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Racconto 1 Capitolo 5 Il Ritorno al Vuoto
18.02.2026 |
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"Una mi cavalcò selvaggia, figa rasata che ingoiava il cazzo fino alle palle, tette pesanti che sbattevano contro il mio petto; un’altra si sedette sulla mia faccia, figa bagnata e muschiata..."
Uscire dall’ospedale fu come tornare in un mondo che non mi apparteneva più. Le braccia erano ancora ingessate, ma più leggere; i medici mi avevano tolto i supporti rigidi, lasciandomi solo tutori leggeri che potevo muovere quel tanto che bastava per afferrare un bicchiere o un telefono. Il cazzo, invece, non aveva mai smesso di essere un problema: duro al mattino, duro al pomeriggio, duro ogni volta che un ricordo delle mani di Anna e Sofia mi sfiorava la mente. Camminavo per strada con un’erezione costante sotto i pantaloni larghi, pre-cum che inzuppava i boxer, odore muschiato che mi seguiva come un’ombra.La prima notte a casa fu un inferno. Solo nel mio appartamento buio, con le tende tirate e il silenzio che pesava, provai a toccarmi da solo. Le dita tremanti sfregarono l’asta venosa, cappella gonfia e sensibile che pulsava sotto il palmo, ma non bastava. Mancava il calore altrui, la pressione brutale, l’umiliazione di essere maneggiato come un oggetto. Venni in fretta, schizzi densi che colpirono il mio stomaco, ma il piacere durò un secondo: subito dopo arrivò la nausea, un vuoto gelido che mi strinse lo stomaco. Mi addormentai con il cazzo ancora semi-eretto, sporco di sperma secco, e mi svegliai nel cuore della notte con un’erezione dolorosa, come se il corpo si ribellasse al fatto di essere solo.
Il giorno dopo tornai a caccia.
Non potevo più aspettare. Andai in un bar malfamato vicino alla stazione, un posto con luci al neon rosse e odore di birra stantia misto a fumo vecchio. Sedetti al bancone, ordinai un whiskey doppio, e iniziai a guardare. La prima fu una ragazza sulla trentina, capelli tinti di biondo platino, trucco pesante, minigonna di pelle che le saliva sulle cosce tatuate. Si chiamava Carla – o almeno così disse quando le offrii da bere. Parlammo poco: bastò un’occhiata al rigonfiamento nei miei pantaloni e lei sorrise con labbra rosse e carnose.
Andammo nel bagno unisex del bar. Chiusi la porta a chiave, la spinsi contro il lavandino sporco di calcare. Le alzai la gonna: mutandine nere di pizzo già bagnate, figa rasata con labbra interne lunghe e scure che spuntavano, clitoride piercingato che scintillava sotto la luce fioca. Le infilai due dita dentro senza preavviso – calda, viscida, pareti interne che si contrassero intorno alle nocche con un suono umido. "Cazzo sì, vai dritto al punto," gemette, afferrandomi il cazzo attraverso i pantaloni. Lo tirò fuori: eretto, venoso, cappella lucida di pre-cum che gocciolava sul pavimento piastrellato.
La girai, la piegai sul lavandino, le aprii le natiche con le mani ancora deboli per i gessi. L’ano puckered e stretto pulsava leggermente; ci sputai sopra, poi entrai nella figa con un colpo secco. Slap-slap-slap, il rumore della carne contro carne echeggiava nel bagno angusto, misto ai suoi gemiti rochi: "Spaccami, porco, più forte!" Le afferrai i capelli tinti, tirai indietro la testa, scopandola con violenza brutale, il cazzo che sfregava contro le pareti vellutate, clitoride piercingato che sentivo pulsare a ogni spinta. Lei venne spruzzando umori caldi sulle mie cosce, corpo che tremava contro il lavandino, e io tirai fuori all’ultimo, schizzando sul suo culo – getti densi e cremosi che le dipinsero le natiche in linee bianche filanti, colando lungo la fessura fino all’ano.
Ma mentre lei ansimava, ridendo e pulendosi con carta igienica, io sentii solo il vuoto. Non era abbastanza. Mai abbastanza.
Da lì, la spirale accelerò.
Tornai ai club underground, ma ora cercavo di più: gangbang organizzati in stanze private, dove entravo bendato e venivo usato da sconosciuti. Una sera finii in un appartamento affollato: cinque donne, corpi nudi e sudati sotto luci rosse basse. Mi legarono le braccia – i gessi ancora lì a ricordarmi la vulnerabilità – e mi fecero sdraiare su un materasso sporco. Una mi cavalcò selvaggia, figa rasata che ingoiava il cazzo fino alle palle, tette pesanti che sbattevano contro il mio petto; un’altra si sedette sulla mia faccia, figa bagnata e muschiata premuta contro la bocca, clitoride gonfio che sfregavo con la lingua mentre leccavo umori salati e densi; una terza mi succhiava le palle, lingua che scavava nel perineo, dita che entravano nel mio ano lubrificato, massaggiando la prostata con pressione brutale.
Venni tre volte in rapida successione: prima dentro la cavallerizza, sperma che la riempiva fino a colare fuori in rivoli cremosi; poi in bocca alla terza, getti caldi che le riempirono la gola facendola tossire; infine sul viso della seconda, schizzi che le dipinsero le guance e le labbra mentre lei rideva. Ma ogni orgasmo era seguito da un crollo più profondo: il corpo tremava, il cuore batteva forte, e dentro cresceva una sensazione nuova – non solo vuoto, ma disgusto verso me stesso.
Tornai a casa all’alba, puzzando di sesso, sudore e sperma. Mi guardai allo specchio: occhi infossati, cazzo ancora semi-eretto nonostante tutto, gessi sporchi di fluidi secchi. La dipendenza non mi dava più piacere; mi stava distruggendo. Eppure, mentre mi sdraiavo sul letto, la mano andò di nuovo al cazzo, sfregandolo piano, sapendo che il giorno dopo avrei ricominciato. Perché non sapevo fare altro.
Le crepe erano diventate voragini, e io continuavo a caderci dentro.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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