tradimenti
Racconti dai lettori 05 - La donna dell'est 2
17.03.2026 |
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"Mi trascinò in camera, si tolse tutto in fretta, si mise a quattro zampe sul letto..."
Questo racconto è tratto da un esperienza di uno degli iscritti ad Annunci. I nomi sono inventati. Se qualcun'altro è interessato a raccontare qualche sua esperienza, non esiti a contattarmi.A inizio dicembre 2017 ero su Tinder, annoiato, quando matchai con lei. Si chiamava Lena, austriaca, 26 anni, in vacanza in Sicilia con un’amica. Foto pulite ma provocanti: 167 centimetri, corpo super allenato, zero cellulite, addominali scolpiti, tre di seno nonostante fosse magrissima. Capelli castani lisci fino alle spalle, occhi azzurri freddi e diretti. Scrisse per prima: "Domani sei libero? La mia amica sta male, vengo da sola". Accettai senza pensarci due volte.
Ci incontrammo in un bar del centro. Lei arrivò con jeans aderenti, giubbotto di pelle, stivaletti. Niente trucco pesante, ma un profumo che ti entrava nelle narici e restava lì. Parlammo per ore: viaggi, lavoro (era dirigente in una multinazionale austriaca, colta, determinata, parlava quattro lingue senza strafare), sesso. Mi disse subito, con un mezzo sorriso:
"Sai, sono una troia. Ho scopato più di trenta persone prima di te. Scopo sempre, quando mi va."
Non arrossii, ma sentii il cazzo indurirsi nei jeans. Continuammo a girare per il paese, mano nella mano, baci profondi in vicoli stretti. Verso le sei del pomeriggio le proposi di andare in un vecchio casolare abbandonato che conoscevo da anni, un posto isolato tra gli ulivi dove andavo da solo a fantasticare.
Accettò senza esitare.
Dentro era buio, polvere, odore di legno vecchio e umido che ti si attaccava alla gola. Il pavimento di cemento grezzo era sporco, pieno di foglie secche e detriti portati dal vento. Non c’era nessun materasso, nessuna coperta, niente di comodo. Solo un vecchio tavolo di legno marcio in un angolo e pareti scrostate.
Lena non si lamentò. Si tolse il giubbotto, lo buttò per terra come se fosse casa sua. Jeans slacciati, abbassati fino alle ginocchia insieme alle mutandine bianche semplici. Si girò di spalle, mani appoggiate al muro ruvido, culo in fuori, gambe appena divaricate. Mi guardò da sopra la spalla con quel sorriso da troia che sa esattamente cosa sta per succedere.
"Vieni. Non abbiamo tutta la sera."
Mi abbassai i pantaloni quel tanto che bastava. Il cazzo era già duro da morire, gonfio per le ore passate a sfiorarci in giro per il paese. Le misi le mani sui fianchi, sentii la pelle calda e tesa, i muscoli dell’addome che si contraevano sotto le dita. La penetrai piano, in piedi, da dietro. Entrò tutto in un colpo solo, senza resistenza, la fica già bagnata e slabbrata che mi accolse come se fosse abituata a cazzi di ogni tipo. Lei emise un gemito basso, gutturale, spinse il culo indietro per farmelo prendere più a fondo.
Iniziai a muovermi. Ritmo regolare, non troppo veloce all’inizio. Le tette dondolavano libere sotto la maglietta sollevata, capezzoli duri che sfregavano contro il cotone. Ogni spinta la faceva sbattere contro il muro, un rumore sordo di carne contro intonaco scrostato. Lei ansimava piano, parole spezzate in tedesco e italiano:
"Più forte... dai... scopami come si deve..."
Accelerai. Le afferrai i capelli, tirai la testa indietro quel tanto da farle inarcare la schiena. La figa si stringeva a ogni affondo, bagnata, calda, rumorosa. Si sentiva il suono bagnato, lo schiocco delle cosce contro le sue natiche. Lei iniziò a tremare, le ginocchia che cedevano un po’. Le misi una mano sotto la maglietta, pizzicai un capezzolo forte. Urlò piano, poi venne: un fiotto caldo che le colò lungo le cosce, schizzi che bagnarono i jeans abbassati e il pavimento polveroso. Squirto in piedi, le gambe che tremavano, il corpo scosso da spasmi.
Non mi fermai. La girai di fronte, la sollevai per i fianchi - era leggera, allenata, facile da maneggiare - e la appoggiai contro il muro. Gambe intorno alla mia vita, braccia al collo. La penetrai di nuovo, stavolta faccia a faccia. Mi guardò negli occhi mentre la scopavo, bocca semiaperta, lingua che sfiorava il labbro inferiore.
"Ti piace la mia fica slabbrata, eh? Dimmi."
"Sì... cazzo sì..."
Mi strinse con le cosce, cavalcandomi in piedi mentre io la reggevo. Si muoveva lei adesso, rotazioni di bacino, su e giù senza tregua. Una rider vera, instancabile. Mi succhiava il collo, mordicchiava il lobo, sussurrava porcate:
"Voglio sentirti venire... dammela tutta in bocca dopo..."
Continuammo così, sudati, ansimanti, il muro che grattava la schiena di lei attraverso la maglietta. Quando sentii che stavo per venire la feci scendere piano. Si inginocchiò sul cemento sporco senza esitare, prese il cazzo in bocca, succhiò forte, lingua che girava intorno alla cappella. Mi guardò dal basso, occhi azzurri freddi e arrapati.
Venni. Schizzi densi, caldi, direttamente in gola. Non si ritrasse. Ingoiò tutto, succhiando fino all’ultima goccia, poi leccò piano la cappella pulendola con la lingua. Si pulì le labbra con il dorso della mano, sorrise soddisfatta.
"Buona. Molto buona."
Si rialzò, si tirò su i jeans senza mutandine, si sistemò la maglietta. Io rimasi lì, cazzo ancora mezzo duro che pulsava nell’aria fredda del casolare, a guardarla mentre si rimetteva il giubbotto come se niente fosse successo.
Uscimmo dal casolare che era quasi buio pesto. Camminammo in silenzio verso l’auto, lei con le cosce ancora umide, io con il cuore che batteva forte e la testa piena di lei: della sua fica slabbrata, del modo in cui aveva bevuto tutto senza un fiato, del fatto che aveva già scopato più di trenta uomini prima di me e che probabilmente ne avrebbe scopati altrettanti dopo.
Quella sera non lo sapevo ancora, ma era iniziato tutto lì, in quel casolare polveroso.
Tornammo verso l’auto in silenzio, il cielo già scuro, le luci dei paesi lontani che tremolavano all’orizzonte. Lena camminava con passo sicuro, jeans ancora umidi tra le cosce, maglietta appiccicata alla schiena dal sudore. Io la seguivo, il cazzo mezzo molle nei boxer, la testa che girava per quello che era appena successo: la sua fica che mi aveva inghiottito senza fatica, lo squirt che le era colato sulle gambe mentre la scopavo in piedi contro il muro, il modo in cui aveva ingoiato tutto senza battere ciglio, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Salimmo in macchina. Lei accese una sigaretta, abbassò il finestrino, soffiò il fumo fuori con calma. Mi guardò di sfuggita.
"Bel posto, il tuo casolare. Ci torneresti?"
"Se ci sei tu, sì."
Rise piano, una risata bassa e divertita. Non disse altro per il resto del viaggio. La riaccompagnai all’hotel dove stava con l’amica. Parcheggiai, ci baciammo un’ultima volta - lingua lenta, mani che si infilavano sotto i vestiti - poi lei scese, si girò un attimo prima di entrare.
"Scrivimi quando arrivi a casa. E non sparire."
Non sparii.
Da quella sera iniziammo a sentirci tutti i giorni. Messaggi al mattino, foto soft durante il giorno (lei in palestra, sudata, leggings aderenti che segnavano ogni curva), videochiamate la sera. Lei era sempre diretta, provocatrice. Mi mandava audio con la voce bassa mentre si preparava per andare a letto: "Sto pensando al tuo cazzo nel casolare... mi fai bagnare solo a ricordarmelo". Io rispondevo segandomi piano, le mandavo foto del cazzo duro, lei rispondeva con emoji di fuoco e un "bravo ragazzo".
Dopo Capodanno del 2018 decisi di andare da lei in Austria. Prenotai un volo low cost, atterrai a Vienna a gennaio, freddo cane, neve ovunque. Lei mi venne a prendere in aeroporto con un cappotto lungo, stivali alti, niente trucco pesante. Appena salimmo in macchina mi mise una mano sulla coscia.
"Hai resistito un mese senza scopare?"
"No. Ma non come con te."
Sorrise, guidò fino al suo appartamento in centro. Appena chiusa la porta mi spinse contro il muro dell’ingresso, mi slacciò i jeans, si inginocchiò e me lo prese in bocca senza preavviso. Succhiò forte, guardandomi negli occhi, poi si alzò, si tolse il cappotto: sotto solo body nero trasparente, capezzoli visibili, perizoma minuscolo. Mi trascinò in camera, si tolse tutto in fretta, si mise a quattro zampe sul letto.
"Scopami come al casolare. Forte."
La presi da dietro, le afferrai i fianchi, la sbattei contro di me. Lei gemeva, spingeva indietro, la fica già bagnata e slabbrata che mi accoglieva tutta. Cambiammo posizione: lei sopra, cavalcandomi senza sosta, rotazioni di bacino, tette che rimbalzavano, mani sul mio petto. Si infilò due dita nel culo mentre mi scopava, accelerò, venne squirttando sul mio addome, schizzi caldi che colavano ovunque. Io tenni duro, la girai, la inculai piano all’inizio, poi più deciso. Lei stringeva, gemeva, mi diceva porcate in tedesco che capivo solo dal tono.
Venni fuori, sulle sue chiappe. Lei si girò, prese il cazzo in bocca, pulì tutto con la lingua, ingoiò le ultime gocce.
Da lì iniziammo a vederci ogni mese o due. Io andavo da lei, o lei veniva in Italia per "lavoro" o vacanze brevi. Ogni incontro era sesso intenso, senza filtri. Lei dominava: decideva posizioni, ritmo, quando dovevo fermarmi o accelerare. Io seguivo, eccitato da morire dal suo modo di prendere il controllo.
In una videochiamata di primavera le confessai, piano, che mi eccitava l’idea di condividere. Non dissi "voglio essere cornuto", dissi solo:
"Ti piacerebbe provare con un altro mentre io guardo? O magari solo raccontarmelo dopo?"
Lei rise, si toccò piano davanti alla telecamera.
"Non so se fai sul serio o mi stai testando. Ma... mi fa bagnare l’idea di provocarti."
Non insistetti troppo. Lei disse che non era pronta, che voleva capirci di più. Io lasciai cadere, ma dentro quella frase mi rimase piantata.
L’estate arrivò. Agosto, vacanza insieme in Grecia, isola piccola, mare cristallino, turisti pochi. La prima sera uscimmo a cena. Minigonna nera corta, top aderente. Camminavamo per le stradine, lei mi prese la mano, si fermò davanti a un muretto basso.
"Fammi una foto."
Mi diede il telefono. Si mise in posa, alzò la gonna quel tanto: niente mutandine, niente reggiseno. La figa rasata, già lucida sotto la luce dei lampioni. Mi guardò con sfida.
"Ti piace vedermi così?"
Da quella sera, per tutta la vacanza, uscì sempre senza intimo. Ogni sera alzava la gonna in posti semi-nascosti, si piegava in avanti mentre camminavamo mostrando il culo, si sedeva su muretti o panchine e allargava le gambe quel tanto che bastava per far intravedere. Io sentivo il cuore battermi in gola, il cazzo duro nei bermuda, ma anche l’imbarazzo che mi saliva: battiti accelerati, testa che girava, a volte il cazzo che si ammosciava per troppa eccitazione nervosa.
Lei era strafottente, spudorata.
"Me l’hai chiesto tu di provocare di più. Ora non fare il timido."
In un bar all’aperto, seduti su puff bassi, si mise a gambe aperte di fronte a me. Io facevo finta di guardare il menu, ma sentivo gli sguardi degli altri tavoli. Lei sorrideva serena, come se fosse normale. Le dissi sottovoce:
"L’hai già fatto mille volte, vero? Prima di me."
Negò con un ghigno.
"Magari."
Le regalai un dildo medio durante la vacanza. La sera dopo, in camera, mi mandò un video: nuda sul letto, se lo infilava nel culo, cavalcandolo piano, gemendo il mio nome. Amava l’anal, lo faceva sembrare la cosa più naturale.
Tornati a casa le regalai un dildo enorme, nero, 25 cm. Iniziò a mandarmi video incredibili: si masturbava fino a squirtare sul pavimento, si inculava quel mostro con facilità, si metteva lingerie trasparente e si toccava davanti alla webcam. Foto di lei al lavoro: gonne cortissime, maglie senza reggiseno, capezzoli che premevano contro il tessuto.
Una sera, videochiamata dopo cena con un’amica. Era brilla, arrapata. Mi disse:
"Quando bevo divento una maiala. Scopo sempre. E amo bere sborra."
Poi ritrattò subito:
"Cioè... non sempre. Solo a volte."
Mi raccontò di quando aveva 22-23 anni, relazione con un uomo di quasi 40. Aveva vissuto da lui, scopavano spesso. Poi cambiò versione:
"Un paio di volte a settimana, dai."
Quella sera era sola. Prese una bottiglia di vino vuota, ci infilò un preservativo sopra, se la spinse dentro per un terzo, dal collo fino all’etichetta. Si masturbò davanti alla telecamera, gemendo forte, squirto sul tappeto. Io mi segai guardandola, venni due volte senza quasi toccarmi.
Ma i dubbi iniziavano a rosicarmi.
Mi parlava della vicina di casa che secondo lei scopava con neri del bar nigeriano lì vicino. Eppure quando dormivo da lei non sentivo mai niente dalla parete accanto.
Usciva spesso la sera, mi chiamava solo quando era già rientrata. Mai prima. Pensavo: perché non mi avvisa quando è fuori?
Poi arrivò l’addio al nubilato. Super sbronza, mi scrisse che flirtava con i ragazzi insieme alle amiche. Sparì verso l’una. Mi videochiamò alle quattro, fuori dal locale, trucco colato, occhi rossi.
Balbettò:
"Sono stata con uno... in bagno... poi fuori... su un’auto..."
Poi ritrattò di colpo:
"No, niente. Sono uscita sola. Ero troppo ubriaca, non ricordo bene."
Le amiche arrivarono, la fecero chiudere il telefono subito.
Disse che aveva un’ora di blackout totale.
Io rimasi zitto, telefono in mano, cazzo duro nei boxer nonostante tutto.
Immaginai la scena: lei che segue un tipo in bagno, si alza la gonna, si fa scopare veloce contro il lavandino. Poi fuori, su un’auto parcheggiata in una via laterale, lui che la sbatte sul sedile posteriore mentre lei geme ubriaca, le gambe aperte, la fica slabbrata che accoglie tutto. Magari le viene in bocca e lei ingoia, come piace a lei. Magari senza preservativo, come fece con me al casolare.
Non so se sia successo davvero. Lei ha sempre negato.
Ma quel dubbio, quella possibilità, mi ha fatto venire più forte di qualsiasi video.
Sapevo che era una troia. Lo diceva lei. Lo dimostrava.
E più lo pensavo, più mi eccitavo.
Più mi imbarazzavo nelle situazioni reali, più l’idea di lei con un altro mi faceva impazzire.
Era l’emozione più forte che avessi mai provato.
E non riuscivo più a smettere di pensarci.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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