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Il principe - Cap.14 - La rabbia che esplode


di the_extension
09.03.2026    |    333    |    0 8.7
"Li leccavo, li succhiavo, li baciavo mentre venivo scopata da tutti e tre, il corpo che tremava di orgasmi violenti..."
La sera dopo, quando la porta si aprì e le torce illuminarono la cella, Thorne era già in piedi, come se mi stesse aspettando. Aveva gli occhi rossi, le spalle curve, ma c’era ancora un barlume di qualcosa - forse speranza, forse abitudine - che lo teneva lì, immobile, nudo e patetico.
Io entrai nel cerchio di luce senza esitare. Le guardie si fermarono sulla soglia, Roderick si sedette sullo sgabello con il solito sorriso, Mira rimase in disparte. Ma io non guardai nessuno di loro. Solo Thorne.
Mi avvicinai piano, passo dopo passo, fino a trovarmi a un palmo dal suo viso. Lui aprì la bocca per dire il mio nome, ma non gli diedi tempo.
Sputai di nuovo. Più forte. Lo colpii dritto in bocca, il catarro denso che gli si appiccicò sulle labbra. Lui trasalì, ma non si pulì.
"Schifoso verme schifoso," sibilai, la voce bassa e tremula di rabbia vera, non più simulata. "Guardati. Sei disgustoso. Un rifiuto umano con un cazzo floscio che non serve più a niente. Ti ho lasciato entrare nella mia figa quando ero una ragazzina, ti ho succhiato come se fossi un dio, e tu? Tu hai rovinato tutto. Hai lasciato che questo bastardo ci prendesse, hai pianto invece di combattere, hai scopato Mira come un cane in calore mentre io venivo usata da tutti. Sei un codardo. Un fallito. Un pezzo di merda che non merita nemmeno di respirare la stessa aria che respiro io."
Thorne abbassò lo sguardo. Una lacrima gli scivolò sulla guancia, mescolandosi allo sputo.
"Elara... io..."
Lo interruppi con uno schiaffo. Forte. La mano aperta gli lasciò un segno rosso sulla guancia.
"Non osare pronunciare il mio nome, stronzo. Non osare. Tu non esisti più per me. Sei solo un ricordo schifoso che mi fa vomitare. Hai lasciato che mi scopassero davanti ai tuoi occhi, hai goduto mentre Mira ti succhiava, e ora pretendi pietà? Sei patetico. Un coglione inutile con le palle vuote e il cuore marcio. Ti odio, Thorne. Ti odio con tutta me stessa."
La rabbia mi bruciava dentro, vera, rovente, come se tutti i mesi di umiliazione, di sottomissione, di orgasmi forzati si fossero condensati in quel momento. Lo spinsi con entrambe le mani sul petto. Lui barcollò all’indietro, finendo contro il muro. Io lo seguii, lo afferrai per i capelli e gli tirai la testa indietro, costringendolo a guardarmi.
"Vuoi sapere cosa penso quando ti vedo? Penso che sei la cosa più schifosa che abbia mai toccato. Il tuo cazzo? Ridicolo. Piccolo, inutile, molle. Non mi hai mai fatto venire davvero, sai? Mai. Era tutta una finzione per non ferirti. E ora? Ora vieni solo perché una puttana rossa te lo stringe. Sei un traditore del tuo stesso corpo. Un porco che si accontenta di briciole mentre io prendo cazzi veri, grossi, che mi riempiono fino a farmi urlare."
Gli sputai di nuovo, stavolta sul petto. Poi lo colpii con un pugno allo stomaco - non forte da rompergli qualcosa, ma abbastanza da fargli espellere l’aria in un gemito strozzato. Lui si piegò in due, tossendo.
Le guardie ridacchiarono, Roderick osservava in silenzio, la mano che accarezzava piano il suo cazzo sotto la tunica.
Io mi girai verso di lui. Andai ai suoi piedi, mi inginocchiai, e ripresi a baciarli - lingua sulla pianta, succhiando le dita, leccando l’arco come se fosse sacro. Le guardie si avvicinarono, ma io li ignorai per un momento. Alzai lo sguardo su Roderick, gli occhi lucidi di rabbia e desiderio.
"Scopami, Roderick," supplicai, la voce rotta ma feroce. "Ti prego... entra nella mia figa. Riempimi. Fammi sentire un cazzo degno. Non questi falliti... non lui. Solo tu. Solo il tuo cazzo. Ti prego..."
Mentre parlavo, le guardie mi presero. Garrick da dietro, infilandosi nella figa con un grugnito. Il grasso in bocca. Il terzo nel culo. Io gemetti forte, spingendo contro di loro, ma la mia bocca non lasciò i piedi di Roderick. Li leccavo, li succhiavo, li baciavo mentre venivo scopata da tutti e tre, il corpo che tremava di orgasmi violenti.
"Sì... scopatemi... ma Roderick... ti prego... scopami tu..." ansimavo tra un gemito e l’altro, la lingua che lambiva le sue dita. "Voglio il tuo seme... solo il tuo... non questi porci... non quel verme laggiù..."
Thorne era ancora contro il muro, piegato in due, lo sputo e il segno dello schiaffo sulla faccia. Non si muoveva. Non parlava. Solo guardava, gli occhi vuoti, mentre io venivo riempita, usata, supplicando un altro uomo.
Roderick mi accarezzò la testa, le dita che si infilavano nei capelli.
"Presto, Elara. Presto. Continua a essere brava. Continua a odiarlo. E forse... un giorno... te lo darò."
Io venni di nuovo, urlando contro il suo piede, il corpo che si contraeva intorno ai cazzi delle guardie. Ma la mia rabbia - la mia vera, bruciante rabbia - era tutta per Thorne. Per ciò che era diventato. Per ciò che avevamo perso.
E per la prima volta, non provai rimpianto. Solo sollievo nel lasciarlo andare.

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