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Lui & Lei

Racconto 1 Capitolo 10 La Finestra di Fronte


di LoScrivano
20.02.2026    |    636    |    0 8.7
"Le afferrai le tette piene da dietro, strizzando i capezzoli duri e larghi, torcendoli fino a farla urlare, mentre spingevano profondo, cazzo che sfregava contro il suo punto G, palle che..."
Capitolo 10 – La Finestra di Fronte
Nelle giornate in cui Elena non si presentava – quei pomeriggi vuoti dopo l'ufficio, quando tornavo a casa con il cazzo ancora duro per le seghe sotto la scrivania o i pompini veloci di Silvia in bagno – il desiderio non si placava. L'appartamento sembrava troppo silenzioso, troppo privato, e la dipendenza mi spingeva a cercare nuovi rischi. La finestra del soggiorno dava direttamente sul palazzo di fronte, a pochi metri di distanza: un balcone contro balcone, vetrate che si specchiavano l'una nell'altra. Sapevo di essere visto – o almeno, speravo di esserlo – dalla vicina, una donna sui trentacinque anni che viveva sola, corpo atletico scolpito da ore in palestra, pelle olivastra che brillava al sole, capelli neri lisci che le cascavano sulle spalle, tette piene e sode con capezzoli larghi e scuri che si intravedevano attraverso le sue magliette aderenti, fianchi stretti che sfociavano in un culo muscoloso e alto, figa che immaginavo rasata e gonfia, pronta a ingoiare. La vedevo spesso al suo balcone, fumando o lavorando al laptop, occhi curiosi che sfioravano la mia finestra. Si chiamava Nadia – l'avevo sentito da un vicino – e il suo sguardo tradiva una fame repressa, come se anche lei cercasse un brivido.
Iniziai con l'esibizionismo sottile, ma presto divenne estremo. Tornavo a casa, mi spogliavo nudo all'ingresso, cazzo semi-eretto che dondolava libero mentre camminavo per il soggiorno, finestre spalancate senza tende, luce del pomeriggio che illuminava ogni vena gonfia, ogni pelo pubico. Fingevano incidenti: uscivo sul balcone nudo per "annaffiare le piante", corpo esposto al vento, cazzo che si induriva per l'aria fresca, palle pesanti che rimbalzavano contro le cosce mentre mi chinavo, sapendo che lei era lì, al suo balcone, occhi fissi sul mio uccello venoso che pulsava leggermente. Una volta, mi stesi nudo sul divano di fronte alla finestra, fingendo di leggere un libro, ma la mano scivolò giù: dita che sfregavano piano la cappella sensibile, pre-cum che colava in fili appiccicosi mentre i miei occhi incontravano i suoi attraverso il vetro – lei arrossì ma non distolse lo sguardo, labbra che si aprivano leggermente in un sorriso complice.
Poi, passai alla masturbazione esibizionista pura, sapendo di essere visto non solo da lei ma potenzialmente da chiunque passasse in strada o dai balconi vicini. Un pomeriggio, tornato eccitato dall'ufficio (Marta mi aveva cavalcato in sala riunioni, umori ancora appiccicosi sui pantaloni), mi piazzai direttamente alla finestra aperta, nudo e eretto, mano destra che avvolgeva l'asta dura come ferro, palmo ruvido che pompava su e giù con ritmo lento e deliberato, vene spesse che spuntavano sotto la pelle tesa, pulsando a ogni colpo. Le palle gonfie rimbalzavano contro la base, pesanti e contratte, mentre fissavo Nadia al suo balcone: lei indossava un top aderente senza reggiseno, tette piene che rimbalzavano mentre si muoveva, capezzoli duri che premevano contro la stoffa, pantaloncini corti che mostravano l'interno coscia umido. Accelerai, pollice che ruotava sulla cappella viola e lucida, pre-cum che gocciolava sul davanzale in fili trasparenti, suono bagnato – schlick-schlick – che echeggiava fuori, visibile e udibile per lei. Gemetti forte, sapendo che mi sentiva: "Guardami, troia," mormorai tra i denti, e lei si morse il labbro, mano che sfiorava il suo seno.
Venni con un urlo soffocato, schizzi densi e cremosi che esplosero dalla punta, getti potenti che colpirono il vetro della finestra in pozzanghere bianche e appiccicose, colando giù sul davanzale esterno, odorando di cloro e muschio, visibili da fuori come una firma sporca. Nadia ansimò, visibilmente eccitata, e sparì dentro casa – ma tornò il giorno dopo, provocandomi: si spogliò al suo balcone, tette piene che rimbalzavano libere, capezzoli scuri eretti al vento, figa rasata con labbra carnose e gonfie che sfregava con dita lente, clitoride sporgente che ruotava sotto il pollice, umori che luccicavano al sole.
L'escalation fu inevitabile. Un pomeriggio, mentre mi masturbavo furiosamente alla finestra con entrambe le mani sull'asta, una che pompava la base, l'altra che strizzava la cappella, vene gonfie e rosse, palle contratte che sbattevano, orgasmi multipli con schizzi che inzuppavano il vetro – lei apparve al suo balcone, nuda e bagnata, figa gocciolante che sfregava contro la ringhiera. "Ne hai per me?" gridò attraverso la strada, voce roca e invitante. Non ci pensai: uscii sul balcone nudo, cazzo eretto e gocciolante, e lei saltò la ringhiera bassa del suo balcone (i palazzi erano vicini, un metro di distanza), atterrando sul mio con un balzo felino, corpi che si scontrarono in un abbraccio brutale.
Il sesso fu estremo, pubblico e senza freni, con il rischio costante di essere visti dai passanti sotto o dai vicini. Mi spinse contro la ringhiera, mani che afferrarono il cazzo venoso, dita che strizzarono la base mentre si inginocchiava sul balcone esposto, labbra piene che avvolsero la cappella, lingua ruvida che ruotava intorno al glande umido, succhiando con forza animale – gulp-gulp – gola profonda che ingoiava tutto fino alle palle, naso premuto contro il pube peloso, saliva mista a pre-cum che colava sul mento e gocciolava giù dal balcone sulla strada. Succhiò con violenza, testa che bobinava su e giù, denti che graffiavano la pelle sensibile, mani che mungevano le palle gonfie, pollice che premeva sul perineo spingendo dentro l'ano stretto, mentre un'auto passava sotto, clacson che suonava forse per noi. "Vieni in bocca, esibizionista del cazzo," mugugnò, e io esplosi: schizzi caldi e densi che le riempirono la gola, sperma cremoso che colò dagli angoli delle labbra mentre ingoiava con rantoli, lingua che leccava i residui dall'asta pulsate, gocce che caddero giù sul marciapiede.
Non si fermò. Si alzò, si girò contro la ringhiera, culo muscoloso esposto al mondo, figa rasata e gocciolante che sfregava contro il mio cazzo. "Scopami qui, dove tutti possono vedere," ordinò, e io entrai con un colpo secco da dietro: calda, stretta, pareti interne vellutate che contrassero l'asta con spasmi ritmici, culo che sbatteva contro le mie cosce con slap-slap umidi e violenti, umori che spruzzavano misti al mio pre-cum sul balcone. Le afferrai le tette piene da dietro, strizzando i capezzoli duri e larghi, torcendoli fino a farla urlare, mentre spingevano profondo, cazzo che sfregava contro il suo punto G, palle che sbattevano contro il clitoride sporgente. Lei si inarcò, tette che dondolavano oltre la ringhiera, visibili dalla strada, gemiti rochi che echeggiavano: "Più forte, fammi venire per i vicini!"
Le infilai tre dita nell'ano puckered e umido, massaggiandolo con pressione brutale mentre scopavo più veloce, rischiando di cadere fuori dal balcone. Lei venne urlando come una bestia, corpo che tremava in spasmi violenti, spruzzando umori caldi sul balcone e oltre la ringhiera, gocciolando giù sulla strada dove qualcuno poteva vedere. Io tirai fuori, schizzai sul suo culo esposto – getti potenti e cremosi che le dipinsero le natiche in linee bianche filanti, colando giù fino alla figa gocciolante e sul pavimento del balcone, visibili da chiunque guardasse su.
Da quel giorno, la routine divenne ossessiva: esibizioni reciproche alle finestre, masturbazioni simultanee con schizzi che colavano sui vetri, incontri estremi sui balconi; un terzetto con Elena quando veniva, corpi intrecciati all'aperto, bocche che succhiavano cazzi e leccavano fighe mentre auto passavano sotto. Il rischio mi eccitava da morire, ma le crepe si allargavano: la dipendenza aveva trasformato anche il vicinato in un'arena di sesso pubblico.
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