Prime Esperienze
UNA SETTIMANA DA RICORDARE (1/2)
16.10.2025 |
2.128 |
5
"Durante la cena parlammo apertamente dei nostri desideri sessuali, ormai ero andato e non riuscivo più a darmi un contegno e su questa cosa Giada si divertiva a provocarmi, non solo a parole ma..."
In questo mio percorso nella memoria, mi è affiorato il ricordo di Camilla, durante una settimana di inizio agosto. Una storia lunga una settimana che ha lasciato nel mio cuore, il piacere di aver salvato una vita, destinata altrimenti ad una lunga sofferenza. Per non dimenticare nulla di quel periodo, la trascrivo in queste righe. «Domenica: prologo»
Quella domenica sera di agosto del 1996, rientravo dal paese dove avevo accompagnato mia moglie Elena e mia figlia, dai suoi genitori. Elena era in attesa della nostra secondo figlia, ma io, quella settimana, avrei dovuto lavorare e sarei restato da solo in casa. Avevo da tempo preso l’abitudine di fare rifornimento al self service, non solo per una questione economica, ma anche perché il distributore vicino casa non aveva il servito. Quella sera mi capitò che alla ragazza davanti a me si era bloccata la carta e non aveva contanti. Era molto preoccupata ed agitata, doveva tornare a casa e non sapeva se c’è l’avrebbe fatta, così mi chiese se avevo almeno 5 euro.
– “Dovrei riuscire a farcela”, mi disse. Non erano certo 5 euro che mi avrebbero cambiato la vita, così misi la carta di credito e le feci 10 euro di benzina. Nel salutarmi mi ringraziò, ma quando si accorse che le avevo messo di più si arrabbiò.
– “Non dovevi, c’è l’avrei fatta sicuramente, ora mi fai sentire in debito con te e non ho come ridarteli”. La tranquillizzai e, abbracciandomi, mi diede un forte bacio sulla guancia.
– “La gratitudine per un piccolo gesto è sempre quella che preferisco. Vai piano e stai attenta che è tardi” le dissi.
– “Dammi il tuo numero di telefono, così quando arrivo o se ho problemi, ti chiamo”.
Le lasciai il mio numero ma non mi presi il suo. Dopo cinque minuti già stavo a casa, il tempo di una sciacquata e poi a letto. Mentre la mia famiglia era dai parenti, io ero impegnato ancora con il lavoro e li avrei raggiunti il venerdì ed era ancora lunedì. Era passata più di un’ora e già stavo nel pieno del sonno, quando squillò il telefono. Inizialmente mi spaventai, non ricevevo mai chiamate a quell’ora e pensai che fosse successo qualcosa alla mia famiglia, dimenticandomi completamente dell’incontro con la ragazza alla stazione di servizio.
– “Ciao, sono Giada, la ragazza del distributore. Non ci siamo neppure presentati”,
– “Ciao, io mio chiamo Bruno, tutto bene?”, le risposi con voce ancora assonnata.
– “Scusa, dormivi?”,
– “perché mentirti dicendo di no? Sì, stavo dormendo da un po’”,
– “mi dispiace averti svegliato. Volevo solo dirti che c’è l’ho fatta a tornare. Sono arrivata da un po’ ma avevo il telefono scarico per avvisarti”,
– “non preoccuparti, mi fa piacere”,
– “senti, credo che mi sia rimasta abbastanza benzina per venirti a restituire i 10 euro”,
– “non esiste proprio. Se vuoi venire fai pure, ma i soldi non li voglio”,
– “ed allora ti invito a prendere qualcosa fuori per ripagarti”,
– “la tua compagnia sarebbe il giusto prezzo ma, se vuoi uscire, offro io”,
– “Ne parliamo poi da vicino. Dimmi solo quando e dove, così mi regolo con la benzina”,
– “ti passo a prendere io domani, fai tu per l’ora ed il posto. Io dopo le 18 sono completamente libero fino a tardi”,
– “ti chiamo domani verso ora di pranzo, se non ti disturbo e ci organizziamo. Un bacio e buonanotte”,
– “buonanotte a te. A domani allora”. Non presi più sonno, la mia fantasia prese il sopravvento immaginando di tutto e di più sull’appuntamento del giorno dopo.
«Lunedì: snob ed ambiguità».
Il lunedì mi chiamò puntuale ed io subito mi offrii per andare a prenderla per ora di cena. Avevano aperto un nuovo locale dalle sue parti, dove si poteva bere o mangiare con musica dal vivo.
«Verranno anche dei miei amici, vedrai ci divertiremo», le dissi che per me non c’erano problemi, anche se avrei di gran lunga preferito stare solo con lei. Tornai a casa da lavoro, una doccia e mi preparai. «Mi raccomando, un qualcosa di non troppo sportivo», mi aveva detto lei, così optai per un pantalone blu con camicia e golfino sulle spalle visto che la serata era abbastanza fresca nonostante fosse estate. Mi presentai da lei in anticipo, così aspettai in auto che scendesse. Arrivò con un abito lungo, che poi mi resi conto, essere una tuta, i cui pantaloni, avevano uno spacco sulle gambe da farli sembrare una gonna che si apriva fino alle parti intime; la parte di sopra le teneva scoperta la pancia e si intrecciava sui seni, che erano niente male, sbracciata e legata dietro al collo.
Scesi dall’auto per salutarla e le tenni lo sportello aperto per farla salire. Attraverso la scollatura, lungo tutta la schiena, vidi chiaramente che non indossava il reggiseno. Le scarpe a décolleté con tacco da dieci, il trucco e l’acconciatura completavano quello splendido quadro. Arrivammo al locale: un posto molto alla moda e ad aspettarci c’erano già i suoi cinque amici. «Finalmente. Mancavi solo tu, Giada», disse uno di loro. Ci presentammo; erano una coppia, Francesco e Camilla, due ragazze, Lucia e Marina ed un ragazzo Luca. Erano tutti più giovani di me: l’età di Giada su per giù, vestiti alla moda con abiti firmati e molto appariscenti, soprattutto le due ragazze, mentre solo Camilla vestiva in maniera più sobria.
Ordinammo da bere e, già dopo i primi dieci minuti, cominciavo a sentirmi a disagio, un po’ per l’età, un po’ per i discorsi molto egocentrici che facevano, parlando di soldi, successi e vantandosi di ciò che avevano, insomma erano i classici figli di papà. Solo Camilla se ne stava in silenzio, si vedeva che, come me, non faceva parte di quell’ambiente; Giada, che era una di loro, capendo il mio disagio, cercava di coinvolgermi, forse sentendosi in colpa di avermi portato lì. Mi facevano molte domande cercando di mettermi in difficoltà per ridere di me, ma riuscivo comunque a tenere testa al loro gioco. Stanco per la situazione, mi alzai con la scusa di andare a fumare una sigaretta fuori, anche se io non fumo.
– “Stai pure qui”, disse Luca, “stiamo all’aperto, si può fumare”,
– “preferirei andare fuori, mi dà fastidio fumare in mezzo alla gente”, “ma fumiamo tutti o quasi”, disse Francesco riferendosi alla fidanzata,
– “io sono per la sigaretta classica, quelle elettroniche non mi dicono nulla, solo apparenza”, risposi io in modo provocatorio, visto che tutti loro avevano quella elettronica,
– “ti accompagno?”, chiese Giada.
– “No, no, stai pure. Devo fare anche una telefonata”. La mia era una scusa per allontanarmi e Camilla se ne accorse, infatti mi guardò mortificata per la situazione, forse pure di più rispetto a Giada. Stavo poggiato ad un muretto e Camilla, tornando dal bagno, si avvicinò a me.
– “Ti chiedo scusa a nome loro”, mi disse tirandomi di bocca la sigaretta spenta e gettandola,
– “ho capito che quella della sigaretta era una scusa”,
– “proprio tu non devi chiedere scusa”,
– “sono fatti così, ma sono bravi ragazzi”,
– “saranno pure bravi ragazzi, ma di certo non lo dimostrano, offendendo in quel modo chi non è come loro. Scusami se te lo dico, ma proprio il tuo Francesco… Mi domando come fai a stare con lui?”,
– “è solo un po’ egocentrico, ma sa essere dolce ed apprensivo. Ci conosciamo da quando eravamo ragazzini ed è stato il primo con cui sono stata”,
– “appunto, è stato il primo”,
– “cosa intendi?”,
– “nulla. Solo che non hai provato altro, per questo lo vedi così. Tu non hai nulla a che fare con loro, non sei come loro, eppure ci stai, anche se a malincuore, lo si capisce lontano un miglio”,
– “che ne vuoi sapere tu di me, non ci conosciamo neppure da un’ora”,
– “hai ragione, la vita è tua, chi sono io da intromettermi”, gettai la sigaretta spenta, mentre lei raggiungeva gli altri.
La serata continuò su quel filo d’onda, misero un po’ di musica, Giada mi invitò a ballare, mentre Camilla rimase al suo posto con Francesco. Oltre all’atteggiamento di Francesco nei confronti di Camilla, che rafforzava sempre più in me l’idea di come la ragazza fosse soggiogata da lui, intimorita tanto da non dire o fare nulla, senza la sua approvazione. Ciò che mi colpì di quella comitiva, furono i modi promiscui che avevano tra di loro. I più attivi erano Marina, Lucia e Luca, ma anche Giada e soprattutto Francesco si davano da fare. Le due ragazze ci provarono anche con me, ma senza successo, strusciandosi in maniera più che sensuale mentre ballavamo. Luca, pure provò più volte ad abbracciarmi e baciarmi, ma i miei rifiuti lo costrinsero a ripiegare, sia sulle tre ragazze che su Francesco, senza però mai coinvolgere Camilla, che restava al suo posto a guardare mentre, anche Francesco si divertiva, dando il peggio di sé, incurante della presenza di Camilla, se non quelle poche volte che io, per riposare, mi sedevo accanto a lei.
Avevano tutti bevuto un po’ troppo, Marina, Lucia e Luca si lasciarono andare in gesti più che affettuosi tra di loro, Giada si alternava tra l’unirsi ai tre e a gettarsi tra le braccia mie e di Francesco, anche quando lui stava seduto accanto a Camilla. A fine serata, uscimmo dal locale ed il trio se ne andò a piedi, con Luca in mezzo alle due ragazze, che si facevano tranquillamente tastare il sedere e baciare. Restammo io, Giada, Camilla e Francesco, che con quest’ultimo, che continuava a scambiarsi effusioni con Giada, che gradiva e ricambiava apertamente, nonostante la presenza mia e di Camilla.
– “Ti devo ringraziare”, mi disse ad un certo punto, “se stasera non ci fossi stato tu sarei dovuta venire con la macchina e non avrei potuto divertirmi così”,
– “perché?”, chiese Francesco, “non sei in grado di guidare in queste condizioni? Io ci riesco benissimo” e salì sulla sua fuoriserie mettendo in moto e facendo rombare il motore.
– “Camilla, tu guidi?” chiesi io,
– “perché glielo chiedi?”, sbroccò Francesco, uscendo dall’auto con fare minaccioso,
– “credo non sia il caso che tu ti metta alla guida”,
– “senti pivellino, forse per guidare la tua carretta c’è bisogno di essere sobri, ma il mio bolide è più che sicuro ed anche a 180, si guida ad occhi chiusi, figurati con qualche bicchierino in più”,
– “non mi preoccupo certo per te, sei libero di fare quello che vuoi, ma Camilla…”, non mi fece finire di parlare che, quasi mettendomi le mani addosso gridò:
– “Camilla fa quello che vuole, tu non la condizioni”, poi rivolto alla ragazza, le chiese:
– “cosa vuoi fare, venire con me o accettare il passaggio di quello sfigato con la sua… che auto è?”. Camilla, impaurita dal tono di Francesco, disse sottovoce:
– “Andiamo a casa, sono stanca” e mi salutò con un lieve gesto della mano.
– “Visto! Il successo si vede anche da questo”, disse Francesco partendo in quarta.
In macchina Giada non disse nulla, si sentiva in colpa per quello che era successo. Solo quando arrivammo sotto casa sua disse:
– “Ti dovevo ripagare per la benzina, tu mi avevi detto che ti sarebbe bastata la mia compagnia, ma non credo che quella di stasera sia stata di tuo gradimento. Perché non sali da me, ho voglia di un po’ di tenerezza”. Ero molto nervoso, l’avevo accompagnata solo per rispetto, così le risposi in malo modo:
– “non ti sono bastate le attenzioni di Luca e delle altre due? Per non parlare di quelle di Francesco?”,
– “che c’entra, ci conosciamo da una vita e tra noi c’è questo rapporto per così dire free”,
– “e Camilla? Non vi siete accorti di come è stata tutta la sera?”,
– “lei è un caso a parte. Si è unita a noi tardi e non è ancora entrata nella nostra ottica, un po’ come te oggi, ma vedrai che anche tu prima o poi…”,
– “impossibile, io come Camilla, non sono uno di voi e, pure se lo fossi, non me ne farei un vanto come i tuoi amici”,
– “ho capito tutto, se stasera potevo darla a qualcuno ci dovrò rinunciare. Comunque stai attento a Francesco, lascia stare Camilla, è l’unico consiglio che mi sento di darti. Buonanotte”.
Lasciai Giada sotto casa sua e, appena arrivai da me, mi arrivò un messaggio:
CAMILLA: «Ciao, sono Camilla, mi ha dato il tuo numero Giada. Volevo solo dirti che fortunatamente sono arrivata a casa sana e salva, anche se piena di paura per come ha guidato Francesco. In ogni caso buonanotte».
Non sapevo se risponderle per paura che potesse leggere Francesco, ma rimasi veramente felice di quel messaggio.
«Martedì: il rimedio di Giada»
Il giorno dopo, martedì, mentre stavo in ufficio durante una riunione dai toni abbastanza accesi, mi squillò il telefono; fu una salvezza per i miei collaboratori, perché proprio in quel momento stavo per perdere le staffe. Era un numero che non conoscevo, presi il cellulare dal tavolo ed uscii dalla stanza sbattendo la porta.
– “Pronto”, dissi rispondendo con tono molto adirato,
– “forse è un brutto momento”, disse la voce dall’altra parte: era Giada.
– “no, anzi. La tua telefonata è stata più che tempestiva, un secondo in più e non so cosa sarebbe potuto succedere”,
– “problemi di lavoro?”,
– “purtroppo no. Problemi di dipendenti incompetenti. Per quelli di lavoro una soluzione la si trova, ma loro non si possono cambiare”,
– “ti chiamavo solo per dirti che Francesco è molto mortificato per quello che è successo ieri”, la interruppi subito,
– “se mi hai chiamato per lui, potevi anche risparmiartelo”,
– “in verità ti volevo già chiamare per farmi perdonare ed invitarti a cena da me stasera, solo noi due. Poi l’ho incontrato, ci ho parlato ed ha deciso, sabato, di invitarti in barca. Ci saremo tutti e sarà un’occasione per farci perdonare”,
– “mi dispiace, a parte che venerdì parto, ma comunque non avrei accettato”,
– “neppure se sono io a farti l’invito?”,
– “Francesco è fatto così”, dissi io, “non ci sono rimasto male per lui, ma per te. Non so neppure se sia il caso di accettare il tuo invito a cena”,
– “capisco”, rispose lei con tono triste, “speravo solo di rimediare al torto fatto. Comunque pensaci, sia per stasera che per il giro in barca”,
– “ok, per stasera prometto che ci penso, ma per sabato non se ne parla proprio, neppure se riuscissi ad organizzarmi”.
Passai il pomeriggio nella mia stanza in ufficio, senza voglia di fare nulla essendo ancora adirato con i miei collaboratori. Avevo bisogno di distrarmi, così pensai di mettere, per una volta, l’orgoglio da parte e chiamare Giada. Mi diede appuntamento per le dieci di quella sera.
– “Mi devi scusare ma ho delle pratiche urgenti da evadere e non riesco a liberarmi prima, ci sono problemi per te se si dovesse fare tardi?”,
– “domani devo andare a lavoro, ma non importa, per quanto tardi si faccia”,
– “se ti organizzi, puoi pure restare a dormire qui e domani mattina scendi con me”. Era proprio quello che volevo sentirmi dire, ma per non sembrare troppo voglioso di stare con lei le risposi:
– “si potrebbe pure fare, magari ne riparliamo stasera”,
– “ok, vediamo come va la serata che poi magari la nottata…”.
Dopo il lavoro, ebbi tutto il tempo per tornare a casa, ma per strada mi fermai da un fioraio, un mazzo di rose mi sembrava eccessivo, così le presi una bella composizione, non troppo esosa, comprai anche dei dolci ed una bottiglia di ottimo spumante. Mi riposai un’oretta e, dopo una doccia rinfrescante, ero pronto per andare da lei. Stavo quasi sotto casa sua, in anticipo, quando mi mandò un messaggio dicendomi che era pronta. Quando bussai alla sua porta e vide i fiori, rimase contenta ed emozionata, portandosi le mani al viso per ringraziarmi, poi mi prese le altre cose di mano dicendomi:
– “Ti ringrazio, i fiori sono bellissimi, ma hai portato troppe cose”,
– “mi hanno insegnato che non si va a casa di qualcuno con le mani in mano, se poi si tratta di una bella ragazza…”,
– “sì, ma tu hai due mani. I fiori erano più che sufficienti”,
– “i fiori erano per te, i dolci per noi”,
– “e lo spumante?”,
– “per il nostro incontro”.
Mi fece accomodare in salotto e la potetti ammirare in tutto il suo splendore, tanto da pensare come potessi io, un uomo di una certa età, stare lì ad immaginarla nuda tra le mie braccia. Indossava un lungo abito di cotone a fiori, con uno spacco davanti che, nel sedersi, mise in mostra le sue belle gambe che, seppure non fosse molto alta, avevano il loro perché.
«Belle le mie gambe, ti piacciono?», mi disse, accorgendosi di come le stessi guardando. «Vuoi sentire come sono lisce e sode?», continuò. Non potevo lasciarmi scappare quell’occasione e, pensando che le era piaciuto, come Francesco gliele toccava, anche in presenza di Camilla, mi avvicinai a lei sedendomi sul bracciolo del divano e poggiai dapprima la mano sul ginocchio, quando poi lei allungò la gamba, le accarezzai tutto il polpaccio fino alla caviglia. «L’interno coscia è ancora più morbido, prova se ti va». A queste sue parole, tolsi la mano che ormai era giunta al suo piede scalzo e la poggiai sulla coscia, accarezzandone l’interno con il pollice. Pian piano le infilai tutta la mano tra le cosce sfiorandole col dito l’elastico degli slip. «E allora?», chiese lei, aspettando un mio commento. Avevo la lingua legata dall’emozione, per ciò che stavo provando e riuscii a dire soltanto
– “Sono favolose”,
– “se ti piace allora continua”, aggiunse allargando leggermente le due gambe che ormai non teneva più accavallate.
Mi facilitò molto nell’infilare il dito negli slip e toccarle la figa. «Continua così, mi piace» e, chiudendo gli occhi, si distese, portando il sedere al limite del divano, in modo tale che potessi infilare tutto il mio dito nella fessura della sua figa. Cominciava a godere talmente tanto, che quasi con prepotenza, allungò le mani sul mio pacco, slacciandomi la cerniera dei pantaloni ed infilandoci la mano dentro. Afferrò con forza il mio cazzo duro e cominciò a masturbarlo; più lo smanettava con le mani, più io insistevo col mio dito dentro di lei, stuzzicandole sempre di più il clitoride. Eravamo talmente presi, che mi ritrovai a baciarla, muovendo le nostre lingue, al ritmo delle nostre mani e sentivo i suoi mugolii di piacere. «Di più, di più. Quel dito non mi basta, voglio sentire di più dentro di me», diceva ansimando.
Con la mano libera, senza mai lasciare la presa nei miei pantaloni, si abbassò le mutandine ed afferrò con forza la mia spingendola dentro di sé. Era talmente bagnata dall’eccitazione, che potevo muovere con facilità tutte e quattro le dita che avevo dentro, mentre con il pollice accarezzavo il pelo curato. La mia mazza dura e dritta era completamente fuori dai pantaloni, stretta completamente nella sua mano che non riusciva a tenerla tutta, allora ci si fiondò sopra con la bocca infilandosela fino in gola. Succhiò con prepotenza il mio cazzo, per poi tirarlo fuori e leccarlo dalle palle alla cappella, percorrendolo su e giù per tutta la sua lunghezza, con la lingua e le labbra che lo avvolgevano. Alternò per un paio di volte fin quando non le sborrai in bocca e sulla faccia; si ripulì per bene bevendo il mio sperma e raccogliendo per bene con la lingua tutta la sborra che era rimasta vicino la mia cappella fino all’ultima goccia.
«Come aperitivo credo che basti. Ricomponiamoci… il tempo che butto la pasta e mangiamo». Restai da solo sul divano a pensare con quale naturalezza si fosse fatta toccare e sentivo ancora il suo odore sulla mia mano.
– “Ma poi cosa hai deciso per stanotte, ti fermi qui?”, mi disse dalla cucina.
– “da come è iniziata la serata, credo proprio di sì… a proposito, vado a prendere la borsa in macchina” e scesi approfittando per riordinare le idee. Quando tornai su, i piatti già erano in tavola.
– “Ho preparato uno spaghetto veloce, spero ti piaccia il piccante perché sono venuti un po’ forti”,
– “certo”, dissi io “lo adoro”,
– “come tutte le situazioni piccanti?”,
– “tutte non saprei, ma se quella di stasera lo sarà, spero sia davvero piccante, da piacere ad entrambi”. Misi la prima forchettata in bocca e nonostante adorassi il peperoncino sentii ardere tutta la lingua. Giada ridendo mi versò un bicchiere di vino.
– “Bevi, con questo ti passa tutto”.
Svuotai il bicchiere tutto d’un sorso, essendo bello fresco ed effettivamente mi passò il bruciore, ma solo per il semplice fatto che era un vino ad alta gradazione e mi salì tutto alla testa, sentendo una vampata di calore avvolgermi per tutto il corpo. Me ne versò un altro bicchiere, poi porgendomi il suo pieno disse: «Non abbiamo ancora brindato a questo nostro esserci incontrati l’altra sera». Fui costretto a bere ancora di quel vino, ma stavolta sorseggiandolo e gustando il suo buon sapore. Durante la cena parlammo apertamente dei nostri desideri sessuali, ormai ero andato e non riuscivo più a darmi un contegno e su questa cosa Giada si divertiva a provocarmi, non solo a parole ma anche a gesti e soprattutto fisicamente.
Mentre mangiava, si puliva sensualmente le labbra con le dita e la lingua, ogni occasione era per lei di sfiorarmi le mani, ma anche accarezzarmi la faccia, passandomi le dita sulla bocca e dietro le orecchie. Io ricambiavo, con la sua gradita approvazione, ogni suo gesto. Cominciò anche a farmi piedino, infilando il piede nudo sotto la gamba dei miei pantaloni per poi allungarsi fino a toccarmi il pacco ormai ingrossato. Passammo a mangiare il secondo, giusto un po’ di formaggio e qualche affettato.
– “Vuoi un po’ di frutta o passiamo al dolce”, mi chiese,
– “prendi pure i dolci”, le dissi ed aprì il cartoccio, afferrando subito un cannolo, era piccolo e se lo portò alla bocca succhiando tutta la crema,
– “mi piace, mi dà una sensazione che ben puoi capire”.
Una volta svuotato, succhiandone la ricotta interna, ci infilò il dito dentro per raccogliere quel poco che era rimasta e me lo portò alla bocca dicendo: «Immagina se questa crema stesse dentro di me, la gusteresti allo stesso modo?». Non resistetti più a tutte quelle provocazioni, così mi alzai per portarmi dietro di lei, per accarezzarle le spalle che le avevo scoperto, dopo averle sbottonato tutto il vestito. Le baciavo il collo e con le mani le tastavo i seni nudi mentre lei, con finta indifferenza, ma tanta sensualità, continuava a mangiare i dolcini. «Ho messo lo spumante in frigo. Prendilo», mi ordinò, alzandosi e portando il vassoio sul tavolino, davanti al divano, con il vestito aperto davanti, che mostrava tutta la sua nudità, infatti durante le effusioni che ci eravamo scambiati prima di cena si era tolta le mutandine. «I bicchieri stanno nella cristalliera nel corridoio, prendi anche quelli». Poggiai il tutto sul tavolino e mi sedetti affianco a lei, presi la bottiglia e la stappai riempendo i due calici. “Attento che sono di cristallo”.
Le passai il suo con molta delicatezza e presi il mio: brindammo a noi due e, dopo un sorso, poggiammo i bicchieri per prenderci altri due dolcini. Lei prese un babà ed io un bignè, aspettò che lo mangiassi e, abbracciandomi dietro al collo, mi fece stendere sulle sue gambe rivolto verso di lei. Addentò il dolce facendomi colare sulla faccia tutto il rum, ne mangiò mezzo, poi si chinò per leccarmi il viso e ripulirmi, prima di riportarsi alla bocca la parte restante, lasciandone per metà fuori. Si avvicinò nuovamente al mio volto, mettendomi in bocca il babà ed iniziando a baciarmi con quel boccone che passavamo dall’uno all’altra. Baciandomi in quel modo, allungò la mano per prendere il suo bicchiere, aspettò che ingoiassi quell’ultimo pezzetto e sollevò la testa per bere. Non mandò giù, ma con la mano mi accarezzò le labbra, facendomi aprire la bocca ed iniziò a far colare lo spumante dalla sua direttamente nella mia bocca, poi fece un altro sorso e tornò a baciarmi con la bocca piena.
Senza mollare la presa, con lo spumante che colava sul mio mento, posò il bicchiere ed allungò la mano in modo da poterla infilare nei miei pantaloni e toccarmi il cazzo. Essendo bello gonfio ed i pantaloni stretti, mi slacciai cintura, bottone e cerniera per tirarlo fuori. Essere masturbato e baciato da Giada, mi dava un forte senso di piacere, così come l’idea di avere la testa poggiata praticamente sulla sua figa. Infatti appena lei lasciò per qualche istante la mia bocca, mi voltai per leccargliela. Da quando ci eravamo seduti sul divano, fino a quel momento, non avevamo detto una parola, avevamo lasciato parlare i nostri corpi, le nostre sensazioni, ma appena affondai la lingua dentro di lei disse: «Questo è ciò che più mi manda in estasi, voglio che non ti fermi fino a che non mi fai venire». Fece un altro sorso di spumante e si stese su di me, in modo da arrivare con la bocca a prendere il mio cazzo ed a lasciarmi con la faccia tra le sue gambe. Sentii un lieve bruciore intorno al mio cazzo, per via dello spumante che ci aveva spruzzato sopra, ma poi, pian piano, le sue labbra che scorrevano strette su e giù intorno a lui e la sua lingua, trasformarono quel fastidio in piacere che ben presto divennero godimento quando raggiunsi il mio orgasmo, eiaculando una forte quantità di sborra in bocca. Ingoiando tutto disse:
«Continua a leccare, non ti fermare; tu hai goduto nella mia bocca, ora voglio godere io nella tua. Muovi quella lingua più forte che mai, tutta dentro la voglio, devo provare il piacere di sentirti leccare le pareti della mia figa che si sta bagnando, grazie a te». Non mi fermai, proprio come lei voleva e, mentre continuavo a gustare il suo sapore, lei mi toccava lungo il corpo baciandomi e leccandomi ovunque. «Lo senti, lo senti come sto cominciando a godere anche io. Sono quasi vicina all’orgasmo quindi non fermarti, affonda sempre di più quella tua lingua. Lo stai facendo in modo così magistrale che mi sento brividi per tutto il corpo. Fai godere la tua maialina, falla godere tutta come desidera». A quel punto lanciò un grido di piacere, saltando in piedi sul divano e, con la mano davanti alla sua figa grondante, si masturbava forte, dirigendo tutto il suo godere, verso la mia faccia e verso la mia bocca aperta, aspettando che si riempisse tutta, per poi bere, tutto quel nettare che mi aveva regalato.
Sfinita, ma ancora ansimante e col volto pieno di gioia, per il copioso orgasmo che aveva appena avuto, si lasciò andare stesa per terra, con la schiena, le gambe, le braccia allargate ed il vestito aperto, che mostrava tutto il corpo. Io, seduto sul divano, rimasi fisso ad ammirare quello splendido spettacolo. Era passata da un bel po’ la mezzanotte ed in quella posizione si addormentò. Allora io decisi di alzarmi, aggiustandomi il pantalone e prendendola in braccio, le sfilai completamente l’abito e la portai sul letto. Non si svegliò, così mi spogliai anch’io e, nudo, mi stesi accanto a lei abbracciandola. In quella posizione mi addormentai, cadendo in un sonno profondo, ma sereno per ciò che avevo provato. Verso le quattro di notte mi svegliai e lei era lì che dormiva a pancia sotto, le luci della strada, attraverso la finestra aperta, mi permettevano di ammirare il suo corpo. Non resistetti e cominciai ad accarezzare quel suo sedere prosperoso e sodo. Si svegliò e mi fermai.
«No, continua pure. Mi piace come lo tocchi con delicatezza, sento nelle tue mani la voglia di averlo». Mi stava letteralmente proponendo il suo culo e l’idea mi allettava così tanto da farmi eccitare in maniera talmente vistosa che commentò: «È chiaro che lo vuoi, prendilo pure se vuoi, già mi immagino quella mazza dura dietro di me che mi sfonda tutta fino agli intestini». Stava lì, immobile, aspettando che facessi la mia mossa. Era tutto pronto: il suo culo in posizione per ricevermi dentro, la mia mazza dura, eretta, già ingrossata da quelle vene pulsanti e con le palle gonfie, pronte a riempirla con tanta di quella sborra che aspettava solo il momento giusto di zampillare fuori dal mio cazzo. Mi portai allora su di lei e con la mano smuovevo il mio arnese per stuzzicarla vicino a quel buco che aveva messo in bella mostra per farselo trafiggere. Quando lo sentii abbastanza rilassato, spinsi forte su di lei, quasi schiacciandola e, come un chiodo spinto nel muro dal martello, la penetrai, causandole non poco dolore che seppe alleviare stringendomi il cazzo dentro. La scopai tra le sue grida e le sue imprecazioni a spingere forte su e giù, ma mi teneva talmente stretto che non ci riuscivo, era bloccato lì, in lei che soffriva e godeva; era talmente stretto che ritardai di molto la sborrata, solo quando lei si rilassò un po’, mi sentii libero nel riempirla e così fu. Cacciai tanta di quella sborra che non smetteva più di uscire. Non so per lei, ma per me fu la più bella scopata di culo che ebbi ed anche nel paragonarla a tutti gli orgasmi della mia vita, compresi i precedenti due avuti quella sera, potevo dire di aver dato e ricevuto il massimo.
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore.
Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Commenti per UNA SETTIMANA DA RICORDARE (1/2):

Discussioni sul pianeta Swinger e non solo...
