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Il principe - Cap.16 - La bevanda obbligata


di the_extension
09.03.2026    |    477    |    0 6.0
"Mira si riposizionò, rilasciando un altro getto - più controllato stavolta, a sorsi..."
La sera dopo, la cella era già illuminata quando Roderick entrò per primo. Non si sedette subito sullo sgabello. Rimase in piedi, le braccia incrociate, osservando la scena con un interesse quasi scientifico. Mira era ancora accanto a Thorne, le braccia intorno a lui, sussurrandogli parole che nessuno sentiva. Thorne aveva smesso di piangere, ma teneva la testa appoggiata sul suo petto, come un bambino esausto. Io ero in ginocchio ai piedi di Roderick, nuda, la figa ancora gonfia dal giorno prima, ma non lo toccai. Aspettai che mi guardasse.
Quando i suoi occhi si posarono su di me, parlai.
"Roderick," dissi piano, la voce ferma. "Togli l’acqua a Thorne."
Lui inarcò un sopracciglio, divertito.
"Interessante. Perché?"
Io indicai con il mento Mira e Thorne, senza distogliere lo sguardo dal principe.
"Mira è diventata la sua puttana. L’unica che finge ancora di tenere a lui. L’unica che lo consola, che lo tocca con dolcezza. Se è l’unica che gli resta, allora deve bere solo cose che vengono da lei. Il suo piscio. La sua saliva. Il suo umore quando è bagnata. Tutto ciò che esce dal suo corpo. Niente acqua pulita. Niente pietà da altri. Solo lei. Solo la sua puttana."
Thorne alzò la testa di scatto, gli occhi spalancati. Mira si irrigidì, ma non lo lasciò andare.
Roderick rise piano, una risata bassa e soddisfatta.
"E se lui si rifiuta?"
Io sorrisi, fredda.
"Se si rifiuta, frustate Mira. Ogni rifiuto, una frustata sulla schiena di lei. Finché non beve. Finché non capisce che è solo grazie a lei che sopravvive."
Mira alzò lo sguardo su Roderick. Non c’era terrore nei suoi occhi. Solo calcolo. Pensava a se stessa, come sempre. Non voleva frustate sulla schiena. Non voleva cicatrici che riducessero il suo valore qui dentro. Guardò Thorne per un secondo, poi annuì piano.
"Va bene," disse lei, la voce neutra. "Berrà da me. Ma..." Si voltò verso Roderick. "Voglio continuare a scoparlo. Ogni sera. Se lo lego, se lo masturbo, se lo monto... voglio continuare. Altrimenti non ha senso."
Roderick inclinò la testa, valutando.
"Accettato. Mira resta la sua fonte di vita. E la sua scopatrice. Ogni sera, Thorne berrà solo da lei. E continuerete a scopare, come prima. Ma se lui rifiuta anche una volta... la schiena di Mira pagherà."
Le guardie portarono via la brocca d’acqua che stava accanto a Thorne. La versarono sul pavimento, lasciando solo una pozza che evaporò in fretta. Thorne fissava il vuoto, il viso pallido.
Quella stessa sera, dopo che le guardie mi ebbero usata come sempre - cazzi in ogni buco, seme ovunque, io che gemevo e imploravo Roderick di scoparmi - Roderick fece un cenno a Mira.
"Ora. Mostrami."
Mira si alzò. Si avvicinò a Thorne, che era inginocchiato, tremante. Lo fece sdraiare sul pavimento, supino. Si mise a cavalcioni sul suo viso, le ginocchia ai lati della testa. Si aprì la figa con due dita, già umida - non per desiderio, ma per abitudine.
"Bevi," disse piano.
Thorne chiuse gli occhi. Aprì la bocca. Mira si rilassò, e un getto caldo, giallo, gli cadde sulle labbra, sulla lingua. Lui ingoiò, tossendo piano, ma non si ritrasse. Mira continuò, svuotandosi lentamente, il piscio che gli colava sul mento, sul collo, sul petto. Quando finì, si chinò e gli baciò la fronte.
"Bravissimo," sussurrò. "Ora... scopami."
Lo montò lì, sul pavimento bagnato del suo stesso piscio. Prese il suo cazzo molle in mano, lo masturbò piano fino a farlo indurire, poi si abbassò, facendolo entrare nella figa. Lo cavalcò con movimenti lenti, quasi teneri, sussurrandogli parole dolci mentre lui gemeva piano, le mani sui suoi fianchi.
Io guardavo tutto dai piedi di Roderick, la lingua ancora sui suoi alluci.
"Niente," ripetei, rivolta a Thorne, anche se non mi ascoltava. "Tu sei niente. E bevi piscio perché è l’unica cosa che meriti."
Roderick mi accarezzò la testa.
"Brava, Elara. Hai imparato bene."
Mira continuò a scopare Thorne, dolce, lenta, confortandolo con il corpo mentre lui beveva la sua urina e veniva dentro di lei, lacrime silenziose che si mescolavano al piscio sul suo viso.
Io chiusi gli occhi, leccando il piede del principe.
"Solo tu," sussurrai. "Solo tu vali."
E la notte continuò, con il ciclo che si ripeteva: io ai suoi piedi, Thorne che beveva da Mira, Mira che lo scopava per pietà e convenienza. Niente era cambiato. Solo che ora Thorne beveva il suo destino, un sorso alla volta.
Le sere si susseguivano come un rituale malato, e Thorne - quel niente che un tempo era stato il mio amore - diventava sempre più un oggetto di sfogo per la mia rabbia. Roderick aveva approvato ogni mia richiesta, divertito dal modo in cui lo spezzavo un po' di più ogni volta. L'acqua era sparita, sostituita solo da ciò che usciva dal corpo di Mira. E Thorne, quel patetico relitto, lottava ogni sera con il suo nuovo destino, il suo corpo che si ribellava mentre la sua mente si frantumava.
Quella sera, come sempre, Roderick si sedette sullo sgabello, le guardie entrarono con le torce, Mira si posizionò accanto a Thorne. Lui era già rannicchiato in un angolo, il corpo magro e tremante, la pelle pallida per la disidratazione che iniziava a farsi sentire. Non aveva bevuto niente dal mattino - niente acqua pulita, solo l'attesa di ciò che Mira gli avrebbe dato. Io lo guardai con disgusto, la rabbia che mi ribolliva dentro come acido.
Mi avvicinai a lui, le gambe aperte, sovrastandolo. Lui alzò gli occhi, imploranti, ma io non esitai. Lo afferrai per i capelli, tirando forte fino a fargli piegare la testa all'indietro, esponendo il collo.
"Guardami, verme," sibilai. "Guarda cosa hai perso. La tua bocca era fatta per baciare la mia figa, e ora? Ora bevi piscio come un cane randagio."
Gli sputai in faccia per l'ennesima volta, mirando agli occhi. Lui sbatté le palpebre, lo sputo che gli colava sulle ciglia, ma non si pulì. Io lo colpii con uno schiaffo sul petto, forte, lasciando un segno rosso sulla pelle. Poi un altro, e un altro, alternando mani aperte e pugni chiusi sullo stomaco. Lui grugnì, il fiato che gli usciva dai polmoni, il corpo che si piegava, ma non oppose resistenza. Non poteva. Era niente.
"Non meriti nemmeno questo," dissi, calciandolo leggermente sulla coscia, abbastanza da fargli perdere l'equilibrio e cadere in ginocchio. "Sei un sacco di merda vivente. Il tuo cazzo? Un verme morto. Le tue mani? Inutili per toccare una donna vera. Sei un buco che beve e viene scopato. Niente di più."
Thorne ansimava, le lacrime che gli rigavano il viso, miste al mio sputo. Il suo corpo tremava, non solo per il dolore fisico - i lividi che gli lasciavo ogni sera, i muscoli che dolevano per le posizioni forzate - ma per l'umiliazione che lo consumava. Ogni schiaffo, ogni calcio, ogni insulto era un chiodo nel suo orgoglio spezzato. E io godevo nel vederlo crollare, la rabbia vera che mi incendiava il sangue. Lo odiavo per avermi lasciato arrivare a questo, per non aver combattuto, per essere diventato il simbolo di tutto ciò che avevamo perso.
Roderick annuì alle guardie. "Ora, Mira. Dagli da bere."
Mira si avvicinò, il viso impassibile. Si mise a cavalcioni sul viso di Thorne, come ogni sera, aprendosi la figa con le dita. Era piena - aveva bevuto acqua extra durante il giorno, su ordine di Roderick, per rendere il getto più abbondante.
"Bevi," disse lei, la voce neutra, quasi dolce.
Thorne aprì la bocca, ma il suo corpo si ribellò. Quando il primo getto caldo, giallo e acre gli colpì la lingua, tossì violentemente, sputando una parte sul pavimento. Il piscio gli colò sul mento, sul collo, bagnandogli il petto. Il sapore - salato, amaro, con un retrogusto metallico che gli rivoltava lo stomaco - lo fece gagare. Lui lottò per ingoiare, il viso contorto in una maschera di disgusto, le mani che tremavano ai lati del corpo. Non era solo il sapore: era l'odore pungente che gli riempiva le narici, la sensazione calda e umida che gli invadeva la gola, il volume che lo soffocava se non deglutiva in fretta. Ogni sera era peggio: il suo stomaco si rivoltava, crampi che lo facevano piegare in due dopo, a volte vomitava tutto, il corpo che rifiutava quel nutrimento umiliante.
"Bevi tutto, niente," dissi io, calciandolo sulla gamba mentre lui tossiva. "O Mira paga."
Thorne deglutì a fatica, ingoiando un sorso dopo l'altro, ma ne perse una parte, che gli colò sugli occhi, bruciandogli. Lui gemette, un suono strozzato di nausea e disperazione. Non riusciva a berlo tutto: il suo corpo, debole per la disidratazione e le notti insonni, si opponeva. Tossì di nuovo, sputando un fiotto, e il piscio si sparse sul pavimento.
Roderick sospirò, fingendo delusione. "Ha rifiutato. Frustate Mira."
Le guardie afferrarono Mira per le braccia, la girarono di schiena. Garrick prese la frusta - una striscia di cuoio flessibile - e la colpì una volta sulla schiena. Il suono schioccò nell’aria, seguito dal gemito di Mira. Un segno rosso comparve sulla sua pelle, ma lei non urlò. Pensava a se stessa: non voleva più frustate, non voleva dolore inutile. Guardò Thorne con occhi duri, ma poi addolcì lo sguardo, come se capisse che era l’unico modo per proteggerlo - o proteggere se stessa.
Thorne pianse apertamente ora, il viso bagnato di piscio e lacrime. "Mi dispiace... Mira... non ce la faccio..."
Lei si inginocchiò accanto a lui, nonostante il segno sulla schiena, e lo abbracciò. "Shh... provaci di nuovo. Per me." Lo cullò piano, le mani che gli accarezzavano i capelli, il petto contro il suo. Era dolce, quasi materna, sussurrandogli "Va tutto bene... bevi piano... io sono qui." Non lo faceva per amore, ma per convenienza: se lui beveva, lei evitava le frustate. Ma il suo tocco era gentile, le dita che gli pulivano il viso dal piscio, la voce che lo calmava mentre il suo corpo tremava.
Thorne annuì debolmente, aprì di nuovo la bocca. Mira si riposizionò, rilasciando un altro getto - più controllato stavolta, a sorsi. Lui ingoiò, lottando contro la nausea, lo stomaco che gorgogliava in protesta. Ogni deglutizione era una battaglia: il sapore amaro che gli rimaneva in gola per ore, il bruciore agli occhi, la umiliazione fisica che lo faceva sentire meno di un animale. Alla fine, bevve quasi tutto, tossendo e gemendo, il corpo che si contraeva in conati.
"Bravo," sussurrò Mira, baciandogli la fronte. Poi, come ogni sera, lo masturbò piano fino a farlo indurire, lo montò e lo scopò con movimenti lenti, dolci, confortandolo con il corpo mentre lui veniva dentro di lei, singhiozzando.
Io, intanto, ero già ai piedi di Roderick, leccando e succhiando le dita, implorando il suo cazzo mentre le guardie mi usavano. Ma la mia rabbia verso Thorne - quel niente - era sfogata, e vederlo lottare con il piscio, vederlo umiliato fisicamente fino al limite, mi dava una soddisfazione crudele. Lui era niente. E io ero libera.
Roderick mi accarezzò la testa. "Continua così, Elara. Il tuo odio è delizioso."
E Thorne bevve, ogni sera, lottando contro il disgusto, il suo corpo che si ribellava mentre Mira lo consolava con dolcezza egoista. Niente era cambiato. Solo che ora il suo umiliazione era totale, fisica, inesorabile.
Thorne aveva smesso di lottare contro il sapore. La prima volta che aveva bevuto da Mira, il suo corpo si era ribellato con conati violenti, nausea che lo lasciava piegato in due per ore. Ora, dopo settimane, apriva la bocca quasi senza esitazione quando lei si posizionava sopra di lui. Il getto caldo gli colpiva la lingua, salato e amaro, ma lui ingoiava a sorsi regolari, il viso impassibile, gli occhi semichiusi. Il suo stomaco si era abituato: crampi leggeri, un bruciore in gola che durava poco. Non vomitava più. Non tossiva. Beveva e basta, come se fosse l’unico modo per sopravvivere - perché lo era.
Quella sera, quando Roderick entrò e le guardie disposero le torce, Thorne era già in ginocchio al centro della cella, le mani appoggiate sulle cosce, la testa leggermente china in attesa. Non tremava più. Mira si avvicinò, gli sfiorò la guancia con tenerezza, poi si mise a cavalcioni sul suo viso. Lui aprì la bocca da solo. Lei rilasciò il getto lento, controllato. Thorne ingoiò, deglutendo rumorosamente, il piscio che gli colava agli angoli delle labbra ma senza sprechi. Quando finì, Mira gli baciò la fronte, sussurrando "Bravo... sei stato bravo."
Io guardavo tutto con un misto di rabbia residua e soddisfazione fredda. Mi avvicinai a Thorne, nuda, le gambe aperte sopra di lui mentre era ancora inginocchiato. Lui alzò gli occhi, ma non c’era più supplica. Solo rassegnazione calma.
Mi chinai leggermente, rilassai la vescica e lasciai andare. Il mio piscio gli colpì il viso in un getto forte, caldo, giallo. Gli bagnò le guance, gli entrò in bocca, gli colò sul petto e sulle cosce. Lui non si mosse. Non chiuse gli occhi. Aprì la bocca e bevve anche da me, ingoiando a sorsi lenti, il liquido che gli gocciolava dal mento.
"Bevi," dissi, la voce bassa ma senza più urla. "Bevi tutto. È l’unica cosa che meriti da me."
Lui annuì piano, continuando a ingoiare mentre io svuotavo completamente. Quando finii, il suo viso era bagnato, i capelli appiccicati alla fronte, il petto lucido. Non tossì. Non pianse. Solo un respiro profondo, come se si fosse abituato anche a questo.
Mi voltai verso Roderick, inginocchiandomi ai suoi piedi. Gli baciai le dita, leccai l’arco del piede, succhiai l’alluce con devozione.
"Roderick... ti prego. Lasciami succhiarti. Solo succhiarti. Voglio sentirti in bocca. Voglio il tuo sapore."
Lui mi guardò a lungo, la mano che mi accarezzava i capelli. Poi annuì, una volta sola.
"Va bene. Solo succhiarmi. Niente di più. Non ancora."
Si slacciò la tunica, lasciò cadere i pantaloni. Il suo cazzo era eretto, spesso, venoso, la cappella già lucida. Io mi chinai in avanti, lo presi in bocca piano. Lo leccai dalla base alla punta, la lingua che girava intorno, poi lo ingoiai profondo, la gola che si apriva per accoglierlo. Succhiavo con lentezza, devozione, gemendo piano intorno a lui. Roderick sospirò, la mano che mi teneva la nuca senza spingere.
Mentre lo succhiavo, guardai Thorne.
"Mira," dissi senza togliermelo di bocca. "Scopalo. Ora."
Mira annuì. Si mise a cavalcioni su Thorne, lo masturbò piano fino a farlo indurire - non ci volle molto - poi si abbassò, facendolo entrare nella figa. Lo cavalcò con movimenti dolci, lenti, sussurrandogli "Va tutto bene... rilassati... goditelo." Thorne gemette piano, le mani sui suoi fianchi, spingendo verso l’alto per incontrare i suoi movimenti. Vennero insieme, lui dentro di lei, un orgasmo silenzioso ma intenso.
Quando finì, Thorne rimase sdraiato sul pavimento, ansimante, il corpo bagnato del mio piscio e del suo stesso sudore. Alzò lo sguardo su Roderick - e su di me che continuavo a succhiarlo - e parlò per la prima volta con voce calma, quasi serena.
"Fallo di nuovo," disse. "Domani. Il piscio. Da lei. Da Elara. Voglio berlo. Voglio... voglio che sia così."
Roderick rise piano, la mano che stringeva leggermente i miei capelli mentre io acceleravo, succhiandolo più forte.
"Visto? Anche tu stai imparando a volere il tuo posto."
Io lasciai uscire il cazzo di Roderick per un secondo, guardai Thorne negli occhi.
"Bevi pure. Bevi tutto. È l’unica cosa che ti resta."
Poi ripresi a succhiare Roderick, profonda, devota, mentre Mira accarezzava Thorne, confortandolo con baci leggeri sul collo. Lui chiuse gli occhi, accettando. Non c’era più lotta. Solo accettazione.
Roderick venne nella mia bocca, il seme caldo e denso che ingoiai tutto, senza perderne una goccia. Mi accarezzò la testa.
"Brava. Domani continueremo."
Thorne annuì piano, sdraiato sul pavimento bagnato, Mira che lo abbracciava.
"Domani," ripeté lui. "Voglio berlo di nuovo."
Io mi sdraiai ai piedi di Roderick, la lingua ancora sulle sue dita, e chiusi gli occhi. La rabbia si era trasformata in qualcosa di più calmo. Lui era niente. Ma ora lo voleva. E io ero libera di non curarmene più.

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