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Lui & Lei

Racconto 1 Capitolo 9 La Colf


di LoScrivano
19.02.2026    |    427    |    0 8.7
"Trovò una pozza di sperma secco sul pavimento della cucina, residuo di una masturbazione mattutina: "Signor, questo è troppo, " disse, inginocchiata a sfregare, canottiera scollata..."
Dopo quelle settimane di ricatti e sesso estremo in ufficio con Silvia e Marta, la mia vita divenne un turbine di eccitazione costante. Al mattino, sotto la scrivania, masturbazioni furtive mentre fissavo minigonne e camicette; al pomeriggio, tornavo a casa con il cazzo ancora semi-eretto nei pantaloni, pre-cum che inzuppava i boxer, pronto a sfogarmi di nuovo. Ma la dipendenza aveva bisogno di nuovi territori, e la casa – quel appartamento disordinato e polveroso – divenne il mio prossimo campo di battaglia.
Avevo assunto una colf pochi mesi prima, durante la convalescenza dalla frattura: non potevo pulire da solo con il tutore, così venne lei, Elena, una donna sui trent'anni di origini dell'est europeo, con curve generose e un'aria pratica. Durante quelle settimane di immobilità forzata, la vedevo arrivare con i suoi attrezzi, e già allora l'eccitazione montava nonostante il dolore. Ricordo un aneddoto: una mattina, ancora fasciato e con il cazzo gonfio per gli antidolorifici che non fermavano le erezioni notturne, la chiamai per aiutarmi a prendere un bicchiere d'acqua dal comodino. Lei entrò in camera, pantaloni larghi e maglietta anonima, ma i suoi occhi sfiorarono il rigonfiamento sotto il lenzuolo. "Signor, sta bene?" chiese con accento marcato, e io, fingendo debolezza, lasciai cadere il telo "per sbaglio", esponendo il cazzo semi-eretto, venoso e sensibile. Arrossì, ma mi porse il bicchiere senza commenti, e io sentii un brivido di eccitazione mista a umiliazione – il primo segno che la dipendenza sopravviveva anche nel dolore.
All'inizio, il rapporto era professionale: arrivava due volte a settimana, con pantaloni larghi e magliette anonime, spazzava, lavava, stirava senza dire una parola di troppo. Io la pagavo e la lasciavo fare, ma i miei occhi già la divoravano: tette piene che spingevano contro la stoffa, culo rotondo che ondeggiava mentre si chinava, odore di sapone misto a sudore femminile che aleggiava dopo che se ne andava.
Con il passare del tempo, l'esibizionismo prese il sopravvento. Iniziai a girare nudo per casa durante le sue visite: fingevo di uscire dalla doccia, asciugamano che cadeva "accidentalmente", cazzo semi-eretto che dondolava libero, vene gonfie che pulsavano leggermente mentre camminavo in soggiorno. Lei arrossiva, distoglieva lo sguardo, ma notavo i suoi occhi che sfioravano la cappella lucida, le palle pesanti che rimbalzavano contro le cosce. "Scusi, signor," borbottava, ma continuava a pulire, forse incuriosita.
Aggiunsi scuse per farmi vedere nudo: una volta, "perdendo" l'equilibrio mentre lei puliva il corridoio, mi appoggiai al muro nudo, cazzo eretto che sfiorò accidentalmente il suo braccio; un'altra, fingendo di aver dimenticato l'asciugamano in lavanderia, attraversai il soggiorno nudo e gocciolante dopo la doccia, acqua che colava lungo l'asta venosa, palle contratte per il freddo. Lei balbettò: "Signor, si copra," ma il suo sguardo indugiò.
Poi, le docce calcolate: sapendo che entrava in bagno per pulire intorno alle 11, mi infilavo sotto l'acqua calda poco prima, porta socchiusa "per distrazione". L'acqua scorreva sul mio corpo, mano che sfregava piano il cazzo eretto, vene gonfie che pulsavano sotto il getto, cappella sensibile che sfregava contro il palmo. Sentivo i suoi passi, la porta che si apriva: "Scusi, pulisco il lavandino," diceva, ma i suoi occhi attraverso il vetro appannato della doccia fissavano l'ombra del mio cazzo duro, mano che pompava ritmicamente. Una volta, venni proprio mentre lei era lì: schizzi densi che colpirono il vetro, colando giù in rivoli bianchi e appiccicosi, odore muschiato che si mescolava al vapore. Lei finse di non vedere, ma uscì arrossata.
Passai alle masturbazioni sapendo di essere notato. Una mattina, tornato dall'ufficio con il cazzo duro per le provocazioni di Silvia (che mi aveva succhiato in bagno durante la pausa), mi sdraiai sul divano nudo, mano che avvolgeva l'asta venosa, palmo che pompava su e giù mentre Elena spazzava il pavimento. Guardavo il suo culo mentre si chinava, pantaloni che si tendevano sulle natiche morbide, e acceleravo: pollice che ruotava sulla cappella viola e gocciolante, pre-cum che colava in fili appiccicosi, palle gonfie che rimbalzavano contro la base, suono bagnato – schlick-schlick. Venni con un rantolo, schizzi densi e cremosi che colpirono il mio stomaco, colando giù sui cuscini del divano in rivoli bianchi e appiccicosi, odorando di cloro e muschio.
Lasciavo tracce deliberate: sperma secco sui pavimenti del bagno (schizzi che colavano dal glande dopo una sega notturna, residuo di orgasmi multipli induriti in macchie giallastre e croccanti sul piastrelle fredde), lenzuola inzuppate di sperma dopo sogni erotici, boxer sporchi gettati in giro con croste bianche. Elena li trovava durante le pulizie: la vedevo chinarsi, naso che sfiorava le macchie sul pavimento, espressione mista a disgusto e curiosità mentre sfregava con lo straccio, con detersivo, odorando con disinfettante con aceto o candeggina, ma l'odore acre di sperma che saliva mentre bagnava il pavimento. "Signor, deve stare più attento," diceva con accento marcato, ma i suoi occhi tradivano eccitazione.
Con il tempo, lei rispose alle provocazioni. Iniziò a venire con canottiere scollate senza reggiseno: tette piene che rimbalzavano libere mentre passava l'aspirapolvere, capezzoli scuri e larghi eretti che premevano contro la stoffa sottile, areole visibili attraverso il cotone sudato. Pantaloncini aderenti di lycra che le segnavano la figa gonfia, labbra esterne che si delineavano come una cameltoe invitante, culo che tremava a ogni movimento. Si chinava più del necessario, schiena inarcata, tette che dondolavano pesanti, figa che sfregava contro il tessuto umido di sudore.
Un pomeriggio, tornato dall'ufficio con tracce fresche – sperma secco sui pantaloni dopo una sega sotto la scrivania, macchie bianche croccanti che lei notò subito – la tensione esplose. Trovò una pozza di sperma secco sul pavimento della cucina, residuo di una masturbazione mattutina: "Signor, questo è troppo," disse, inginocchiata a sfregare, canottiera scollata che mostrava i capezzoli duri, pantaloncini aderenti che si infilavano tra le natiche. Io, tirai fuori il cazzo dalla patta dei pantaloni, mi avvicinai: "Puliscilo con la lingua," scherzai, ma lei mi guardò con occhi vogliosi, "Forse lo faccio."
Da lì, la scena degenerò in estremo. Mi spinse contro il muro, mani callose che afferrarono il cazzo venoso, dita che strizzarono la base mentre si inginocchiava, labbra piene che avvolsero la cappella gocciolante, lingua ruvida che ruotava intorno al glande, succhiando con forza animale – gulp-gulp – gola profonda che ingoiava tutto fino alle palle, naso premuto contro il pube peloso, saliva mista a pre-cum che colava sul mento sudato. Succhiò con violenza, testa che bobinava su e giù, denti che graffiavano la pelle sensibile, mani che mungevano le palle gonfie, pollice che premeva sul perineo spingendo dentro l'ano stretto. "Vieni in bocca, porco," mugugnò, e io esplosi: schizzi caldi e densi che le riempirono la gola, sperma cremoso che colò dagli angoli delle labbra mentre ingoiava con rantoli, lingua che leccava i residui dall'asta pulsate.
Non si fermò. Si alzò, si tolse i pantaloncini aderenti: figa con peli curati in una striscia nera, labbra carnose e gonfie che luccicavano di umori, clitoride sporgente rosa scuro. Mi cavalcò sul pavimento, figa calda e viscida che ingoiò il cazzo fino alle palle, pareti interne vellutate che contrassero l'asta con spasmi ritmici. Cavalcò selvaggia, tette che rimbalzavano fuori dalla canottiera, capezzoli duri che sfregavano contro il mio petto, culo che sbatteva contro le mie cosce con slap-slap umidi e violenti, umori che colavano misti al mio pre-cum sul pavimento già sporco. "Scopami come una troia," gemette, e io spinsi dal basso, cazzo che sfregava contro il suo punto G, mani che strizzavano le natiche morbide, dita che entravano nel suo ano puckered e umido, massaggiandolo con pressione brutale.
La girai a quattro zampe sul pavimento, entrai da dietro con un colpo secco: figa che schiaffeggiava contro le palle, ano che pulsava mentre le infilavo tre dita dentro, lubrificate dai suoi umori densi. Lei venne urlando, corpo che tremava in spasmi violenti, spruzzando umori caldi sul pavimento in pozzanghere appiccicose, e io tirai fuori all'ultimo, schizzando sul suo culo – getti potenti e cremosi che le dipinsero le natiche in linee bianche filanti, colando giù fino alla figa gocciolante.
Da quel giorno, la routine domestica divenne estremo: pomeriggi di sesso ossessivo, con lei che puliva nuda, tette che rimbalzavano mentre sfregava, figa che sfregava contro il manico della scopa; masturbazioni reciproche sui pavimenti sporchi di sperma, dita che entravano e uscivano da fighe e culi, corpi intrecciati in cucina, schizzi multipli che inzuppavano tutto. Mi piaceva – la dipendenza trovava nuovo nutrimento nella provocazione domestica – ma le crepe si allargavano: la casa, come l'ufficio, era diventata una prigione di desiderio infinito.
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