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Lui & Lei

AMO L'ESTATE


di Grande_Bruno
04.08.2025    |    2.293    |    2 9.3
"Faceva un caldo immane e mi avvicinai all’acqua, entrando e sentendo un freddo boia..."
Approfittando della bella giornata, sono andato al mare e, dopo essermi spalmato di crema abbozzante, mi sono steso al sole, dopo un bagno ristoratore. Ero assorto nei miei pensieri, quando mi è tornato in mente una giornata del mese di luglio del 1979. Era finito il mio corso di addestramento nelle forze di polizia ed ero stato assegnato in una Tenenza nel Trentino Alto Adige e, come tutti i principianti, i miei turni di servizio erano massacranti. Ero smontato dal turno di notte e volevo godermi una giornata di riposo.

Giornata assolata, estiva, cielo terso, senza neanche una nuvola. Il genere di giornata prototipo per antonomasia delle estati spensierate, quelle vere. Una totale, assoluta, paradisiaca giornata passata a poltrire e divertirsi senza dover pensare al futuro. Stavo pensando allora, come tanti anni prima, quando ne avevo dieci e vidi un’eclisse in pieno giorno, interpretandolo come un segno quasi magico della bellezza del mondo: l’estate mi risveglia qualcosa nel cuore.

Sarò io che sono un inguaribile idiota o magari è solo il rifiuto d’invecchiare a farmi pronunciare (anche ad alta voce) una frase che esprime l’epitome «ultima dell’estate». Il caldo, il sole, i gelati, le vacanze…, pausa studiata, mentre sorrido come un demente all’ultimo stadio ed infine, sorrisone a 360 gradi solo per concludere con «Le ragazze che si spogliano completamente!». Quella frase è stata, sin dai miei diciotto anni circa, una sorta di inno alla bellezza di questa stagione e lo rimarrà fino a quando mi sentirò così.

Camminavo lungo il sentiero. Il fiume scorreva poco sotto, rispetto a me. È un paesaggio quieto, sereno, assolutamente piacevole. Di tanto in tanto il verso cristallino di qualche volatile spezza la routine ininterrotta dello scrosciare dell’acqua. Non ci sono quasi insetti e non c’è né troppa ombra, né un sole eccessivo. Semplicemente stupendo. In quel periodo, passeggiare per i boschi mi era vitale, quasi fosse l’unico modo che avevo per riconnettermi alla natura ed a me stesso. Mentre procedevo scendendo verso il greto del fiume, mi accorsi di aver bisogno di una pausa. Il lavoro mi martella ed anche nel tempo libero, non sono propriamente sereno. Solo camminando tra i boschi, senza una reale meta, potevo dire di ritrovare un po’ del mio spazio sacro, di star finalmente sfuggendo alla morsa di pressioni che mi stritolava. In quei posti potevo respirare davvero. Mi fermai poco prima che la vegetazione si diradasse per lasciare spazio alla pietrosa riva del torrente. Mi ero portato l’asciugamano ed il costume, perché un bagno nel fiume non mi sarebbe dispiaciuto per niente.

Valutai il posto: tante rocce piccole, poche grandi. Non proprio comodissimo. Ma, fortunatamente, conoscevo altri posti. Ripresi il sentiero, salendo all’inverso del senso della corrente, con il terreno che prendeva pendenza e diventava solo un po’ più faticoso, ma era un piccolo prezzo da pagare, anzi, neanche un prezzo. Di fatto, in una giornata così, l’idea di camminare un po’ non mi dava fastidio. Sicché continuai il mio cammino verso una curva, dove il sentiero svoltava a sinistra. Io invece andai verso destra, abbandonando il sentiero e scendendo cautamente lungo una discesa con una pendenza appena più accentuata, ogni passo calibrato con attenzione, consapevole che cadere sarebbe certamente doloroso.
Appoggiavo il piede, piano, saggiando il terreno ed infine arrivai alla bolla. La bolla era un nome decisamente banale, ma per me era il «Paradiso Nascosto». La bolla, altro non era che un bacino dove l’acqua del fiume si raccoglieva per poi continuare la sua discesa a valle. Le rocce attorno erano grandi, lisciate dall’acqua, appiattite e tutt’altro che spiacevoli a usarle per distendervisi. Insomma… il mio «Paradiso Nascosto», dove nessuno ci andava mai, perché tutti seguivano il sentiero ed i più si accontentano delle poche, note postazioni che a quell’ora erano sovraffollate ed invivibili.

Nessuno andava lì, ma quel giorno qualcuno c’era. Me ne accorsi mentre superavo la vegetazione. Inquadrai immediatamente il telo mare giallo con sopra una figura femminile dalla pelle scura, il viso piacevole, capelli sciolti, crespi e neri come l’inchiostro. Improvvisamente mi accorsi che la cosa mi procurava un mix di sensazioni. Da un lato, il mio posto preferito era stato violato… Ma dall’altro… era stata una bellissima donna a violarlo. D’altronde non c’era proprio alcun motivo di litigare: la bolla era molto grande e c’era spazio per due persone. La mia sensazione era che, una così, non avrebbe gradito attenzioni. Mi piazzai e notai che aveva appena sollevato il capo e gli occhiali da sole inforcati sul viso scuro, rendevano impossibile leggere la sua espressione. Appena uno sguardo, poi tornò interamente orizzontale, a crogiolarsi al sole. Era una bella donna di circa trentacinque, quarant’anni al massimo. Forse anche quarantacinque, ben portati. Il fisico non era totalmente asciutto e l’età aveva lasciato qualche segno ma si vedeva che combatteva con le unghie e con i denti per continuare a essere in forma. Infine, dettaglio a cui inizialmente non avevo badato, stava prendendo il sole in topless. Certo, era sulla schiena, ma appena si sarebbe girata… Solo al pensiero avvertii un guizzo al bassoventre, mentre il mio sesso mi ricordava che erano settimane, anzi mesi, che la mia mano destra era la sola consolazione. «Al diavolo… che problema c’è? Al massimo mi manda a quel paese!», pensai con stizza ed incoscienza. Intanto avevo piazzato il telo mare a mia volta e mi ci sdraiai. Estrassi la crema e cominciai a spalmarmela sul petto, sulle spalle e sulle cosce. Non ero un Adone, anche se facevo molto sport (ricordate che nei precedenti racconti avevo detto di essere arrivato al secondo posto nei campionati mondiali di Karate) e cercavo di non mangiare schifezze. Avevo già capito che, con quella donna, le possibilità erano basse.

– “Mi scuso per il disturbo”, dissi avvicinandomi di alcuni passi.
– “Je né parle pas italian, desolé”, rispose lei, guardandomi ancora con un movimento che mi sembrò quasi stizzito. Le belle labbra mi ispirarono pensieri tutt’altro che puri mentre pronunciavano quelle parole. Merda. Anzi, «merde!», il mio francese è pressoché inesistente. Fine dell’approccio; Borbottai un:
– “Je m’excuse” e ritornai al telo.

Quella bellezza, che sembrava partorita dai miei sogni proibiti, era a pochi metri da me ma la barriera linguistica era un abisso chilometrico. Avrei potuto tentare con l’inglese, ma mi resi conto che sarei apparso pedante. Mi distesi per non rovinarle questo posto. Era già un mezzo miracolo che una turista straniera ci era arrivata, figurarsi se poi la suddetta fosse pure disposta a trombare con me. La verità è che anche così mi sarebbe andata bene, in fin dei conti era discreta e non stava facendo casino (immaginatevi ci fossero stati una famiglia con bambini…).

Il mio membro non sembrava curarsi dell’apparentemente insormontabile abisso linguistico o delle probabilità scandalosamente basse e procedette in una serie di esercitazioni che fecero pensare ai missili della Corea del Nord. Pregai che la nera non se ne accorgesse. Di fatto, dopo qualche minuto guardai verso di lei, più per sincerarmi che non mi stesse vedendo con l’alzabandiera. Si era girata a pancia in su, esponendo i seni nudi e sembrava addormentata o comunque incurante dello spettacolo che offriva. Mi soffermai ad osservare quei due piacevolissimi promontori. Non erano giganteschi, ma neppure microscopici. Insomma, erano dei seni che offrivano una sana dose di svago. Continuare a guardarli mi stava facendo sembrare un fottuto pervertito. Mi imposi di smetterla e tornai a sdraiarmi. Il sole mi avvolgeva e, lentamente, arrivò una breve sonnolenza. Passarono minuti, forse più di dieci, forse venti. Forse due e poi mi girai e, nel girarmi, guardai che era ancora lì ma, per un istante brevissimo, stava guardando verso di me. Non so se mi avesse notato, non sembrava, eppure… Si era rimessa a pancia in giù e sembrava che lo spettacolo era finito, ma non si era rimessa la parte superiore del costume, quindi non prevedeva di andarsene. Mi chiesi se avesse con sé della crema solare, era nera, quindi più resistente al sole, ma quel sole picchiava ed anche tanto. Non era come in Africa, dove il sole picchia sì ma in modo meno secco e soprattutto senza afa. Notai che aveva con sé uno zainetto, ma non sembrava avere la crema. Di contro si era portata da bere. Forse l’offerta di un po’ di crema solare sarebbe stato un gesto gradito, ma avevo come l’impressione di disturbarla. Non ero più l’impertinente ragazzo adolescente che ero ed avevo capito che ad alcuni dà fastidio essere oggetto di generosità, quand’anche disinteressata e specialmente in frangenti come quello. Era anche vero, che se non avessi chiesto non lo avrei mai saputo. Quindi mi alzai e dissi:

– “Est-ce-que vous avez besoin de la créme?”, chiesi, ricorrendo alla forma più cortese che riuscii a rievocare dai ricordi delle medie. «Maledetta professoressa di francese, razza di arpia femminista! È colpa tua se non posso corteggiarla!», pensai. La donna alzò lo sguardo e gli occhiali le si abbassarono, mostrando due occhi grandi ed espressivi. Color nocciola. Mi chiese qualcosa, una frase che probabilmente era sulla crema e non seppi come diavolo rispondere: non avevo questa competenza, le allungai il tubetto e lei lo prese con le dita che terminavano con unghie sobrie e senza troppe bizzarrie. Lo studiò poi annuì.
– “Merci”, disse. Io annuii. Come cazzo si diceva «Prego?». Stavo seriamente pensando di mollare il colpo: che senso aveva insistere a cercare di far conversazione se, per mettere in piedi una frase, dovevo farmi venire un’emicrania e per decifrare quel che diceva, mi serve un fottuto traduttore?!
– “C’est un plasir…”, riuscii a proferire. Magari avessi fatto qualche ripasso di francese, mi avrebbe aiutato a far girare la ruota nel verso giusto. Lei intanto aveva preso la crema e mi rivolse una frase tipo
– “Tournez toi, s’il vous plais…”, dovevo girarmi ed era ovvio: non voleva che le vedessi le tette.

Annuii e mi girai, sentendo che si alzava. Sentii che stava schiacciando il tubetto della crema e immaginai che stava cominciando a spalmarsela addosso. La sola immagine mi provocò una nuova ridda di eccitazione. Se la stava spalmando sulle cosce, sul seno, sul ventre e… Improvvisamente fui folgorato da un’idea illuminante! La schiena! Ma lì non ci sarebbe arrivata! Almeno, non da sola! Sorrisi tra me. «Coraggio, come si dice schiena in francese…?!», pensai, mentre la sentivo canticchiare qualcosa tra sé e sé. Dors! Dos?! Dors?! Dio, perché non me lo ricordo?!?!

– “Est-ce-que vous avez bisoin d’aide avec le dorse?”, mi uscì infine. Silenzio. Gelo. Cazzo. Me l’ero bruciata.
– “Si vous voulez, s’il vous plais…”, fece lei invece. AVEVA APPENA ACCETTATO!!!!

Presi la crema quando me la porse e le scivolai a fianco, scansando i capelli dalla schiena, per evitare di incremare pure quelli. Aveva un corpo da urlo. La schiena era bella dritta e le natiche erano un filo grosse, ma erano giuste per lei e meno che parzialmente celate dal costume. Sentii il cazzo dritto, e bagnato, quando mi versai la crema in mano, sfregandomi i palmi per poi cominciare.

Il primo tocco con la sua pelle era qualcosa di etereo, di estatico. Per un istante ebbi davvero paura di venire, come un cazzo di adolescente alla prima esperienza. Respirai e mi muovevo, piano. Dilemma: le spalmo semplicemente la crema, o….? O la massaggio proprio? L’idea mi era balenata così, all’improvviso. Decisi e presi a fare ampi movimenti lungo le spalle che si vedeva erano allenate. Stringevo e rilasciavo i gruppi muscolari. Mi aspettavo subito un urlo ed un’ingiunzione a finirla, invece sentii un verso di soddisfazione che mi fece capire che la pantera nera stava apprezzando. Scesi lungo le scapole, massaggiando e accarezzando, facendole sfuggire un «ouì…», trasognato. Quel solo suono rischiò di farmi venire. Scesi ancora, ero appena sotto il seno ed improvvisamente mi accorsi che il mio sesso rischiava di toccare il suo sedere, esteso com’ero per andare a massaggiare e spalmare come dovevo. Aprii le mani, usando i palmi per massaggiare la zona lombare e la nera emise un altro verso di soddisfazione, aprendo appena le gambe di un centimetro, ma quanto bastava da farmi intravedere il costume tirato a coprire la figa. «L’aveva fatto apposta? Avrebbe voluto che…?!», mi chiesi. Non osavo pensarci, ma… continuai a muovermi. Ero arrivato quasi in fondo e mi schiarii la voce.

– “Tu veus, aussi… les jambes?”, chiesi e lei emise appena un
– “oui”, procedetti, prendendo altra crema e partii dalla coscia sinistra.

E li accadde che un mio dito le sfiorò la figa, per errore e per appena una frazione di secondo, sopra il costume. Lei emise un sibilo che non seppi come interpretare e mi bloccai, maledicendomi per aver esagerato: Quella era da denuncia, sicuro. Lei improvvisamente emise una frase, stizzita. La elaborai alla meglio, tipo: «sei stanco?», «già stanco?», non ci potevo credere: voleva che continuassi! Le accarezzai la coscia. Stavo spalmando la crema ma di fatto potevo sentire il calore della sua pelle, l’odore della sua pelle, persino l’odore della sua vulva per certi versi. Mi stavo eccitando troppo. Doveva farmi una sega se fosse andata avanti così, oppure avrei finito con incremarla con qualche altra cosa… Aveva delle belle gambe. Muscolose ma senza esagerare. Passai all’altra gamba dopo aver finito la sinistra e finii. Lei annuì appena e mi alzai piano. Improvvisamente mosse il piede e, quasi casualmente, le dita del suo piede mi sfiorarono il pene. Impossibile che non se ne fosse accorta.

– “Qui tu as ici?”, chiese con tono decisamente curioso.
– “Rien, c’est… seulment…”, merda!!!! Due erano le possibilità. La prima che si sarebbe alzata pe denunciarmi; e la seconda… La seconda era che le piaceva ciò che sentiva. Le dita mi sfiorano di nuovo, più a lungo.
– “Seulment ta bite, c’est pas?”, non capii bene cosa intendesse: il mio cosa? Il mio cazzo?
– “Je…”, iniziai e lei si alzò di scatto, Mi fissò, incurante del seno che esponeva e del mio sguardo, tutt’altro che indifferente all’improvvisa esposizione di tale ben di dio.
– “Tu as la bite dûr”, disse.
– “C’est vrai. Tu… est tres belle…”, confermai io. In quel momento eravamo alle Colonne d’Ercole. Ora che le carte erano in tavola… “Tu as quelque un, n’est pas?”, chiesi brutalmente, reputando impossibile che una così bella, non sia sposata.
– “Pas aujour’dui, pas ici”, rispose lei. Il cuore mi rimbalzò in bocca e pensai «ma stai a vedere che…?»
– “Tu… je…”, cercai di non dire brutalmente la frase che avrei voluto ringhiarle in faccia perché non sarebbe stato assolutamente parte dell’amor cortese, per quanto possa essere adatta alla situazione. Forse dirle in faccia che avrei voluto scoparla, non era una buona idea… Anche se magari avrebbe accettato…
– “Merci pour la creme”, disse lei ridandomela e si ridistese sul telo: a pancia in su.

Beh, non era mica andata male. Certo, non aveva nessuno e si era accorta che ce l’avevo duro, ma non riuscii a leggere i suoi pensieri. Magari un mio ulteriore approccio non avrebbe potuto piacerle. Faceva un caldo immane e mi avvicinai all’acqua, entrando e sentendo un freddo boia. Le terminazioni nervose urlavano. Il mio pene tenne coraggiosamente botta, contro il freddo dell’acqua. L’erezione non stentava a calare. Ponderai l’idea di una sega. In fondo ero relativamente lontano e c’era una nicchia che poteva fare da poltrona… Mi allontanai appena dalla zona per andare a segarmi fino a venire o magari sarei dovuto uscire dall’acqua, tornare dalla nera e metterglielo davanti nudo e crudo o forse… forse dovevo solo approcciarmici per gradi. In fin dei conti però, ero già stato fortunato. Valeva la pena rischiare di forzare la buona sorte? In effetti, come diceva quel saggio, ogni lasciata è persa e questa lasciata lo sarebbe stato indubbiamente. Certo, avrei potuto anche fregarmene e andare a propormi, educatamente ed al meglio delle mie possibilità.

Mi alzai dopo un buon cinque, dieci minuti in ammollo, misto ad uscita e rientro, non sentendo più freddo in quanto il corpo si era abituato. Uscire mi diede un senso di refrigerio non indifferente e stavo meglio. Notai subito che l’asciugamano della nera era vuoto. Mi guardai attorno per cercarla. Un pensiero mi funestò la mente e mi gettai verso il mio posto pensando che l’unica cosa di valore che avevo con me, era la pistola di servizio. Mi chinai, introducendo la mano nello zaino e l’arma era lì, al suo posto. La mente si placò dal suo turbamento… ma la nera dove…? Improvvisamente una mano mi si appoggiò sulla coscia, ghermendo il mio sesso. Sentivo il suo odore quasi prima della voce. L’erezione ritorna, due volte più turgida e tosta.

– “Ne t’inquiète pas, je ne suis pas un voleur, je n’ai rien pris… dans ton sac, du moins”, fa la voce della pantera.
– “Comme tu t’appelle?”, chiesi.
– “Pas important. Je veux ta bite. Mais pas de prenome. Je ne te connais pas, demain je vais partir”, disse lei. Era chiaro, voleva una scopata anonima, libera da legami.

Mi rialzai e lei mi abbassò il costume, mentre il mio cazzo svettava per volontà propria. La vidi che si mordeva il labbro e non aveva più gli occhiali da sole, ma gli occhi erano di fuoco puro.

– “Bien dûr…”, disse mentre me lo prendeva in mano. Si chinò e, senza baciarlo, lo accolse nella sua bocca. Fu uno strazio meraviglioso, rischiai di venire e lei si tolse per farmi respirare, per poi riprenderlo. Lo affondò fino alla gola.
– “Merde… tu…”, iniziai io, mentre lei sorridendo, si alzò, si tolse il sotto del costume, mostrandomi una vulva stupenda ed un pube glabro.
– “Touché moi chatte…”, sibilò lei, ma io non ebbi bisogno di incoraggiamenti: le baciai i seni ed una mia mano scese verso la figa nera.

Era aperta e stava colando nettare. Introdussi un dito, piano e la sentii gemere mentre la stavo masturbando piano. Le rocce sotto di lei si bagnano dei suoi umori, mentre mi segava. Non avrei resistito a lungo e lei lo capì. Stava ansimando e mi spinse a terra, sul telo, s’inerpicò su di me e, bloccandomi a terra con le mani sul petto, prese a cavalcarmi, impalandosi a fondo, dettando sapientemente il ritmo. Emise versi che sembravano animaleschi, pareva una pantera, intenta a divorare la preda ed a me andava bene. Stavo facendo versi anche io e le nostre bocche si trovavano, si perdevano, si ritrovavano.

Le stringevo i seni e sentivo che stavo per godere. Anche lei lo sentì, la sua vulva mi strinse il cazzo, come fosse una mano. Improvvisamente si alzò su di me, sfilandosi e si tocco appena. «Aaah!», esclamò con un ruggito di liberatorio godimento. M’inzuppò dei suoi succhi più intimi, battezzò il mio sesso col suo piacere. Aveva goduto come nessuna femmina che avevo mai avuto, è mai stata in grado di fare. Si tolse e mi succhiò, di nuovo. Le premetti la testa sul membro, tirandole i capelli per dettare il ritmo, con cattiveria. Volevo sentirla implorare, ma non lo fece, anzi mi fissò con libidine e sfida. Mi schiaffò la figa bagnata rorida in faccia, cavalcandomi il capo. Leccai e sentii che aveva un sapore forte, ma buonissimo. Sentii l’inizio dell’orgasmo che montava e lei si tolse, toccandosi da sola, di nuovo.

Quando venni, le esplosi in bocca e poi di nuovo sul viso. Emise un ennesimo ringhio di godimento, mentre il mio seme la lordava, quasi fosse quello il banchetto che la pantera voleva. Nel post-orgasmo, tra le nebbie del pensiero, sommerso dalla quiete, appena ci riuscii, dissi:

– “Le chaud, glaces…”, pensai, ripensando a quella frase che alla fine sintetizzava l’estate.
– “…Baiser avec un inconnu dans les bois…, fece lei e sorridemmo entrambi.
– “C’est etas encroiable”, dissi, riuscendo a ricordare più o meno come dire. Lei annuì, concorde. Si protese e mi baciò. Il suo bacio sapeva di me. Sorridemmo, poi lentamente, mi appisolai.

Quando mi svegliai, notai che ormai se n’era andata. Controllai l’ora ed erano le cinque e qualcosa. Solo le pietre bagnate del suo piacere ed il mio costume abbandonato poco in là, mi diedero modo di capire che non era stato un sogno. Da allora, tornai alla bolla più volte, ma, come già sapevo, della pantera nera non ebbi più ritrovato traccia.
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