incesto
Racconto 2 Capitolo 7 La Sesta Donna
23.02.2026 |
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"Succhiò con violenza materna, testa che bobinò su e giù, mani che mungevano le palle gonfie, pollice che premeva sul perineo spingendo dentro l’ano stretto..."
Le cinque donne erano cadute, una per una. Nadia e Sofia mi avevano usato sul balcone e in casa loro, Silvia e Marta mi avevano rifiutato ma poi scopato per pietà o curiosità, Laura mi aveva depilato e io le avevo riempito di sborra il viso. Ogni volta rileggevo il diario, arrivavo alle pagine su Elena – mia madre – e il cazzo mi diventava duro come ferro e caldo come il fuoco. “Elena era diversa… la sua figa era calda come un forno, squirta quando la scopavo forte, ma era la madre di mio figlio… non potevo resistere.” Quelle righe mi bruciavano: mio padre aveva scopato la donna che poi sarebbe diventata mia madre, l’aveva riempita di sperma, l’aveva fatta squirtare. E io volevo lo stesso. Volevo chiudere il cerchio, diventare davvero come lui.La tentazione era diventata quotidiana, insopportabile. Elena era sempre più consapevole del mio cambiamento: mi vedeva girare nudo per casa dopo la doccia, cazzo semi-eretto che dondolava libero, acqua che colava lungo l’asta liscia e le palle glabre. Iniziò a indossare cose provocanti “per sbaglio”: canottiera sottile senza reggiseno, tette piene che rimbalzavano libere, capezzoli scuri eretti che premevano contro la stoffa sudata; pantaloncini corti che segnavano la figa gonfia, culo rotondo che tremava mentre puliva. Si chinava più del necessario, schiena inarcata, tette che dondolavano pesanti, figa che sfregava contro il tessuto umido di sudore. Io la spiavo dalla porta socchiusa, mano che sfregava il cazzo duro, pre-cum che gocciolava sul pavimento.
Lei lo sapeva. Lo sentiva. Ogni tanto, mentre passava davanti alla mia camera, lasciava la porta aperta, si cambiava lentamente, reggiseno che cadeva, tette che rimbalzavano libere, mutandine che scivolavano giù rivelando la figa con peli curati in una striscia nera, labbra carnose e gonfie che luccicavano. Io mi masturbavo in silenzio, schizzi che colavano sul letto, sul pavimento, mentre lei fingeva di non accorgersi.
Il primo passo concreto fu una sera d’estate. Elena era in cucina, vestaglia aperta sul davanti, tette piene che uscivano quasi completamente, capezzoli duri al fresco della sera. Entrai nudo, cazzo eretto e gocciolante dopo una sessione online. “Mamma… sei ancora bellissima,” dissi, avvicinandomi. Il cazzo pulsò, pre-cum che colò sul pavimento.
Lei arrossì, ma non si coprì: “Marco… copriti. È sbagliato.” Ma i suoi occhi scesero sul mio cazzo, capezzoli che si indurirono di più, cosce che si strinsero.
“Ho letto il diario,” sussurrai, mano che avvolse l’asta dura, pompando lento sotto i suoi occhi. “So cosa facevi con papà. So come squirta la tua figa quando ti scopava forte.”
Elena chiuse gli occhi, respiro corto: “Marco… fermati.” Ma non si mosse. La vestaglia si aprì di più, figa visibile, già bagnata, clitoride gonfio che spuntava tra le labbra carnose.
“Guardami,” dissi, accelerando: palmo che scivolava sulla cappella bagnata, palle che si contrassero pesanti, suono bagnato – schlick-schlick – che riempì la cucina. “Dimmi se sono come lui.”
Lei aprì gli occhi, sguardo fisso sul mio cazzo: “Sì… sei uguale. Lo stesso sguardo affamato. Lo stesso cazzo che non si ferma mai.” Allungò una mano, sfiorò la cappella con due dita, pre-cum che le bagnò le dita. “Ma non qui… non ora.”
La tensione era insopportabile. Nei giorni successivi iniziai a flirtare apertamente: camminavo nudo davanti a lei dopo la doccia, cazzo eretto che sfiorava “per caso” il suo braccio mentre passava; la aiutavo a pulire casa nudo, cazzo che premeva contro il suo culo mentre le passavo dietro, mani che sfioravano le tette “per sbaglio”. Lei arrossiva, ma non mi fermava più: capezzoli duri, figa che bagnava i pantaloncini, respiro corto.
Poi arrivò la depilazione casalinga. “Mamma, papà lo faceva con Laura… puoi provare tu? Solo per vedere come si fa.” Lei esitò, ma accettò. Seduta sul letto, io nudo tra le sue gambe, cazzo duro che pulsava. Spalmò la cera calda sul pube, viscida e bollente che colò sui peli ricresciuti, avvolgendo la base del cazzo in un calore umido che mi fece ansimare. “Senti come brucia?” sussurrò, dita che sfregarono la cappella. Strappò il primo lembo – dolore acuto, gemito roco, cazzo che sobbalzò. Continuò, strappando peli intorno alle palle, perineo, ano: bruciore lancinante, gemiti che diventavano piacere, pre-cum che colava abbondante. Mentre finiva, mano che sfregò l’asta liscia con olio lenitivo, pompando lento: “Tuo padre sborrava sempre qui… vuoi fare lo stesso?”
Venni sulla sua mano: schizzi densi che le bagnarono le dita, colando sul grembiule, mentre lei ansimava, figa che gocciolava attraverso i pantaloncini.
Quella notte bussai alla sua porta, nudo, cazzo duro. “Mamma… so tutto. Voglio essere come lui… con te.”
Lei aprì, vestaglia aperta, tette piene esposte, figa bagnata visibile. “È sbagliato, Marco… ma ti voglio.” Mi tirò dentro, chiuse la porta.
Iniziò con un pompino lento e profondo: in ginocchio, labbra piene che avvolsero la cappella liscia, lingua che ruotò intorno al glande, succhiando con forza – gulp-gulp – gola profonda che ingoiò tutto fino alle palle, saliva che colò sul mento. Succhiò con violenza materna, testa che bobinò su e giù, mani che mungevano le palle gonfie, pollice che premeva sul perineo spingendo dentro l’ano stretto. “Vieni in bocca a mamma,” mugugnò, e io esplosi: schizzi caldi e densi che le riempirono la gola, sperma cremoso che colò dagli angoli delle labbra mentre ingoiava con rantoli, lingua che leccò i residui dall’asta pulsante.
Non si fermò. Si sdraiò, gambe spalancate: “Entra nella figa da cui sei nato.” Penetrai piano, cazzo liscio che sfregò contro le pareti vellutate, caldo come un forno, pareti che contrassero ritmicamente. Pompai lento, poi violento, mani che strizzarono le tette piene, capezzoli succhiati mentre lei gemeva: “Sì, figlio… riempimi come faceva tuo padre.” Venni dentro, sperma caldo che la inondò, colando fuori in rivoli bianchi filanti mentre lei squirò: getti potenti che bagnarono il letto, il mio addome, schizzi ripetuti e abbondanti.
Ci accasciammo, corpi appiccicosi. Elena pianse piano: “Ora sei davvero come lui.” Io, esausto ma soddisfatto, capii che il cerchio si era chiuso. Ma la fame non era finita. Era solo diventata più profonda.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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