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Lui & Lei

Racconto 1 Capitolo 15 Lo Spizio


di LoScrivano
20.02.2026    |    517    |    0 8.7
"Elena è la più dolce: lo prende in bocca piano, succhia la cappella flaccida, lecca le palle rugose, lo accarezza fino a farlo gonfiare un po'..."
Quella festa di pensione fu l'ultima esplosione. Dopo aver scopato tutte e sei, una per una, mentre le altre si masturbavano guardandoci, crollai sul pavimento appiccicoso di sperma e umori. Il Viagra aveva retto, ma il corpo no. Mi sentivo svuotato, non solo di sborra, ma di energia vitale. Il cazzo, ancora semi-duro, pulsava debolmente contro la coscia, come un vecchio animale ferito che cerca di alzarsi per l'ultima volta.
Nei mesi successivi il declino fu lento ma inesorabile. Le erezioni spontanee sparirono quasi del tutto. Il Viagra aiutava ancora, ma sempre meno, e sempre con più fatica. Le scopate con Elena divennero rare: il cazzo entrava molle, restava dentro per qualche spinta debole, e venivo con schizzi radi e acquosi, quasi senza piacere. Lei mi guardava con pietà mista a tenerezza: "Signor… forse è ora di riposare." Poi arrivò la notizia: era incinta, dalla festa. Un figlio mio, concepito in quella notte di eccessi. Non ebbi dubbi: le lasciai l'appartamento. "Crescilo qui," le dissi, firmando le carte dal notaio. "Fagli una casa pulita, lontana dal mio casino." Lei pianse, mi baciò, promise che il bambino avrebbe saputo solo cose belle di me. Io non ci credevo, ma era l'unico gesto decente che potevo fare.
Vendetti il resto, presi i risparmi, e scelsi una casa di cura per pensionati – uno "spizio" discreto, pulito, con infermiere gentili e finestre che davano su un giardino anonimo. La mia stanza era piccola: letto singolo, scrivania, una poltrona, un bagno privato. Portai solo poche cose: vestiti, libri, e il quaderno dove continuavo a scrivere queste memorie, pagina dopo pagina, con mano tremante.
Passo le giornate così: mi alzo, faccio colazione con la pappa per vecchi, guardo la TV senza vederla, poi mi chiudo in camera. Tiro fuori il cazzo flaccido, molle, rugoso, con la pelle sottile e venature bluastre. Lo sfrego piano, cerco di ricordare le fighe, le bocche, gli squirting, ma spesso resta inerte. Quando riesco a indurirlo un po', è una vittoria piccola: vene che si gonfiano debolmente, cappella che si arrossa, palle che si contraggono appena. Masturbo lento, a volte per ore, fino a un orgasmo secco o a un rivolo acquoso che cola sul lenzuolo. Le infermiere lo sanno. Entrano per cambiare le lenzuola, vedono le macchie, mi guardano con compassione mista a disgusto. "È un povero pazzo," sento che dicono nel corridoio. "Sempre lì a toccarsi, alla sua età." Non mi vergogno più. È l'unica cosa che mi resta.
Gli unici momenti belli sono quando vengono loro. Le sei donne della mia vita. Arrivano separatamente o a coppie, portano fiori, cioccolatini, sorrisi. Ma soprattutto portano mani, bocche, fighe. Si chiudono la porta, si spogliano, e giocano con il mio cazzo moscio. Elena è la più dolce: lo prende in bocca piano, succhia la cappella flaccida, lecca le palle rugose, lo accarezza fino a farlo gonfiare un po'. "Dai, signor… torna duro per me," sussurra, e io ci provo, sento il sangue arrivare lento, vene che si tendono debolmente. Silvia e Marta sono più cattive: ridono, lo schiaffeggiano piano, lo strizzano: "Guarda che coso floscio… una volta ci riempivi tutte, ora sembri un vecchio lombrico." Ma continuano, lo succhiano a turno, lo masturbano con mani esperte, e alla fine si indurisce quel tanto che basta. Nadia e Sofia arrivano insieme: Nadia lo cavalca piano, figa bagnata che lo avvolge molle ma caldo, Sofia che lecca il clitoride e il punto di contatto, fino a farmi venire un rivolo debole dentro di lei. Laura è la più nostalgica: lo unge con olio come nelle sedute di depilazione, lo sfrega lento, sussurra "Ricordi quando ti depilavo e sborravi sul mio viso?" e continua fino a farmi schizzare un po' di sperma acquoso sulle sue tette.
Ogni visita finisce così: io sdraiato, esausto, cazzo che torna molle subito dopo, loro che si rivestono, mi baciano la fronte, dicono "Torneremo presto, vecchio porco." Io sorrido, le guardo uscire, e resto solo con il quaderno aperto.
Scrivo queste ultime righe con mano tremante. La dipendenza non è morta. È solo diventata più piccola, più debole, più patetica. Ma è ancora qui. E finché respiro, continuerà a pulsare, anche se ormai è solo un'eco lontana di ciò che ero.
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