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tradimenti

Quattro dita


di Cantastorie
13.10.2026    |    2.425    |    1 9.8
"Il cazzo ancora lì, duro, testardo, come se avesse un conto in sospeso con la serata..."
Si chiama Elena. Bionda, capelli mossi lunghi che le cadono sulle spalle un po' selvaggi quando sono umidi. Ha un figlio piccolo eppure ha ancora un culo da venticinque — va in palestra quattro volte a settimana, tette grosse e sode che il vestitino estivo faceva fatica a contenere. Era sempre stata un po' sulle sue, Elena. Cordiale, certo, ma distante. Una di quelle donne che ti salutano con due baci e poi si ritirano nel loro angolo. Fino a quella sera.
Marco, il mio amico, ci aveva invitati a casa sua. "Serata maschia", aveva detto. La moglie in palestra, il figlio dai nonni. Solo noi amici, whisky, birra, una partita in sottofondo che nessuno guardava davvero. L'alcool scorreva a fiumi e le ore pure.
Poi verso le dieci sentiamo le chiavi nella toppa.
Elena entra con la borsa della palestra, i capelli ancora bagnati dalla doccia, la pelle accaldata. È su di giri, l'adrenalina dell'allenamento che le accende gli occhi. D'estate, si capisce, ha solo un vestitino addosso — leggero, corto, che si muove con lei. "Oh, siete ancora qui", dice sorridendo, e la voce è già diversa dal solito. Più calda, più vicina.
Si versa subito due cocktail, uno dietro l'altro, come per mettersi in pari. "Recupero", dice ridendo. E in effetti recupera in fretta. In dieci minuti è allegra, in venti è un'altra persona. Si siede sul bracciolo del divano, gambe accavallate, e il vestito le risale senza che lei se ne accorga. Si vedono le mutandine. Si vede il resto. E lei niente, continua a parlare, a ridere, a versare.
Poi comincia quello che chiamo lo strusciamento. Roba da non capirci niente, quasi impercettibile. Passa dietro di me e mi sfiora la spalla con la pancia. Si appoggia a Gianni per prendere una cosa dal tavolo e resta lì due secondi di troppo. Scherzosa, sempre. Ma sempre un po' più del necessario.
Marco, intanto, lava i bicchieri. "Lasciate stare, sistemo io", dice, e si dà le spalle a tutta la scena. Gianni e l'altro sono già crollati sul divano, russano piano. E io sono lì, ubriaco, con il cervello che va a mezzo servizio.
A un certo punto Elena si sdraia accanto a me. Il vestito le sale ancora, la coscia nuda contro la mia, e il profumo di quei capelli ancora umidi mi arriva dritto in testa. Le tocco il culo così, distrattamente, e le dico di avvicinarsi. Una carezza da niente, sopra il tessuto. Lei non fa una piega. Non si gira, non commenta, come se fosse la cosa più normale del mondo.
"Ah, quando beve è sempre così", dice Marco dal lavandino, senza voltarsi. Sembra abituato. Sembra sapere tutto e non sapere niente.
E poi, a un certo punto, Elena mi si avvicina all'orecchio e sussurra:
"Se ti va, ti scopi lei."
O forse ha detto "ti scopi me". Con l'alcool addosso non ci ho capito un cazzo. Sono rimasto fermo, immobile, con il cuore che batteva forte, a guardarle lo spacco delle tette e a sentire quell'alito che sapeva di cocktail.
Allora, piano, comincio a strusciarle il cazzo sul vestito, all'altezza del culo. Lei non si muove. Poi, impercettibilmente, comincia a muoversi lei. Ora è chiaro: si struscia. Volutamente. Dice una cosa a caso su quanto sia caldo e intanto spinge indietro di millimetri, ma spinge.
Marco finisce di sistemare, si asciuga le mani e dice: "Vado un attimo in bagno". E sparisce.
Ecco. Il momento. Il momento in cui uno o fa o resta a guardare.
Mi faccio coraggio, le alzo il vestito e le metto una mano sul culo nudo. Niente mutandine di mezzo, niente. Pelle. Lei non dice niente. Allora le scosto un po' il lembo e cerco più in basso. La fica.
È completamente fradicia.
So che ho poco tempo, il bagno è a dieci metri e lo sciacquone arriverà presto. Quindi non sto a fare i complimenti: le infilo due dita, poi tre, poi quattro. Lei geme piano, un suono soffocato, e mi spinge contro la mano. Ho le dita tutte bagnate.
"Pulisci", le sussurro, e le metto la mano davanti alla bocca, "prima che esca Marco".
E lei lecca. Tutto. E muove la lingua in fretta, come una gatta, e lecca anche tra le dita, e sento la lingua calda e la bocca umida e il cazzo che è diventato un bastone e vorrei solo scoparla lì, subito, senza storie.
Poi, puntuale come la morte: lo sciacquone.
Elena si raddrizza in un secondo, si tira giù il vestito, si sistema i capelli con la mano come se niente fosse. Io mi giro su un fianco e faccio finta di dormire.
Marco esce dal bagno. Si ferma. Guarda il salotto: due amici crollati, la moglie composta seduta sul divano, io che russacchio.
E io, con gli occhi chiusi e il cuore a mille e le dita che sanno ancora di lei.
Torno a casa camminando piano, l'aria fresca della notte che mi sbatte in faccia e non mi schiarisce niente. Anzi, peggiora. Perché più cammino, più l'alcool scende, e più la testa si mette a lavorare.
E comincio a pensare che forse me lo sono inventato tutto.
Perché sul momento, lì sul divano, era tutto chiaro: la mano sul culo, le dita dentro, la lingua che leccava, lo sciacquone, "notte ragazzi". Ma adesso, per strada, con le luci gialle dei lampioni e i piedi che fanno rumore sull'asfalto, mi sembra la trama di un film visto da ubriaco. Roba troppo bella per essere vera.
Mi lecco le dita, così, a caso. E sento un sapore vagamente salato, vagamente suo. E dico: ecco, c'è, è vero, è successo.
Poi mi dico: sì ma magari me le sono leccate io a casa. Magari è solo sudore mio. Magari.
Guardo il telefono. Nessun messaggio. Certo, che messaggio vuoi che ti mandi alle due e mezza. Magari dorme. Magari sta scopando Marco proprio adesso. Magari da domani non se ne parla più e resta una cosa che solo io ricordo, e la metà di quello che ricordo me la sono pure sognata.
Entro in casa, mi spoglio, mi butto sul letto. Il soffitto. Le mani dietro la testa. E il senso di colpa che arriva adesso, puntuale, a fare il suo lavoro. Marco. Il mio amico. Quello che ci ha aperto casa, che ci ha dato da bere, che lavava i bicchieri mentre io le infilavo quattro dita nella moglie. Bravo, sì, ma tu guarda che casino.
E poi penso che in fondo non ho fatto niente. Un dito, dai, un dito sul culo. E poi quattro. E poi la bocca. Vabbè, un dito sul culo e quattro dita dentro, diciamo la verità.
Sto lì a rigirarmi. Il cazzo ancora lì, duro, testardo, come se avesse un conto in sospeso con la serata. E in testa quel sussurro: se ti va, ti scopi lei. O ti scopi me. Maledetto l'alcool, che ti fa sentire le cose ma non te le fa capire.
Poi, sul comodino, il telefono vibra.
Una volta sola.
Mi giro di scatto. Prendo il telefono. La luce dello schermo mi spacca gli occhi nel buio.
È Elena.
Solo una parola. Nessun punto, nessuna faccina, nessun saluto.
"peccato"
E io resto lì, con il pollice fermo sopra lo schermo, a fissare quelle sette lettere come se fossero un codice da decifrare.
Peccato.
Peccato perché è finita prima che cominciasse. Peccato perché Marco è tornato dal bagno. Peccato perché eri ubriaco e non hai avuto il coraggio. Peccato perché domani è domani. Peccato perché ci siamo andati vicini e ci siamo fermati.
Oppure — e questa è l'ipotesi che mi fa girare la testa sul cuscino — peccato perché poteva essere tutto, e invece è stato solo quattro dita e una notte.
Guardo l'ora. Le due e quarantasette. Scrivo. Cancello. Riscrivo. Cancello.
Poi mi accorgo che sto sorridendo come un cretino, al buio, con il telefono in mano, e che il senso di colpa, per quanto forte, non mi sta più tanto simpatico.
Perché Elena ha scritto peccato, e peccato non è un arrivederci.
È un quasi.
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