Piazza Maggiore
Bolognavoglia
Era notte, circa le 23.30. Ero seduto sui gradini di San Petronio, in Piazza Maggiore, con una sigaretta tra le dita. Cinquantadue anni, un po’ di stanchezza sulle spalle, ma ancora vivo. Lei si avvicinò. Mora, fisicamente messa bene, pantaloncini chiari che le segnavano il culo, camicetta a maniche corte e sandali eleganti. Massimo ventisei anni. Si sedette di fianco a me, mi chiese una sigaretta e restò in silenzio. Mi presentai. Lei disse di chiamarsi Alice.
Il silenzio non durò. Si guardò intorno, poi mi guardò. Io la guardai. C’era qualcosa di immediato, di animale. Lei non era una di quelle che giocano a fare le timide: quando si accese la sigaretta le dita le tremarono leggermente, ma gli occhi erano già bagnati di voglia. Io sentivo il sangue scendere, il cazzo che cominciava a pesare nei pantaloni solo a sentirla respirare così vicino. Lei se ne accorse. Sorrise di lato, senza dire niente, e avvicinò un poco il ginocchio al mio.
Le proposi di salire sul camper e di andare sui colli a prenderci una birra. Non ci fu bisogno di troppe parole. Alice si alzò, sistemò i pantaloncini e mi seguì. Dentro al camper, quando chiusi la porta, l’aria cambiò di colpo. Lei si voltò, mi guardò dritto e disse solo: «Adesso».
La baciai. La bocca le sapeva di sigaretta e di qualcosa di dolce. Le mani le scesero subito sotto la camicetta, sul seno piccolo e sodo, i capezzoli già duri. Lei gemette basso e mi prese il cazzo sopra i pantaloni, stringendolo. In due minuti eravamo nudi. I pantaloncini caddero, i sandali rimasero a terra. La figa di Alice era rasata, liscia e morbida, ma proprio in mezzo, lungo le labbra, c’era una striscia sottile di pelo scuro, curato, che le faceva da cornice. Era già bagnata. Quando le passai le dita in mezzo le uscirono i succhi, densi, odorosi di sesso vero, di fica calda e di voglia. L’odore le salì fino al naso e a me fece diventare il cazzo di pietra.
La stesi sul lettino del camper. Le aprii le gambe e le lecchai. Il sapore era forte, salato, dolce allo stesso tempo. Alice si contorceva, mi teneva la testa e spingeva il bacino contro la bocca. «Più forte…» bisbigliò. Le misi due dita dentro mentre le succhiavo il clitoride. Era stretta, calda, e ogni volta che le dita entravano faceva un verso basso, grosso, da femmina in calore. Quando era sul punto di venire le girai di scatto, la misi a pecora e le leccai il culo. Il buco era piccolo, roseo, già umido dei suoi succhi che scendevano. Le passai la lingua intorno, poi ci infilai un dito lentamente. Alice gemette forte e spinse indietro.
Le misi il cazzo in figa prima, fino in fondo, sentendo quanto era bagnata e stretta. La scopai piano all’inizio, poi più forte, sentendo i suoi succhi che schizzavano e l’odore di fica che riempiva tutto il camper. Poi le uscii e le posai la testa del cazzo sul culo. Lei si girò di poco, mi guardò e annuì. Entrai piano. Il culo di Alice era accogliente, caldo, elastico. Ci volle un po’ per entrare tutto, ma quando ci fui dentro fino alle palle lei emise un verso lungo, quasi un pianto di piacere. La scopai nel culo con movimenti lunghi e profondi. Lei si masturbava la figa con una mano mentre io la prendevo. L’odore di sesso e di culo era ovunque. A un certo punto Alice cominciò a tremare, a stringere il buco intorno al cazzo, e venne. Un orgasmo anale forte, lungo, con gemiti rauchi e il corpo che le si scuoteva. Mentre veniva le uscirono ancora più succhi dalla figa, bagnandole le cosce e il lenzuolo.
Continuai a scoparla nel culo finché non vennero anche io, sparandole dentro, sentendola che stringeva ancora di più. Restammo così, sudati, annodati, con l’odore di fica, di culo e di sesso che non se ne andava.
Al mattino ci svegliammo in mezzo alle colline bolognesi, il camper fermo sotto gli alberi. La luce filtrava dalle tende. Alice era nuda, di fianco a me, la figa ancora un po’ gonfia e lucida, il pelo sottile in mezzo alle labbra, il culo ancora rosso dalle spinte della notte. Si svegliò, mi guardò, sorrise e senza dire niente mi prese il cazzo in mano. Era già duro. Si mise a cavalcioni, si infilò la figa ancora bagnata e odorosa sopra, e cominciò a muoversi. Lenta all’inizio, poi più forte. «Di nuovo…» mormorò. E ricominciammo a scopare, con la stessa voglia porca di poche ore prima, tra le colline, con l’odore di sesso che riempiva di nuovo il camper.
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