Prime Esperienze
Racconto 3 Capitolo 4 La Doppia Vita
29.03.2026 |
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"Jeans aderenti che valorizzavano il culo, un maglioncino leggero un po’ scollato che lasciava intravedere la curva del seno..."
La doppia vita mi stava consumando, ma non riuscivo a fermarmi. Era come una droga, più ne prendevo, più ne volevo, anche se ogni mattina mi svegliavo con un senso di vergogna che mi stringeva lo stomaco.Di giorno ero ancora la Giulia che tutti conoscevano all’università, la studentessa modello maglioni larghi di lana grigia o beige che nascondevano completamente le mie tette, jeans comodi un po’ sformati, capelli raccolti in una coda stretta e severa, occhiali dalla montatura spessa che mi facevano sembrare più giovane e innocente. Parlavo poco, arrossivo se un professore mi faceva un complimento diretto, abbassavo gli occhi quando un ragazzo mi sfiorava per sbaglio nel corridoio affollato. I compagni mi chiamavano “la suora laica” o “la brava ragazza”. Nessuno immaginava che quelle stesse mani che prendevano appunti ordinati con calligrafia perfetta, poche ore dopo stringessero un cazzo duro e venoso mentre la mia bocca lo accoglieva con avidità crescente.
Di pomeriggio, invece, diventavo un’altra persona. Entravo a casa di Diletta e Marco con il cuore che batteva forte, mi chiudevo la porta alle spalle e iniziava la trasformazione. Mi spogliavo lentamente davanti allo specchio del bagno, osservando il mio corpo come se appartenesse a qualcun’altra. Via il maglione largo, via il reggiseno sportivo che schiacciava tutto. Indossavo pantaloncini di jeans così aderenti che salivano fino a mostrare metà delle natiche rotonde, top semi-trasparenti di pizzo nero che lasciavano intravedere chiaramente i capezzoli già turgidi per l’eccitazione. Un push-up che trasformava il mio seno naturale in due sfere esplosive, perfette per la telecamera. Mi truccavo più pesante labbra rosse lucide, capelli sciolti e mossi. Quando mi guardavo allo specchio non riconoscevo più la ragazza timida dell’università. Vedevo una donna che stava imparando a desiderare di essere guardata.
Ogni video era un passo in più verso un abisso che mi attraeva e spaventava allo stesso tempo.
La prima volta che ho preso in bocca il cazzo di Marco è stato un momento che non dimenticherò mai. Tremavo. Le mie mani esitavano mentre lo avvolgevo alla base. Era caldo, pesante, la pelle liscia e tesa sulle vene in rilievo.
Ho aperto le labbra, timida, e ho accolto solo la cappella. Il sapore era salato, leggermente muschiato. Ho fatto ruotare la lingua intorno al glande, lentamente, esplorando. Marco ha emesso un gemito basso che mi ha fatto bagnare all’istante. Ho preso coraggio, ho aperto di più la bocca e ho iniziato a scendere. Gulp… gulp… La gola si contraeva, gli occhi mi lacrimavano, ma non mi sono fermata. Le sue mani mi hanno accarezzato i capelli con dolcezza sorprendente.
«Cazzo, Giulia… sei bravissima» ha mormorato con la voce spezzata dal piacere.
Quelle parole mi hanno dato una scarica di eccitazione che non mi aspettavo. Ho iniziato a muovere la testa su e giù con più decisione, le labbra strette intorno al suo cazzo, le guance che si incavavano a ogni succhiata. Le mie mani non stavano ferme: una mungeva delicatamente le palle gonfie e pesanti, l’altra sfregava il perineo con il pollice. Sentivo Marco pulsare sulla lingua, diventare ancora più duro.
Quando è venuto, è stato intenso. Schizzi caldi, densi, cremosi che mi hanno riempito la bocca all’improvviso. Ho cercato di ingoiare tutto, ma un po’ di sperma è colato dagli angoli delle labbra, scendendo lungo il mento. Ho tossito piano, gli occhi lucidi, ma ho alzato lo sguardo verso la telecamera e ho sorriso timidamente, con le labbra ancora sporche. Quel sorriso timido e sporco ha fatto impazzire i commenti nei giorni successivi.
Poi sono arrivate le scene con Diletta.
La prima volta che mia cugina mi ha leccata davanti alla camera è stato surreale. Ero sdraiata sul letto, gambe aperte, figa completamente rasata e già lucida di umori. Diletta si è messa tra le mie cosce, mi ha guardata con quel sorriso malizioso che conoscevo da sempre e ha abbassato la testa. La sua lingua calda ha sfiorato prima le grandi labbra, poi ha trovato il clitoride e ha iniziato a succhiarlo con forza. Ho inarcato la schiena di scatto, un gemito acuto mi è sfuggito dalle labbra.
«Oh… cazzo…» ho sussurrato, dimenticandomi per un attimo della telecamera.
Le sue dita sono entrate dentro di me, due, poi tre, pompando rapido mentre la lingua continuava a lavorare sul clitoride. Il piacere è salito velocissimo, violento. Ho sentito qualcosa di nuovo, di diverso. Una pressione profonda, quasi insopportabile. Quando sono venuta, non è stato un orgasmo normale. Ho squirtato per la prima volta in video: getti potenti, caldi, che hanno schizzato sul viso di Diletta, sul suo petto, sul letto e persino sulla lente della telecamera. Tremavo incontrollabilmente, gemevo piano, arrossendo violentemente mentre mia cugina rideva, leccandosi le labbra.
«Brava Giulia… squirti come una fontana, cuginetta. Il pubblico impazzirà.»
E aveva ragione. I guadagni sono triplicati in poche settimane. I commenti sotto i video erano un fiume in piena: “Giulia è incredibile”, “Quella timidezza mentre squirta è troppo erotica”, “Voglio vederla prendere due cazzi insieme”. Ogni complimento mi faceva sentire sporca, sbagliata… ma anche incredibilmente eccitata. Ogni sera, sola nella mia stanza, mi masturbavo pensando a Marco: al suo cazzo che mi riempiva la bocca, al sapore del suo sperma, al modo in cui mi guardava mentre venivo. Venivo due, tre volte, mordendo il cuscino per non fare rumore.
Fino a quel giorno all’università.
Era un martedì mattina qualunque, maglione largo color tortora, jeans chiari, coda alta, occhiali. Ero seduta nella solita fila centrale, prendevo appunti con la mia calligrafia ordinata. Dietro di me, un ragazzo, Ousmane, che avevo notato solo di sfuggita nelle ultime settimane: alto, fisico scolpito che si intuiva anche sotto la felpa, pelle scura, sorriso gentile. Senegalese.
A un certo punto mi ha passato un appunto. Ho voltato appena la testa per ringraziarlo e lui mi ha sorriso.
«Grazie» ho mormorato, arrossendo come sempre.
Lui mi ha fissata un attimo troppo a lungo. Poi, con voce bassissima, quasi impercettibile, ha sussurrato:
«Giulia… ti ho riconosciuta. I tuoi video… Sei incredibile.»
Il cuore mi si è fermato. Un’ondata di calore mi è salita dal petto fino alle guance. Mi sono sentita svenire. Le mani hanno iniziato a tremare così forte che la penna mi è caduta sul banco.
«N-non… non dire niente, ti prego…» ho balbettato, la voce rotta.
Lui ha sorriso dolcemente, senza malizia apparente.
«Tranquilla. Non dico nulla a nessuno. Te lo giuro. Ma… mi piacerebbe parlarti in privato. Ho una cosa da dirti. Niente di brutto, promesso.»
Ho annuito piano, incapace di formulare una frase completa. La voce mi usciva solo come un sussurro:
«S… sì… ok.»
Mi ha dato appuntamento per la sera dopo cena, al bar piccolo in centro, quello con le luci soffuse vicino alla piazza. “Solo per parlare”, ha specificato.
Sono uscita dall’aula con le gambe molli, come se avessi corso per chilometri. Il mondo intorno a me sembrava ovattato. Camminavo e sentivo solo il battito furioso del mio cuore e il calore umido che, traditore, si era già formato tra le mie cosce.
Tutta la giornata è stata un inferno di pensieri contrastanti. Cosa voleva da me? Ricattarmi? Chiedermi soldi? O semplicemente… conoscermi? L’idea che qualcuno nella mia “vita vera” sapesse chi ero davvero mi terrorizzava e, allo stesso tempo, mi eccitava in un modo perverso che non riuscivo a confessare nemmeno a me stessa.
Quella sera, prima di uscire per l’appuntamento, mi sono guardata allo specchio a lungo. Ho tolto il maglione largo, ho liberato il seno pesante. I capezzoli erano già duri. Ho infilato una mano nelle mutandine e mi sono toccata, piano. Ero bagnatissima. Ho chiuso gli occhi e per un attimo ho immaginato Ousmane che mi guardava mentre succhiavo Marco, mentre squirtavo sulla faccia di Diletta. Sono venuta in pochi secondi, mordendomi il labbro per non gemere.
Mi sono vestita con cura per l’appuntamento, niente di troppo provocante, ma nemmeno la solita felpa informe. Jeans aderenti che valorizzavano il culo, un maglioncino leggero un po’ scollato che lasciava intravedere la curva del seno. Ho lasciato i capelli sciolti.
Mentre camminavo verso il bar, mi sentivo come se stessi andando verso il patibolo… o verso qualcosa di nuovo e pericoloso.
Ousmane era già lì, seduto a un tavolino esterno. Quando mi ha vista ha sorriso, un sorriso caldo, sincero. Si è alzato e mi ha salutato con due baci sulle guance, educato.
«Grazie per essere venuta, Giulia.»
Ci siamo seduti. Ho ordinato un bicchiere di vino bianco, lui una birra. Per i primi minuti abbiamo parlato del più e del meno: l’università, gli esami, il tempo. Poi lui ha appoggiato i gomiti sul tavolo e mi ha guardata negli occhi.
«Voglio essere chiaro» ha detto con voce bassa e calma. «Non sono qui per giudicarti, né per ricattarti. Ti ho riconosciuta per caso, qualche settimana fa. Ho visto uno dei tuoi video… e non riuscivo a credere che fossi tu. La ragazza timida dell’aula che arrossisce per tutto.»
Ha fatto una pausa, sorridendo appena.
«Sei bravissima, sai? Non solo per il corpo… ma per come ti lasci andare. Quella timidezza che rimane anche mentre fai cose così sporche… è ipnotica.»
Ho abbassato lo sguardo, le guance in fiamme. Sentivo il cuore battere fortissimo.
«Cosa… cosa vuoi da me?» ho chiesto con un filo di voce.
Ousmane si è sporto leggermente in avanti.
“Voglio scoparti. Una volta. O più. Come vuoi tu. Ma se non accetti… mando i link dei video a tutto il gruppo del corso. Al professore. A tutti. E so che non vuoi questo.”
Il mondo mi è crollato addosso. Vergogna, paura che mi stringeva lo stomaco, imbarazzo così forte che mi sentivo nuda. Le mani tremavano.
“Non posso… non qui… non così…”
“Non qui. A casa mia. Stasera. O domani. Decidi tu. Ma devi venire. Altrimenti… lo sai.”
Ho pianto piano, lacrime che cadevano nel vino. Nessuno al bar sembrava notare. Ero solo una ragazza timida che arrossiva con un ragazzo.
Ho pensato a tutto, al corso, agli sguardi dei compagni, al professore che mi stima, Alla mia vita “normale” che si sgretolerebbe.
Ho annuito, sussurrando: “Ok… ma prometti che non dirai niente a nessuno. Mai. E dopo… finisce.”
Ousmane ha sorriso per la prima volta. “Promesso. Solo noi due. Vieni domani sera alle 20. Ti mando l’indirizzo.”
Sono tornata a casa in lacrime. Lisa era in stanza, ha visto il mio viso e ha chiesto: “Tutto ok?”
Ho mentito: “Sì… solo stanchezza.”
Mi sono chiusa in bagno. Mi sono guardata allo specchio: viso paonazzo, occhi gonfi. Ma sotto, la figa pulsava. Non solo per paura. C’era… curiosità. Il suo corpo alto, muscoloso, la pelle scura contro la mia chiara. Il contrasto che non avevo mai pensato.
Mi sono toccata lì, in piedi contro il lavandino. Dita dentro il clitoride gonfio. Pensavo a Ousmane, al suo cazzo – chissà quanto grosso, chissà come sarebbe dentro di me. Sono venuta forte, silenziosa.
Dopo, seduta sul pavimento del bagno, ho pianto di nuovo.
Vergogna. Paura. Imbarazzo.
Ma anche… un brivido nuovo. Qualcosa di proibito, di pericoloso.
Domani sera vado da lui.
Per salvare il segreto.
O forse… per scoprire qualcos’altro.
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