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IL TRADIMENTO DI SABRINA


di Grande_Bruno
16.07.2025    |    4.260    |    1 8.3
"Le sue parole, però, erano un addio mascherato, un taglio netto travestito da possibilità..."
Era il 1993, in quel periodo svolgevo il mio servizio presso l’aeroporto di Fiumicino. A quei tempi, Il mio compito era di affiancare la vigilanza privata dell’aeroporto, al varco dal quale transitava il personale di bordo degli aerei. Fu in quell’occasione che conobbi Sabrina, una hostess dell’ALITALIA, che faceva voli regolari tra l’Europa e l’Italia. Fu una situazione improvvisa, in quanto appena passato il varco, la vidi accasciarsi al suolo. Era bellissima in quella divisa di servizio. Due gambe sode ed un corpo molto proporzionato con un seno prosperoso ed un culetto rotondo. Vederla a terra, inerme, fece subito scattare in me il senso di protezione che avevo sviluppato nei lunghi anni di servizio, La misi in posizione di sicurezza su di un fianco e dissi al mio collega di avvertire subito i soccorsi. Il respiro era affannoso e, dopo un po', riprese conoscenza, proprio mentre arrivava il personale dell’ambulanza. Mi fissò negli occhi, senza dire una parola, quasi a volermi ringraziare di non averla lasciata sola.

Il pomeriggio andai in ospedale a trovarla e mi raccontò un po' della sua vita. Nei suoi occhi vidi un velo di tristezza e, tra una parola e l’altra, mi confidò di essere sposata con Alex, con il quale aveva un rapporto molto aperto e del quale era profondamente innamorata. Però ultimamente il suo rapporto con il marito si era raffreddato e non ne capiva il motivo. Il suo volo proveniente da Helsinki, aveva fatto scalo a Milano e sarebbe partito il mattino dopo. Uscita dall’aeroporto di Malpensa, Sabrina andò subito in albergo e si lasciò cadere sulla sedia della camera d’albergo, fissando il vuoto con frustrazione. Le sue colleghe erano uscite con dei tipi conosciuti appena qualche ora prima, lasciandola sola con i suoi pensieri. Avrebbe voluto seguirle, immergersi in quella leggerezza che sembrava così lontana da lei, ma una voce ostinata dentro di sé l’aveva frenata: quella stessa che per anni l’aveva tenuta imprigionata nel ruolo di moglie perfetta, di donna irreprensibile. Ora, però, il silenzio della stanza non la confortava; era un verme che la divorava. Si alzò con un gesto nervoso, il cuore in tumulto e si avvicinò allo specchio accanto al letto. Quella riflessa era un’immagine in cui lei stentava a riconoscersi per il piglio deciso e la determinazione che esprimeva. Con lentezza, fece scivolare il vestito lungo i fianchi, lasciandolo posare sul pavimento. Poi liberò il corpo dagli ultimi veli, rimanendo completamente nuda davanti allo specchio. Il respiro era rapido, incerto. Le sue mani si posarono sui seni, li accarezzarono come se volessero esplorarne la consistenza per la prima volta. Si sdraiò sul letto, il fresco delle lenzuola che accarezzava la sua pelle nuda. Il cuore martellava mentre le mani scivolavano lungo il ventre, tracciando percorsi.

Ogni carezza era una sfida alle regole che avevano sempre soffocato i suoi desideri. Le dita raggiunsero e poi si inoltrarono tra le cosce. La sua carne un’eco di desiderio che non aveva mai permesso a sé stessa di ascoltare. Quando le sue dita sfiorarono la fessura umida e pulsante, un gemito sommesso le sfuggì dalle labbra. Il ritmo lento e crescente delle sue carezze la fece tremare, come se ogni movimento la liberasse da un impaccio. Chiuse gli occhi, lasciandosi guidare da quegli stimoli di piacere che si accavallavano, sempre più incontrollabili. Il corpo si inarcò, scosso da brividi ed un grido soffocato riempì la stanza. Quando il culmine la travolse, si lasciò andare, abbandonandosi completamente. Rimase distesa, il petto che si alzava e abbassava, il sudore che le imperlava la fronte. Percepì di appartenere solo a sé stessa. Non voleva che quella notte finisse così, chiusa in una stanza d’albergo, ma adesso non aveva più incertezze. Il corpo acceso reclamava di più e questa volta ne avrebbe seguito il richiamo. La sua voglia, sopita troppo a lungo, reclamava. Il locale che aveva notato nella mattinata, con le sue luci soffuse e la musica vibrante che si sentiva fin dalla strada, costituiva il suo prossimo passo. Una parte di lei frenava ancora, ma il calore che sentiva sotto la pelle rintuzzava i dubbi. Era pronta...

Gerardo era in simbiosi con il locale, un uomo che viveva di istinti e sfacciataggine, abituato a leggere le persone con un’occhiata ed a spingersi oltre, senza chiedere il permesso. Quella sera, però, niente sembrava funzionare: la gente, il ritmo, persino l’aria parevano insulsi. Con un sospiro frustrato, stava per alzarsi e andarsene, quando un dettaglio catturò il suo sguardo. Un paio di piedi femminili. Curati, eleganti, con dita affusolate e unghie smaltate di un tenue rosa cipria, calzavano sandali color rosa oro, impreziositi da piccoli dettagli sferici. Il loro movimento, calmo e naturale, trasmetteva una sensualità che pareva sfidarlo. Gerardo, riluttante ad abbandonare quella visione irresistibile, alzò lo sguardo e trovò Sabrina. Seduta al bancone, sembrava scolpita nella luce soffusa del locale. Le sue curve abbondanti, generose, trasudavano una femminilità che non si poteva ignorare. Sabrina accavallò le gambe e quel gesto semplice, quasi distratto, aveva la potenza di un magnete. Quella donna non chiedeva attenzione, ma la pretendeva. Gerardo non perse un secondo. Si avvicinò con l’abituale sicumera e, quando parlò, la sua voce aveva un tono volutamente provocatorio, maleducato.

– “Ehi, bellezza, sei sola? Una figa come te, che spreco!”, Sabrina alzò lo sguardo, sorpresa dalla sfacciataggine. Era abituata agli sguardi ed ai complimenti, ma quelle parole così dirette e rozze la destabilizzarono. E, contro ogni previsione, le piacquero.
– “Una figa come me?”, ripeté, con un sorriso mellifluo. Gerardo la fissò, il suo sguardo ora spermatico, predatorio. Si avvicinò ancora, invadendole il suo spazio personale senza chiedere il permesso.
– “Scommetto che sei già bagnata”, le sussurrò all’orecchio, la voce un graffio sulla pelle. Sabrina sentì il cuore accelerare e qualcosa dentro di lei, primitivo e animalesco, rispose prima ancora che potesse formulare un pensiero razionale. Non era solo il tono, non erano solo le parole: era l’energia di quell’uomo, quella brutalità spavalda che cercava e che faceva emergere in lei quello che aveva sempre negato.
– “E se fosse vero?”, rispose, la voce, un filo appena percettibile, che tradiva il desiderio crescente. Gerardo sorrise, soddisfatto.
– “Allora vediamo le carte”. Sabrina sapeva che avrebbe potuto allontanarlo con un sol gesto e chiudere quel gioco. Ma non lo fece: la eccitava sentirsi preda.

L’appartamento di Gerardo era immerso in una penombra calda, rischiarata appena dalle luci della città. Come la porta si chiuse con un colpo sordo, lui si avventò su Sabrina, spingendola contro il muro con una brutalità che la fece fremere di desiderio. Le labbra voraci di lui si schiantarono sulle sue, la zip del vestito veniva abbassata impazientemente, rivelando il corpo avvolto in una lingerie audace; Gerardo non perse un secondo. Una mano le afferrò un seno, stringendolo con forza, le dita che pizzicavano il capezzolo teso, mentre l’altra si infilò senza esitazione tra il caldo delle cosce.

«Lo sapevo», sibilò contro il suo collo, il respiro rovente. «Sei già bagnata, come una cagna in calore che aspetta solo di essere presa». Sabrina ansimò, il corpo rispondendo a quella cruda dichiarazione con un fremito di piacere. Lo osservava mentre vorace si abbassava verso i suoi piedi, quei piedi che al bar ne avevano acceso l’istinto primitivo. «Non hai idea di quanto mi facciano impazzire», mormorò, inginocchiandosi davanti a lei. Le sue mani forti scorsero lungo le gambe della donna, dalle cosce fino alle caviglie, fermandosi per un attimo a stringerle con un gesto possessivo. Poi prese uno dei suoi piedi tra le mani, le labbra che si posarono sul dorso con lentezza calcolata, le morse i talloni con una pressione appena sufficiente a farla sussultare, per poi succhiarle le dita una a una, con una ingordigia che la emozionò. Sabrina sentì un’ondata di calore attraversarla in risposta a quel libidinoso gioco. Nessuno l’aveva mai toccata così, né fatta sentire così profondamente desiderata, persino nella parte di sé che aveva sempre considerato meno. La lingua seguì l’arco del piede, tracciandone ogni curva con precisione, cogliendone le molecole aromatiche, mentre Sabrina si appoggiava al muro, il petto che si alzava e si abbassava, il piacere pervadeva il basso ventre.

– “Sei un maniaco, ti ecciti per così poco?”, provocò, ma la sua voce tradiva la resa, incrinata da gemiti spezzati.
– “Sei tu che mi hai fatto infoiare”, rispose Gerardo con un ghigno selvaggio, Sabrina gemette più forte quando le mani di lui tornarono a risalire, stringendole le cosce con forza, mentre i loro corpi reclamavano senza più freni ciò che entrambi desideravano.

Gerardo la spinse contro la parete con un gesto deciso, la sua presa forte e sicura. La penetrò con una forza che non conosceva esitazione, con ritmo furioso. Sabrina, completamente abbandonata a quel momento, gli si aggrappava disperatamente, le gambe avvolte attorno ai suoi fianchi per attirarlo più vicino, più in profondità. Le mani si serravano sulle sue spalle, cercando un appiglio mentre il fresco del muro contrastava con il calore esplosivo che si sprigionava tra loro. La testa di Sabrina si inclinò all’indietro, i capelli scomposti, mentre gemiti e urla incontrollate riempivano l’aria, rimbalzando contro le pareti dell’appartamento. Ogni movimento di Gerardo era deciso, travolgente, come se volesse imprimere il suo sigillo in ogni angolo della sua anima. Lei si inarcava, col desiderio ed il piacere che la scuotevano senza tregua, mentre i loro corpi si muovevano insieme in un ritmo selvaggio e primordiale.

Sabrina non si trattenne. Rispose con un grido gutturale, un’esplosione di piacere che rivelava una donna che godeva senza vergogna. Gerardo chinò il viso sul suo petto ed afferrò con la bocca uno dei suoi capezzoli. Non fu gentile. Le sue labbra e i denti si chiusero con una pressione decisa: un grido le sfuggì, acuto e senza freni, riecheggiando nella stanza. Ogni volta che lui stringeva o succhiava con forza, lei si inarcava contro di lui, trasformandone i gemiti in urla incontrollabili. Il dolore diventava una scintilla che accendeva qualcosa di ancora più profondo, un fuoco che non sapeva nemmeno di avere dentro di sé. Il loro respiro si mescolava in una sinfonia disordinata, i corpi sudati e intrappolati in un vortice di piacere animalesco. Nessuno dei due cercava più di trattenersi: erano puro istinto, pura carne, pura passione carnale senza l’impaccio di sentimenti. Con un movimento deciso, Gerry sollevò Sabrina con le gambe ancora saldamente intrecciate intorno alla sua vita, come se non volesse lasciarlo andare nemmeno per un istante. Lui si diresse verso il letto, muovendosi con la determinazione di un predatore che trasporta la sua vittima per divorarla. La posò delicatamente sulle lenzuola, fresche ma destinate a diventare calde e umide, intrise del calore dei loro corpi e dell’odore inebriante del desiderio condiviso.

Gli occhi di Sabrina, lucidi di eccitazione e la sua vulnerabilità la rendeva ancora più irresistibile. Gerry la sovrastava, la sua figura imponente, pronta a condurla verso un piacere più intenso di quanto avesse mai immaginato. Lei si concesse a lui con un abbandono totale, il corpo in tensione, come se ogni fibra bramasse quel contatto travolgente.

– “Ohoh! … com’è grosso! È stupendo, Gerry…”, sussurrò Sabrina, la voce roca e spezzata dall’incredulità e dalla lussuria. Si morse il labbro inferiore, un gesto che mescolava malizia e resa. Poi, con un sorriso audace e provocatorio, aggiunse: «Non ho mai avuto niente del genere prima… mi stai spaccando». Quelle parole, cariche di ammirazione e desiderio, alimentarono l’ego di Gerry, che si inchinò appena verso di lei con un sorrisetto sicuro.
– “Non hai ancora visto niente, Sabry. Ti farò godere come nessuno ha mai fatto prima”.

Un gemito profondo le sfuggì dalle labbra mentre il corpo si contorceva, invaso dalla passione di quell’uomo che non sembrava conoscere limiti. Il primo orgasmo la travolse con una forza tale da lasciarla tremante sotto di lui, mentre il suo corpo si sentiva esaudito, ma Gerardo, implacabile, continuò. I suoi assalti erano ritmati e profondi ed ogni colpo la spingeva sempre più vicino a un altro abisso di piacere. Sabrina lo accolse, completamente persa, il suo corpo incapace di opporre resistenza, consapevole di non volere altro che quel ritmo selvaggio. Un secondo orgasmo arrivò ancora più squassante, facendola inarcare ed affondare le unghie nelle spalle dell’uomo. I gemiti si trasformarono in urla che riempivano la stanza, un crescendo di piacere che sembrava non conoscere fine.

– “Ancora, Gerry… non fermarti…”, ansimò, la voce spezzata, mentre le sue mani si aggrappavano a lui come a un’ancora.
– “Fatti sentire”, ringhiò Gerardo, la voce roca e graffiante, vicina al suo orecchio. “Voglio che tutti qui sappiano quanto ti faccio godere”.

Le lenzuola si trasformarono in un groviglio umido, impregnate di sudore e dei loro umori odorosi. L’aria stessa della stanza sembrava intrisa di un’essenza pungente e animale, fatta di intimità, passione e sfinimento. Era un marchio che parlava della loro unione, un’impronta indelebile di ciò che avevano condiviso. Gerardo provava un orgoglio smisurato nel percepire il suo corpo fondersi con quello di Sabrina. Il suo pene esplorava, dilatava quelle pareti calde ed accoglienti, che gli si stringevano addosso come a reclamarlo, provocandogli un piacere intenso e primordiale. Sabrina, con il capo leggermente voltato, lo guardava da sopra la spalla, i suoi occhi una tempesta di desiderio e sottomissione. «Sì… insudiciami tutta», ansimò, la voce roca, colma di voluttà. Il liquido caldo e vischioso si riversò copiosamente sulla sua schiena, scivolando sinuoso lungo le curve del suo corpo, disegnando una mappa di peccato e appagamento. Sabrina si sentiva imbrattata, sporca, eppure ciò la turbava: la esaltava, amplificando il suo lato più oscuro e lascivo.

Gerardo osservò il suo seme colare sulla pelle dorata di lei, lo raccolse con le dita, lo portò alla bocca di Sabrina, sfiorandole le labbra morbide. Sabrina lo fissò, con espressione sottomessa e adorante. Senza esitazione aprì la bocca per accogliere ciò che lui le offriva. Le sue labbra si chiusero attorno alle dita di Gerardo, succhiando con una lentezza provocatoria, assaporando ogni goccia di quel gesto che avvertiva liberante. Era un’esperienza sconvolgente quella di essere usata, trattata da troia: una sensazione che si radicava dentro di lei, indelebile. Ingoiò ogni residuo con obbedienza, lasciando che il sapore di lui si mescolasse al suo respiro.

Gerardo la osservava orgoglioso. La visione di Sabrina, bellissima e così abbandonata alla sua mercé, gli regalava una sensazione di potere assoluto, un piacere che andava oltre il semplice atto fisico. Lei ormai era sua, completamente e per tutto il tempo che lui avrebbe stabilito. Sabrina si alzò dal letto lentamente, il corpo appagato, ancora intriso dei segni di quella notte. La sua pelle era un mosaico di sudore, umori e sperma che si era rappreso in piccole tracce lucenti. Si passò una mano sul ventre, sfiorando quella sottile patina vischiosa. Era una sensazione liberante sentirsi così imbrattata, marchiata e proclive all’impulso animale che le conferiva una strana forza, un senso di compiutezza che le parole non potevano spiegare. Era devastata, sì, ma in quel disordine c’era una bellezza feroce. Le lenzuola sotto di lei erano una chiara testimonianza del loro sesso sfrenato, un momento esaltante, ma per lei bastava così. Gerry la osservò mentre tornava dalla doccia e si rivestiva con movimenti misurati ed eleganti. Sentiva crescere dentro di sé una voglia incontrollabile di trattenerla, intuendo il distacco che si stava delineando.

– “Se passi da queste parti fatti viva, mi farebbe piacere”, disse, tentando di mascherare il desiderio dietro una parvenza di disinvoltura. Sabrina si fermò per un istante, infilando i sandali e gli lanciò uno sguardo che sembrava scavargli dentro.
– “Chi può saperlo?”, rispose con un sorriso enigmatico. Le sue parole, però, erano un addio mascherato, un taglio netto travestito da possibilità.

Gerry rimase a guardarla mentre raccoglieva i capelli con un gesto naturale e raffinato. Ogni suo movimento trasudava una spietata eleganza, un controllo ritrovato che lo lasciava disarmato. Quando Sabrina aprì la porta, non si voltò. Né lo fece mentre la richiudeva dietro di sé. Se ne andò lasciando nell’aria soltanto la spirale evanescente del suo odore, una traccia intangibile che lo avvolgeva come un’illusione già tramutata in malinconia. Gerry si lasciò cadere sul letto disfatto, il viso rivolto al soffitto, la mente affollata dai ricordi ancora vividi, ma già con nostalgia: il calore della pelle di lei sotto le sue mani, la sua voce che ansimava il suo nome e quel sorriso indecifrabile che ora, nel distacco, lo feriva come una lama.

Il mattino successivo, Sabrina ripartì con il suo volo e, quello che successe dopo, è un’altra storia.

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