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Lui & Lei

Racconto1Capitolo 1 Il Primo Sguardo Rubato


di LoScrivano
17.02.2026    |    686    |    1 9.5
"Ogni volta mi segavo fino a farmi male, fino a venire così forte da vedere le stelle nere, il cazzo spellato e rosso dal frizionamento costante..."
Avevo diciotto anni quando capii che guardare non mi bastava più.
Fino ad allora ero stato solo un orecchio premuto contro il muro, un occhio infilato nelle fessure delle persiane socchiuse, un cazzo duro che si sfregava contro il materasso mentre ascoltavo i gemiti di mia madre e i grugniti dei suoi clienti. Ma a scuola, in quel liceo tecnico polveroso alla periferia della città, il mondo si aprì di colpo. Le ragazze non erano più sagome lontane: erano carne vera, odore di shampoo alla mela misto a sudore femminile, gonne plissettate che salivano sulle cosce pallide quando si sedevano sui banchi, reggiseni push-up che facevano spuntare la curva superiore delle tette sotto le camicette bianche sbottonate quel tanto che bastava a far intravedere l'orlo di pizzo.
La prima fu Laura.
Diciotto anni anche lei, capelli castani lisci che le cascavano sulle spalle come una cascata di seta sporca, tette di una terza misura piena, sode e pesanti, con capezzoli larghi che si indurivano al minimo sfregamento contro la stoffa. La notai durante l’ora di ginnastica: pantaloncini corti di cotone nero che le si infilavano tra le natiche rotonde, maglietta sudata che le si appiccicava al petto come una seconda pelle, lasciando trasparire il contorno esatto dei capezzoli duri come sassolini rosa scuro, eretti per l'aria fresca del campo. Correva intorno alla pista, il culo che ballava a ogni falcata, le cosce muscolose che sfregavano l'una contro l'altra producendo un suono lieve, umido, e io restai fermo contro la rete metallica, il cazzo già gonfio nei pantaloni della tuta, la cappella che premeva contro il tessuto ruvido, bagnata di pre-eiaculato che filtrava attraverso i boxer.
Quella sera non resistetti.
Aspettai che finisse la lezione, mi nascosi dietro gli spogliatoi maschili – un angolo buio e puzzolente di cloro e sudore maschile stantio, dove il cemento era macchiato di vecchie macchie giallastre – e aspettai. Le ragazze uscivano a gruppetti, ridendo con voci acute, ancora accaldate, i corpi che emanavano un calore umido visibile nel vapore dell'aria fredda. Laura fu tra le ultime. Entrò nello spogliatoio femminile, la porta si chiuse con un tonfo metallico che riecheggiò come uno schiaffo, ma c’era una finestra alta, con il vetro smerigliato in basso e una striscia trasparente in cima, incorniciata da ragnatele polverose. Salii su una cassa di legno marcia, che scricchiolò sotto il mio peso, mi aggrappai al bordo freddo e arrugginito e guardai dentro, il cuore che martellava come un pistone.
La vidi nuda per la prima volta, illuminata dalla luce al neon cruda che le proiettava ombre nette sui muscoli tesi.
Si tolse la maglietta con un gesto lento, quasi pigro, tirandola su dal basso: prima scoprì la pancia piatta con una leggera peluria dorata intorno all'ombelico, poi il reggiseno bianco semplice, un po’ logoro sui bordi, con le spalline che le avevano lasciato segni rossi sulla pelle chiara. Lo slacciò dietro la schiena con un clic metallico, e lo lasciò cadere a terra con un fruscio morbido. Le tette rimbalzarono libere, pesanti e sode, i capezzoli rosa scuro eretti per il freddo improvviso della stanza, circondati da areole larghe e grinzose, con piccoli brufoli di eccitazione intorno. Si chinò per sfilarsi i pantaloncini, il culo si aprì leggermente rivelando la valle tra le natiche sudate, la striscia scura dell'ano puckered e umido, il pube rasato a metà – moda di allora, lasciava solo una striscia sottile e riccia di peli neri sopra le grandi labbra gonfie, rosa e lucide di sudore. L'odore – lo immaginai filtrare attraverso il vetro – muschiato, salato, misto a deodorante economico.
Si passò una mano tra le cosce, dita lunghe con unghie smaltate di rosso sbiadito, per asciugare il sudore, ma il gesto si trasformò: le dita scivolarono tra le labbra esterne, separandole con un suono umido, appiccicoso, rivelando l'interno rosa acceso, il clitoride gonfio che spuntava come un bottoncino eretto, bagnato di umori trasparenti che colavano piano lungo l'interno della coscia. Io, dall'altra parte, non potevo più solo guardare. Mi slacciai i pantaloni con mani tremanti, tirai fuori l’uccello – già bagnato in punta, vene gonfie e pulsanti come corde tese, rosso scuro e curvo verso l'alto, la cappella viola e lucida di pre-cum che gocciolava in fili appiccicosi – e cominciai a segarmi piano, il palmo ruvido che sfregava sulla pelle sensibile, seguendo i suoi movimenti ritmici.
Lei si insaponò sotto le ascelle pelose ma curate, poi tra le gambe: dita che sparivano tra le grandi labbra con uno schizzo di schiuma bianca, un gemito soffocato quando sfiorò il clitoride, ruotando il pollice in cerchi lenti, il corpo che si inarcava leggermente, i muscoli delle cosce che si contraevano. Io accelerai, il respiro corto e ansimante, il palmo che scivolava sul glande umido producendo un suono bagnato, slap-slap, il sacco delle palle che si contraeva tirando su. Immaginavo di essere lì dentro, di spingere la porta con un calcio, di afferrarla per i capelli e piegarla contro le piastrelle fredde e sporche, di infilarle la lingua tra le labbra gonfie per assaggiare il suo sapore salato, muschiato, mentre lei mugolava come una troia in calore.
Venne prima lei, con un'intensità da film hard.
Si appoggiò al muro piastrellato, una gamba alzata sul bordo della panca di legno scheggiato, dita che entravano e uscivano rapide dalla figa con un suono squelch squelch, il pollice che sfregava il clito gonfio in cerchi frenetici, il corpo che tremava, tette che rimbalzavano su e giù, sudore che colava tra i seni formando rivoli lucidi. La testa all’indietro contro il muro, bocca aperta in un gemito muto che sentii lo stesso attraverso il vetro – un rantolo roco, animale – mentre i muscoli interni si contraevano, spruzzando un filo di umori trasparenti sul pavimento bagnato. Io esplosi subito dopo: schizzi caldi e densi che colpirono il muro sporco della cassa con un plop plop, poi il pavimento, tre, quattro, cinque getti potenti e cremosi, bianchi e appiccicosi, il corpo che tremava come se fossi stato fulminato, il cazzo che pulsava ancora tra le dita unte.
Da quel giorno fu un’ossessione totale, una dipendenza che mi consumava come una febbre.
Ogni pomeriggio trovavo un nuovo angolo: la finestra del bagno delle femmine durante la ricreazione, dove vedevo ragazze che si chinavano sui lavandini, tette che dondolavano, mani che si infilavano nelle mutandine per sistemare assorbenti o sfregarsi rapide; il buco della serratura nello spogliatoio dopo educazione fisica, con vapori di docce calde che appannavano l'aria, corpi nudi che si asciugavano, capezzoli strofinati con asciugamani ruvidi, fighe aperte mentre si vestivano; persino il cortile dietro la scuola dove alcune coppie si baciavano e si palpavano, mani maschili che strizzavano culi sodi, dita che scivolavano sotto le gonne per sfregare clitoridi umidi, cazzi succhiati in fretta dietro un albero con gole profonde che ingoiavano fino alle palle, sperma che schizzava su facce arrossate. Ogni scena alimentava il fuoco. Ogni volta mi segavo fino a farmi male, fino a venire così forte da vedere le stelle nere, il cazzo spellato e rosso dal frizionamento costante.
Ma guardare non bastava più.
A diciotto anni passai all’azione, e fu come aprire le porte dell'inferno.
La prima fu proprio Laura, di nuovo.
Dopo una festa di classe, ubriachi di birra da due soldi che sapeva di piscio, finimmo in un vicolo dietro il bar, illuminato solo da un lampione giallo che proiettava ombre lunghe sui muri scrostati. Lei rideva, barcollava sui tacchi bassi, mi baciò per prima con lingua bagnata e sapore di sigaretta, le mani che mi afferravano il culo. Le infilai una mano sotto la gonna plissettata: mutandine di cotone nero bagnate fradice, clitoride gonfio e duro come un nocciolo, labbra esterne calde e appiccicose di umori che mi ungevano le dita. Le abbassai tutto in un colpo, gonna arrotolata in vita, mutande intorno alle caviglie, e la girai contro il muro ruvido, le aprii le gambe con un ginocchio, rivelando la figa aperta, rosa e lucida, con fili di muco che collegavano le labbra.
Entrai dentro di lei con un colpo secco e brutale – calda come un forno, stretta come un pugno, bagnata di umori che schizzarono fuori al mio ingresso, rivestendo il mio cazzo di un velo cremoso. Gemette forte, un urlo roco che echeggiò nel vicolo, le mani contro i mattoni sporchi che le graffiavano i palmi. La scopai duro, tenendola per i fianchi ossuti, il rumore della carne che sbatteva contro carne – slap slap slap – misto al suono umido della figa che ingoiava il mio cazzo fino alle palle, le mie anche che picchiavano contro il suo culo morbido, facendolo tremare. Sentivo ogni dettaglio: le vene del mio uccello che sfregavano contro le pareti interne vellutate, il clitoride che sfioravo a ogni spinta, i suoi umori che colavano giù per le cosce mescolati al mio pre-cum. Lei si contrasse intorno a me, mugolando "più forte, cazzo, più forte", le tette che rimbalzavano sotto la camicetta sbottonata, capezzoli duri che sfregavano contro il tessuto.
Venni dentro, senza preservativo, sentendo i suoi muscoli contrarsi in spasmi violenti mentre anche lei arrivava, spruzzando un getto caldo contro il mio pube, il corpo che si irrigidiva in un orgasmo urlante. Il mio sperma schizzò in profondità, denso e caldo, riempiendola fino a far colare fuori un rivolo bianco cremoso lungo le sue gambe tremanti.
Quella notte capii: non ero più solo un guardone.
Ero un predatore. E il mondo era pieno di prede succose, pronte a essere divorate.
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