Prime Esperienze
Racconto 3 Capitolo 1 La Prima Ripresa
22.03.2026 |
2.771 |
3
"Sono venuta in meno di un minuto, in silenzio, mordendomi il labbro fino a sentire il sapore del sangue..."
Mi chiamo Giulia. Ho ventidue anni e, fino a quel pomeriggio di fine settembre, la mia esistenza era stata una specie di lunga apnea silenziosa.Sono sempre stata la cugina invisibile di Diletta. Lei era il fuoco d’artificio, io il mozzicone spento che qualcuno dimentica nel posacenere. A scuola mi chiamavano “la suora”, non perché fossi particolarmente religiosa, ma perché arrossivo fino alle orecchie quando in classe qualcuno raccontava una barzelletta sconcia. Portavo maglioni oversize anche d’estate, felpe con cappuccio anche in casa, reggiseni sportivi che schiacciavano il più possibile quello che la natura – con un senso dell’umorismo crudele – aveva deciso di regalarmi: un seno pesante, rotondo, che tendeva i tessuti e attirava sguardi che io fingevo di non notare. Vita stretta, fianchi morbidi ma proporzionati, gambe lunghe. Uno di quei corpi che sui social fanno guadagnare migliaia di follower. Peccato che il mio account Instagram avesse sette foto in tre anni, tutte paesaggi o gatti altrui.
Non avevo mai baciato nessuno. Non nel modo che conta. C’era stato quel ragazzo, Matteo, che al compleanno di una compagna mi aveva sfiorato le labbra dopo tre birre di troppo. Io mi ero irrigidita come un manichino, lui aveva riso imbarazzato e aveva cambiato discorso. Fine della mia storia romantica.
Di notte, però, sotto le coperte, le mie mani sapevano dove andare. Sempre lo stesso copione: luce spenta, pigiama abbassato fino alle ginocchia, dita che scivolavano lente, immaginando volti senza nome, corpi senza volto. Venivo in silenzio, mordendomi l’interno della guancia, poi mi sentivo sporca e vuota per ore. Non era piacere, era solo uno sfogo. Un modo per far smettere il rumore dentro la testa.
Poi è arrivata la proposta di Diletta.
“Di riprendere uno spettacolo”, visto i miei studi in fotografia e montaggio film.
Sono rimasta zitta per almeno dieci secondi. «Perché io?» ho sussurrato.
«Perché sei la persona più discreta che conosco. E perché ti fidi di me, no?»
Non era proprio la risposta che volevo.
Ho detto di sì. Non so nemmeno perché. Forse per curiosità. Forse perché, in fondo, volevo raccimolare qualche euro. Il giorno dopo ero nel loro appartamento.
Quando ho visto Marco ho smesso di respirare per un istante, mi ha stretto la mano, sorriso tranquillo ma pericoloso, di quelli che ti fanno abbassare lo sguardo senza volerlo.
«Tranquilla, Giulia» mi ha detto. «Tu fai solo il tuo lavoro. Se ti senti a disagio in qualsiasi momento, dici stop e stop. Ok?»
Ho annuito, incapace di parlare Marco era completamente nudo il suo cazzo era grosso. Non solo lungo, ma spesso, venoso, con quella leggera curvatura verso l’alto che sembrava studiata per colpire punti precisi. La cappella era già lucida. Si è accarezzato due volte, lentamente, guardandomi – o forse no, Diletta si è spogliata guardando dritto verso di me.
«Pronta, cuginetta?»
Ho premuto REC con il pollice che tremava.
Hanno iniziato con i preliminari. Baci profondi, lingue che si cercavano rumorosamente, mani ovunque. Marco le ha succhiato i capezzoli facendola inarcare, poi è sceso con la bocca tra le sue cosce. Diletta ha emesso un gemito lungo, teatrale ma reale. Io zoomavo, cercavo l’inquadratura migliore, ma vedevo tutto attraverso un velo di calore. Le mie guance scottavano. I capezzoli, traditori, si erano induriti contro il cotone spesso del reggiseno e ogni piccolo movimento li faceva sfregare, mandandomi scariche di corrente lungo la schiena.
Quando Marco è entrato dentro di lei, ho trattenuto il fiato.
Lo ha fatto lentamente, centimetro dopo centimetro, lasciandole il tempo di abituarsi. Diletta ha aperto la bocca in un gemito muto, poi ha iniziato a muoversi contro di lui, incalzante. Il rumore bagnato dei loro corpi che sbattono era amplificato dal microfono direzionale che avevo puntato. Schiaffi di carne, respiri spezzati, il letto che cigolava ritmicamente.
A un certo punto Diletta ha gridato qualcosa di incomprensibile, ha inarcato la schiena e ha spruzzato. Un getto chiaro, potente, che ha bagnato l’addome di Marco e il lenzuolo sotto. Io ho sobbalzato, la telecamera ha tremato per un secondo. Ho corretto l’inquadratura con le mani che ormai sudavano.
Marco ha aumentato il ritmo. Muscoli tesi, glutei che si contraevano a ogni spinta. Quando è venuto lo ha fatto con un grugnito basso, animalesco, tenendosi dentro di lei fino all’ultima pulsazione. Poi si è sfilato lentamente. Un rivolo bianco denso è colato fuori dalla figa di Diletta, scendendo verso l’ano.
«Stop» ha detto lui, con voce roca.
Ho spento la registrazione. Le mani mi tremavano così forte che ho quasi fatto cadere la camera.
«Vado un attimo in bagno» ho balbettato.
Sono scappata.
Mi sono chiusa dentro, ho appoggiato la schiena alla porta. Il cuore mi martellava nelle orecchie. Tra le gambe sentivo un calore liquido, quasi doloroso. Le mutandine erano inzuppate, lo sentivo mentre camminavo.
Mi sono guardata allo specchio. Pupille dilatate, guance scarlatte, labbra socchiuse. Sembravo un’altra persona.
Ho abbassato i jeans e le mutandine. Il tessuto era appiccicoso, trasparente di umore. Mi sono toccata con due dita, piano. Ero gonfia, sensibilissima. Bastava sfiorare il clitoride per farmi tremare.
Ho chiuso gli occhi e ho rivisto tutto.
Il cazzo di Marco, lucido dei succhi di Diletta. Il modo in cui si era mosso dentro di lei. Il getto dello squirting. Il seme che colava.
Ho infilato due dita dentro di me, lentamente. Ero strettissima, quasi dolorante dal desiderio. Ho iniziato a muoverle, immaginando che fossero le sue. Immaginando che fosse lui a spingere, a riempirmi, a guardarmi mentre perdevo il controllo.
Sono venuta in meno di un minuto, in silenzio, mordendomi il labbro fino a sentire il sapore del sangue. Le ginocchia mi hanno ceduto. Mi sono accucciata sul pavimento freddo del bagno, con le dita ancora dentro, il respiro spezzato.
Quando sono uscita, Diletta era avvolta nell’accappatoio, Marco si era infilato dei pantaloncini. Mi hanno guardata con sorrisi gentili, come se non fosse successo niente di strano.
«Tutto ok?» ha chiesto lei.
«Sì… sì, tutto ok.»
Ma non era vero.
Qualcosa dentro di me si era rotto. O forse si era aperto.
Quella notte non ho dormito.
Continuavo a riguardare il video sul mio portatile, con le cuffie, volume basso. Ogni gemito di Diletta, ogni colpo di Marco, ogni schizzo. Mi toccavo di nuovo, e di nuovo, e ancora. Venivo tre, quattro volte, fino a stare male dalla sovrastimolazione.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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