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Lui & Lei

Racconto 1 Capitolo 4 Le Mani Altrui


di LoScrivano
18.02.2026    |    589    |    1 9.4
"Venni con un rantolo animalesco, schizzi densi e cremosi che colpirono il suo guanto e il lenzuolo, odorando di cloro e sale, colando in rivoli bianchi appiccicosi..."
Verso i trent’anni, il mio corpo iniziò a tradirmi in modi che non potevo prevedere. La dipendenza mi aveva reso imprudente: scopavo ovunque, con chiunque, senza curarmi delle conseguenze. Una notte, dopo una sessione selvaggia in un club sotterraneo – legato e frustato da una dominatrice che mi aveva lasciato la schiena a strisce rosse brucianti – decisi di guidare a casa ubriaco di adrenalina e whiskey. L'auto slittò su una pozza d'olio, finii contro un albero. Fratture multiple a entrambe le braccia, costole incrinate, ma il cazzo – ironia della sorte – rimase intatto, pronto come sempre.
Mi risvegliai in ospedale, ingessato dalle spalle ai polsi, braccia immobilizzate in posizione rigida come un Cristo crocifisso. Non potevo muovermi, non potevo toccarmi, non potevo nemmeno pisciare da solo. Era una tortura peggiore di qualsiasi catena BDSM: il desiderio ribolliva dentro, ma ero impotente. Il primo giorno, l'eccitazione era già lì – un'erezione mattutina persistente, il cazzo duro e venoso che premeva contro il lenzuolo sottile, cappella viola lucida di pre-cum che filtrava attraverso il pigiama ospedaliero. Quando arrivò l'ora di urinare, chiamai l'infermiera con il campanello, voce tremante.
La prima fu Anna, una donna sulla quarantina, robusta e pratica, con tette abbondanti che spingevano contro il camice bianco, capezzoli larghi che si intravedevano sotto il tessuto sottile. Entrò con un sorriso professionale, ma i suoi occhi si posarono sul rigonfiamento evidente sotto il lenzuolo. "Problemi a urinare, signor Rossi?" chiese, alzando il telo senza cerimonie. Il mio cazzo balzò fuori, eretto e pulsante, vene gonfie come corde tese, odore muschiato di sudore e desiderio represso che riempì l'aria sterile della stanza. Lei arrossì leggermente, ma afferrò il pene con mano guantata, dita fredde e ferme che lo tennero puntato verso il pappagallo. "Rilassati," mormorò, ma il tocco – anche se clinico – mi fece pulsare più forte, pre-cum che gocciolò dalla punta in fili appiccicosi.
Pisciai con difficoltà, il flusso interrotto dai spasmi di eccitazione, caldo e giallo che schizzava nel pappagallo con un suono tintinnante. "È... è sempre così?" balbettai, il cazzo che si induriva ancora di più tra le sue dita, cappella che sfregava contro il lattice del guanto. Lei rise piano, stringendo un po' di più: "Succede spesso con i pazienti immobilizzati. Il corpo reagisce." Ma i suoi occhi tradivano curiosità, e io sentii la crepa allargarsi: ero eccitato da morire, ma dipendente da lei, umiliato e voglioso.
Quella notte, l'erezione non calava. Chiamai di nuovo. Stavolta venne Sofia, più giovane, venticinque anni, capelli neri raccolti in una coda, culo sodo che ondeggiava sotto il camice, labbra carnose dipinte di rosso sbiadito. Vide il problema immediato: cazzo duro come marmo, punta bagnata che gocciolava sul lenzuolo. "Oh... devo aiutarti di nuovo?" disse, guanti nuovi che scricchiolavano mentre lo afferrava. Le sue dita erano più delicate, pollice che sfregava accidentalmente la base sensibile, facendomi gemere. "Fa male?" chiese, ma la sua mano si fece più lenta, quasi esplorativa, mentre dirigeva il flusso nel pappagallo. Odore di lattice misto al mio muschio salato, il suo respiro caldo vicino al mio pube mentre si chinava per posizionare meglio il contenitore.
Non resistetti. "Ti prego... aiutami," sussurrai, occhi fissi sui suoi. "Non ce la faccio più. Masturbami." Lei esitò, guance arrossate, ma la curiosità vinse. Gettò via il pappagallo, chiuse la porta a chiave con un clic metallico, e tornò da me. Le sue dita guantate avvolsero il cazzo, palmo che scivolava sull'asta unta di pre-cum, producendo un suono bagnato e ritmico – schlick-schlick. Accelerò, pollice che ruotava sulla cappella gonfia, unghie che graffiavano leggermente le vene pulsanti. "Sei un porco," mormorò con un sorriso sporco, ma continuò, tette che rimbalzavano leggermente sotto il camice mentre pompava più forte. Venni con un rantolo animalesco, schizzi densi e cremosi che colpirono il suo guanto e il lenzuolo, odorando di cloro e sale, colando in rivoli bianchi appiccicosi.
Ma non bastava. La dipendenza urlava per di più. Il giorno dopo, durante il turno, chiesi aiuto a entrambe – Anna e Sofia – fingendo un'urgenza. Entrarono insieme, occhiate complici tra loro mentre scoprivano il cazzo eretto, rosso e venoso, che pulsava nell'aria fredda. "Di nuovo?" disse Anna, afferrandolo per prima, dita esperte che lo tenevano fermo. Sofia si unì, la sua mano più piccola che sfregava le palle pelose e contratte, pollice che premeva sul perineo sensibile. "Piscia," ordinò Anna, ma io gemetti: "No... succhiamelo. Vi prego."
Loro si guardarono, poi Sofia si chinò per prima, labbra carnose che avvolsero la cappella, lingua piercingata che ruotava intorno al glande umido, succhiando con forza mentre Anna teneva la base stretta, dita che sfregavano l'asta in su e giù. Odore di disinfettante misto al mio sudore acre, il suono della bocca di Sofia che slurppava – gulp-gulp – mentre ingoiava la saliva mista a pre-cum. Anna si unì, leccando le palle con lingua larga e calda, succhiandole una alla volta nel calore umido della sua bocca, denti che graffiavano leggermente la pelle sensibile. "Vieni per noi, sporco invalido," sibilò Sofia, accelerando i risucchi, gola che si contraeva intorno alla metà del cazzo.
Esplosi in bocca a Sofia, getti caldi e densi che le riempirono la gola, sperma che colò dagli angoli delle labbra rosse mentre ingoiava con un rantolo soddisfatto, Anna che leccava i residui dall'asta pulsate. Ma anche dopo, il vuoto tornò più forte: le crepe si stavano trasformando in voragini. Ero dipendente non solo dal sesso, ma dall'umiliazione di doverlo mendicare, e l'ospedale divenne la mia prigione erotica personale.
Durante la degenza, le cure si fecero più intime e deliberatamente provocatorie. Ogni due giorni, Anna e Sofia mi facevano il bagno a letto – una spugna calda imbevuta di sapone neutro che scivolava sulla mia pelle sudata e appiccicosa, lavando prima il petto, poi le ascelle pelose, poi scendendo lento verso il pube. La prima volta, Anna iniziò dal torace, spugna morbida e calda che sfregava i capezzoli sensibili con movimenti circolari lenti, facendoli indurire e gonfiare come piccoli capezzoli eretti, mentre Sofia si occupava delle gambe, mani guantate che salivano piano lungo l'interno coscia, sfiorando il perineo con pressione crescente.
Quando arrivarono al cazzo – già eretto, venoso, cappella lucida e gocciolante pre-cum – lo afferrarono insieme con entrambe le mani. La spugna calda e insaponata avvolse l'asta intera, dita che pompavano su e giù con ritmo deciso, schiuma bianca che colava lungo le vene pulsanti e gocciolava sulle palle contratte. Odore intenso di sapone floreale mischiato al mio muschio acre e al sudore accumulato, il suono bagnato e ritmico – squelch-squelch-squelch – che riempiva la stanza silenziosa. Anna stringeva la base con forza, pollice che premeva contro il frenulo sensibile, mentre Sofia ruotava la spugna intorno alla cappella gonfia, sfregandola con pressione brutale, facendo schizzare schiuma e pre-cum in gocce che colavano sul lenzuolo.
"Guarda come trema," sussurrò Sofia, leccandosi le labbra, mentre acceleravano il ritmo. Le loro dita si intrecciarono sull'asta, pompando insieme, schiuma che schizzava ovunque, il mio bacino che si inarcava involontariamente nonostante i gessi. Venni senza preavviso, un orgasmo violento e incontrollabile: schizzi densi e cremosi che esplosero dalla cappella, mescolandosi alla schiuma in getti potenti che colpirono i loro camici, il mento di Sofia, il petto di Anna, odorando di sperma fresco, cloro e sapone. Rivoli bianchi colarono sul lenzuolo umido, mentre loro continuavano a sfregare piano, prolungando gli spasmi, facendomi gemere come un animale ferito.
Nei giorni successivi, le sessioni di lavaggio degenerarono in veri e propri rituali di tortura erotica. Una mattina, dopo avermi insaponato il cazzo eretto fino a farlo pulsare dolorosamente, Sofia si chinò e lo prese in bocca direttamente – labbra calde e umide che ingoiarono l'asta insaponata fino in gola, lingua che leccava via la schiuma con risucchi profondi e bagnati, gola che si contraeva intorno alla base mentre Anna leccava le palle, succhiandole con forza brutale, denti che graffiavano la pelle tesa e sensibile. "Succhia più forte, troia," rantolai, e lei obbedì, testa che bobinava su e giù con violenza, saliva mista a sapone che colava in rivoli densi sul mio scroto, odore acre di sesso e disinfettante che saturava l'aria. Venni in bocca sua con un urlo soffocato, getti potenti che le riempirono la gola fino a farla tossire, sperma bianco che le colò dal mento mentre ingoiava con un mugugno animalesco.
Un'altra sera, durante il bagno notturno, Anna decise di spingersi oltre: si tolse le mutandine sotto il camice, salì sul letto a cavalcioni sopra di me, figa bagnata e rasata che sfregava contro il mio cazzo ancora insaponato e duro come ferro. "Ti lavo io così, porco invalido," ringhiò, guidandolo dentro di sé con un movimento brutale – calda, stretta, pareti interne vellutate e contratte che mungevano l'asta con spasmi ritmici. Cavalcò selvaggia, tette che rimbalzavano fuori dal camice sbottonato, capezzoli duri e larghi che sfregavano contro il mio petto, culo che sbatteva contro le mie cosce con slap-slap umidi e violenti, umori che colavano misti alla schiuma sul mio pube peloso. Sofia guardava da vicino, dita che sfregavano il suo clito sotto il camice, gemendo piano mentre si masturbava. Anna accelerò, figa che schiaffeggiava contro il mio osso pubico, clitoride gonfio che sfregava contro la base del mio cazzo. Venne urlando sommessamente, corpo che tremava in spasmi violenti, spruzzando umori caldi e densi sul mio addome, e io esplosi dentro di lei, sperma che la riempiva fino a far colare rivoli cremosi e appiccicosi lungo le sue cosce mentre si alzava lentamente, ansimante, lasciando il mio cazzo ancora duro e gocciolante.
Quelle sessioni mi tenevano in vita, ma amplificavano le crepe: il piacere era totale, estremo, quasi doloroso, ma la dipendenza mi rendeva schiavo, un invalido eccitato che mendicava ogni tocco, ogni schizzo, ogni umiliazione. Quando uscii dall'ospedale, il vuoto era più grande che mai.
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