo ed una donna si desiderano al di là della ragione e della coscienza. Ci addormentammo sfiniti, l’uno tra le braccia dell’altra.

Non dimenticherò mai quell’avventura nel bene e nel male. Nel bene perché a trent’anni di distanza, la ricordo ancora molto bene. Nel male perché lei divorzò e rimase single per quasi 15 anni, passando per innumerevoli storie che durarono poco più di qualche settimana. Poi trovò un uomo in modo del tutto casuale e fortuito che divenne, dopo altri 10 anni di convivenza, suo marito.
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