tradimenti
L'università - Cap. 13 - L'attrazione di Sara
01.03.2026 |
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"Continuò a segarsi, sfregando il cazzo contro la figa di lei, bagnandolo dei suoi umori..."
Sara era diventata una presenza costante nelle giornate di Marco. Compagna di corso, sempre seduta accanto a lui durante le lezioni di Statistica, gli passava appunti con sorrisi che duravano un secondo di troppo, gli sfiorava il braccio quando ridevano per una battuta stupida del professore, gli mandava messaggi la sera con emoji di cuori o cuccioli quando lui rispondeva in ritardo.Marco lo notava. Notava tutto. Ma non reagiva come avrebbe fatto un ragazzo normale. Non arrossiva per timidezza romantica, non fantasticava su appuntamenti o baci sotto la pioggia. Dentro di lui c’era solo un riflesso automatico: desiderio di servire, di obbedire, di umiliarsi. Sara gli piaceva - era dolce, carina, aveva un odore pulito e fresco - ma non la voleva come fidanzata. La voleva come padrona potenziale, anche se non lo era.
Una sera piovosa, dopo aver studiato insieme in biblioteca fino alle 22, Sara lo accompagnò fino al portico del dormitorio. La pioggia tamburellava leggera sul tetto. Lei si fermò, lo guardò negli occhi e disse piano:
"Marco, ti va di salire da me? Solo un po’. La mia coinquilina non c’è."
Marco sentì il cazzo indurirsi all’istante nei jeans. Non esitò. Non pensò a Riccardo o Martina. Non chiese permesso a nessuno. Rispose semplicemente, con voce bassa e rispettosa:
"Sì, Signora Sara."
Lei rise nervosa. "Signora? Dai, non fare il formale." Ma lo prese per mano e lo portò su, al terzo piano, nella sua stanza singola con il letto stretto e la luce calda della lampada da comodino.
Appena la porta si chiuse, Sara lo baciò. Un bacio dolce, incerto, poi più profondo. Marco rispose, ma non prese iniziativa: lasciò che fosse lei a spingere la lingua, a mordicchiargli il labbro, a infilargli le mani sotto la felpa. Quando si staccarono, lei aveva il respiro corto.
"Togliti la maglia," disse piano.
Marco obbedì subito. Tolse la felpa, poi la t-shirt. Rimase a torso nudo. Sara vide il collare sottile che portava sempre sotto i vestiti - non quello ufficiale con la placca, ma uno semplice di pelle nera che usava quando era solo. Non disse niente, ma gli occhi le si accesero.
Si baciarono di nuovo, lei lo spinse sul letto. Si tolse la camicetta, il reggiseno. Marco la guardò con occhi famelici ma passivi. Quando lei gli slacciò i jeans e glieli abbassò, il cazzo gli saltò fuori già duro, cappella lucida.
Sara lo afferrò piano, lo accarezzò. "Sei bello," sussurrò.
Marco non rispose "grazie". Invece, con voce bassa e automatica, disse:
"Posso leccarti, Signora Sara?"
Lei esitò un secondo, sorpresa dalla formalità, poi annuì. Si tolse i pantaloni e le mutandine, si sdraiò sul letto spalancando le gambe. Marco si inginocchiò tra le sue cosce come faceva ogni sera con Martina. Iniziò a leccarla piano: lingua piatta sulle grandi labbra, poi sul clitoride, succhiando delicatamente. Sara gemette subito, mani nei suoi capelli.
"Oh... sì... continua".
Marco accelerò, infilò due dita dentro, curvandole per toccare il punto giusto. Lei si inarcò, venne tremando sulla sua lingua dopo pochi minuti. Il sapore era dolce, fresco, diverso da quello di Martina - meno muschiato, più pulito - ma Marco lo trattò allo stesso modo: succhiò ogni goccia, leccò fino all’ultima contrazione.
Quando Sara riprese fiato, lo guardò con occhi lucidi.
"Ora scopami."
Marco si alzò in ginocchio, cazzo duro che pulsava. Ma invece di penetrarla come un ragazzo normale, fece qualcosa di automatico, radicato nel suo ruolo:
Si segò piano davanti a lei, cappella contro il clitoride gonfio, sfregando l’asta tra le piccole labbra bagnate senza entrare. Sara spalancò gli occhi.
"Marco... dentro".
Lui scosse la testa piano. "Non posso... non così. Posso solo... prepararti... servirti".
Continuò a segarsi, sfregando il cazzo contro la figa di lei, bagnandolo dei suoi umori. Sara gemette di frustrazione e piacere: "Dai... entra"
Marco accelerò la mano, il respiro affannoso. "Signora Sara... posso venire sulla tua figa? Posso marchiarti?"
Sara annuì, eccitata dalla stranezza della situazione. "Sì... fallo".
Marco venne in silenzio, schizzi caldi che le colarono sulla figa e sul monte di Venere. Non entrò. Non la scopò. Si limitò a segarsi e a marchiarla con il suo sperma, come faceva quando preparava Martina per Riccardo.
Poi, senza che lei glielo chiedesse, si chinò di nuovo e iniziò a pulire: lingua che raccoglieva il suo stesso sperma dalla figa di Sara, succhiando piano, leccando ogni goccia. Sara tremò di nuovo, un secondo orgasmo la travolse mentre lui la puliva con devozione.
Quando finì, rimase in ginocchio ai piedi del letto, testa bassa, cazzo ancora mezzo duro che gocciolava.
Sara lo guardò, confusa ma eccitata. "Marco... perché non... non hai voluto entrare? Perché mi hai solo... servita?"
Marco alzò gli occhi, voce calma e rassegnata.
"Perché è quello che sono, Signora Sara. Uno schiavo. Un preparatore. Posso leccarti, segarmi per te, pulirti, marchiarti... ma non posso scoparti come un ragazzo normale. Non lo merito. Non lo voglio."
Sara si chinò, gli accarezzò i capelli. "Allora, se ti voglio ancora cosa devo fare?"
Marco rispose senza esitazione: "Chiedimi di prepararti. Di servirti. Di pulirti dopo che ti sei masturbata, o dopo che hai scopato con qualcun altro. Io verrò. Sempre. Ma sempre così."
Sara sorrise piano, un misto di tenerezza e dominio nascente. "Ok... allora vieni domani sera. Porta il collare. E preparati a servirmi di nuovo."
Marco annuì. "Sì, Signora Sara."
Uscì dalla stanza con il sapore di lei in bocca, il cazzo dolorante per non essere entrato, ma con una pace strana dentro. Non voleva baci romantici, non voleva scopare da uomo libero. Voleva inginocchiarsi, leccare, pulire, segarsi per compiacere. Voleva essere usato.
E Sara, piano piano, stava imparando a usarlo.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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