orge
Il principe - Cap.19 - La festa
09.03.2026 |
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"Per la prima volta dopo tanto tempo, sentii qualcosa muoversi dentro di me - non rabbia, non pietà..."
Passarono altre settimane. Il palazzo era un turbine di luci, musica e profumi: la prima grande festa del nuovo regno, per celebrare l’incoronazione e la gravidanza della regina. Banchetti, danze, vino che scorreva come fiumi. Roderick - ora re - aveva deciso di rendere la serata memorabile. E noi eravamo parte dello spettacolo.La sera della festa, le guardie aprirono la porta della nostra stanza. Non Roderick. Solo loro, con tuniche nere e torce in mano.
"Venite," dissero. "Il re vi vuole nudi. Per intrattenere gli ospiti."
Non ci diedero scelta. Ci spogliarono lì, nella stanza che era diventata casa. Mira tremava leggermente, il corpo ancora morbido dopo il parto, i seni pesanti di latte. Thorne la sostenne, ma i suoi occhi erano vuoti - l’assenza di Rowan lo aveva scavato dentro. Io mi lasciai fare: la tunica di seta cremisi scivolò a terra, restai nuda, la pelle segnata da anni di uso.
Ci portarono in una sala laterale del palazzo: marmo lucido, candelabri enormi, tende di velluto rosso. Al centro un palco basso, circondato da divani e tavoli carichi di cibo e vino. Gli ospiti - nobili, ambasciatori, cortigiani - erano già lì, maschere dorate, risate alte. La musica di liuti e flauti riempiva l’aria.
Roderick era sul trono principale, la regina al suo fianco. Lui alzò un calice.
"Benvenuti al mio seguito speciale," annunciò. "Tre corpi per il vostro divertimento. Usateli come volete. Nudi. Disponibili. Senza limiti."
La folla applaudì. Le guardie ci spinsero sul palco. Noi tre nudi, sotto luci che non lasciavano ombre.
Mira fu la prima a muoversi. Dopo la perdita di Rowan, qualcosa in lei si era rotto. Non c’era più resistenza, solo una rassegnazione totale. Si inginocchiò al centro del palco, le mani sulle cosce, il seno che colava latte dai capezzoli.
"Fate di me quello che volete," disse, la voce chiara e ferma. "Qualsiasi cosa. Non rifiuterò nulla."
Un nobile con maschera di leone si avvicinò per primo. Le afferrò un seno, strinse fino a far uscire un fiotto di latte. Mira gemette piano, ma non si ritrasse. Lui leccò il latte dal capezzolo, poi la spinse a quattro zampe. Un altro ospite si mise dietro, le infilò il cazzo nel culo senza preparazione. Mira urlò, ma spinse indietro i fianchi. "Sì... prendetemi... tutti..."
Thorne rimase in piedi, il cazzo molle. Un gruppo di dame lo circondò. Una gli prese il cazzo in mano, lo masturbò fino a farlo indurire. Un’altra gli succhiò le palle, un’altra gli infilò un dito nel culo. Lui gemette, gli occhi chiusi, ma non resistette. Quando gli misero un cazzo finto in mano, lo usò su una di loro, scopandola mentre un altro lo penetrava da dietro. Non parlava. Solo gemeva, accettando.
Io fui usata in gruppo. Due uomini mi presero contemporaneamente: uno nella figa, uno nel culo. Un terzo in bocca. Venni forte, il corpo che tremava, ma continuavo a implorare "Ancora... usatemi...". Un nobile mi fece pisciare su di lui mentre scopava Mira, e io obbedii, il getto caldo che gli bagnava il petto. Lui rise, bevve un sorso, poi mi scopò di nuovo.
Mira era al centro di tutto. Accettava ogni cosa: cazzi in ogni buco, mani che le strizzavano i seni fino a farla urlare, lingue che le leccavano il latte, dita che la facevano venire ripetutamente. Quando un ospite le pisciò in bocca, bevve senza esitare, ingoiando con gli occhi chiusi. "Tutto," ripeteva piano. "Tutto quello che volete."
Thorne, mentre veniva scopato da un uomo e succhiava un altro, guardava Mira. Non c’era gelosia. Solo tristezza profonda. Ma continuò. Accettò.
La musica dei liuti continuava a pulsare nell’aria densa di fumo d’incenso e sudore. Il palco basso era diventato il centro del caos: corpi che si muovevano in un groviglio lento e osceno, risate alte che si mescolavano ai gemiti, calici di vino rovesciati che formavano pozzanghere rosse sul marmo. Gli ospiti, mascherati e ubriachi, si alternavano senza ordine, come se noi tre fossimo piatti di un banchetto infinito.
Mira era al centro di tutto. Dopo aver pronunciato quelle parole - "Qualsiasi cosa vogliate fare" - si era aperta completamente. Un nobile con maschera di falco le aveva legato i polsi dietro la schiena con una corda di seta rossa, poi l’aveva fatta inginocchiare su un cuscino di velluto. Due uomini si erano posizionati davanti a lei: uno le infilò il cazzo in bocca, spingendo fino in gola, l’altro le strizzò i seni con forza, facendole schizzare latte dai capezzoli. Mira gemette intorno al cazzo, gli occhi semichiusi, il corpo che tremava ma non si ritraeva. Quando l’uomo in bocca venne, lei ingoiò tutto, poi aprì di nuovo le labbra per il successivo. Un altro ospite le pisciò sul petto mentre lei succhiava, il getto caldo che le colava sui seni e sul ventre. Mira non chiuse gli occhi. Bevve ciò che poteva, il resto le scivolò sulla pelle, mescolandosi al latte e al seme.
"Brava puttana," rise l’uomo con la maschera di falco, schiaffeggiandole leggermente il viso. "Bevi ancora."
Mira annuì piano, la bocca aperta. Un terzo uomo le urinò direttamente in gola. Lei ingoiò a sorsi lenti, tossendo appena, ma continuò. Il suo corpo era un ricettacolo: qualcuno le infilò tre dita nella figa mentre beveva, facendola venire con un grido strozzato, il latte che schizzava dai capezzoli in archi bianchi. Un altro le leccò il culo, poi la penetrò lì, spingendo forte mentre lei continuava a succhiare. Mira non urlò più di dolore. Solo gemiti bassi, accettazione totale. Ogni volta che un ospite finiva - in bocca, nella figa, nel culo, sul corpo - lei ringraziava con un sussurro: "Grazie... continuate..."
Thorne la guardava da lontano, mentre un uomo alto con maschera di lupo lo scopava da dietro. Il cazzo dell’uomo entrava e usciva ritmico, profondo, facendolo gemere contro il cazzo che aveva in bocca. Un’altra donna - una dama con capelli neri e maschera di gatto - gli masturbava il cazzo con una mano guantata, stringendo forte alla base per impedirgli di venire troppo presto. Thorne tremava, il corpo sudato, ma i suoi occhi non lasciavano Mira. Vedeva ogni cosa: il modo in cui lei apriva la bocca per bere, il modo in cui il suo corpo si inarcava quando veniva scopata, il modo in cui il latte le colava sul ventre mentre un ospite le leccava i capezzoli. Non c’era rabbia. Solo una tristezza che lo consumava dall’interno, come se ogni gemito di Mira fosse un altro pezzo di Rowan che se ne andava.
Una dama gli sussurrò all’orecchio: "Bevi anche tu." Gli mise due dita bagnate di piscio di un altro ospite davanti alla bocca. Thorne aprì le labbra, leccò, ingoiò. Lo fece senza esitazione. Era diventato un riflesso. Quando l’uomo dietro di lui venne nel culo, Thorne gemette forte, il seme caldo che colava lungo le cosce. La dama con la maschera di gatto lo fece venire subito dopo, masturbandolo veloce: il suo seme schizzò sul pavimento, misto al piscio e al vino rovesciato. Thorne crollò in ginocchio, ansimante, ma un altro ospite lo rialzò, gli infilò il cazzo in bocca. Lui succhiò, obbediente.
Io ero poco distante, sdraiata su un divano di velluto circondato da quattro uomini. Uno mi scopava la figa, un altro il culo, un terzo la bocca, il quarto mi pisciò sul petto mentre gli altri continuavano. Venni più volte, il corpo che si contraeva intorno ai loro cazzi, ma i miei occhi erano su Mira e Thorne. Vedevo la rassegnazione totale di lei, la tristezza muta di lui. Quando un ospite mi ordinò di pisciare su Mira, lo feci: mi misi sopra di lei mentre era a quattro zampe, le pisciai sul viso e sulla schiena. Lei aprì la bocca, bevve ciò che poteva, poi mi ringraziò con un sussurro: "Grazie..."
La serata si allungò. Gli ospiti si alternavano senza sosta. Mira fu legata a una colonna con corde di seta, le gambe spalancate, e usata per ore: cazzi che entravano e uscivano, mani che le strizzavano i seni, lingue che le leccavano il latte, getti di piscio che le bagnavano il corpo. Lei veniva ripetutamente, il corpo che tremava, ma non chiedeva mai di fermarsi. "Ancora," diceva piano quando uno finiva. "Ancora."
Thorne fu fatto sdraiare su un tavolo basso. Due uomini lo scoparono contemporaneamente - uno in bocca, uno nel culo - mentre una dama gli masturbava il cazzo e un altro gli pisciava sul petto. Lui venne di nuovo, il seme che schizzava debole ma abbondante, poi bevve ciò che gli veniva offerto: piscio, seme, latte di Mira che una dama gli spremette dai seni. Non parlava. Solo accettava.
Mira, intanto, era diventata il fulcro silenzioso del palco. Dopo ore di uso continuo - cazzi che entravano e uscivano da ogni buco, mani che le strizzavano i seni fino a farle colare latte ininterrottamente, getti di piscio che le bagnavano il viso e il corpo, lingue e dita che la facevano venire una volta dopo l’altra - il suo corpo aveva raggiunto il limite.
Non svenne di colpo. Fu più lento, più graduale. All’inizio i suoi gemiti si fecero più deboli, più lontani, come se la voce le uscisse da un posto profondo dentro di lei. Gli occhi rimasero aperti, ma lo sguardo si perse nel vuoto, le pupille dilatate, le palpebre pesanti. Continuava a respirare, ma il corpo non reagiva più con forza: le cosce tremavano senza spingere indietro, la bocca si apriva per accogliere chi voleva, ma non succhiava più attivamente. Era lì, presente, ma assente. Come se stesse dormendo ad occhi aperti, il corpo che obbediva per inerzia mentre la mente si era ritirata in un luogo lontano, protetto dal dolore e dalla stanchezza.
Gli ospiti non si fermarono.
Un uomo con maschera di corvo la girò di fianco sul cuscino di velluto, le spalancò le gambe e la penetrò nella figa già gonfia e arrossata, spingendo con forza mentre un altro le infilava il cazzo in bocca. Mira non reagì: la testa le ciondolò leggermente di lato, la saliva che le colava dal labbro inferiore, il latte che stillava dai capezzoli a ogni spinta. Un terzo ospite le pisciò sul ventre mentre la scopavano, il getto caldo che le scorreva sulla pelle e si mescolava al seme e al sudore. Lei non tossì, non si mosse. Solo un respiro lento, regolare, come se fosse in un sonno profondo.
Una dama rise, le spremette un seno con violenza: un fiotto di latte schizzò in aria, atterrò sul pavimento. "Guardate, la mucca continua a dare anche quando è spenta." Un altro uomo le infilò due dita nel culo mentre la figa era occupata, pompando forte. Il corpo di Mira si contrasse in un orgasmo debole, quasi riflesso - le pareti interne che si strinsero per un attimo, un gemito soffocato che le uscì dalla gola - ma gli occhi rimasero vitrei, persi.
Thorne, ancora sdraiato sul tavolo poco distante, la vide. Vide il modo in cui il suo corpo continuava a essere usato mentre lei non era più lì dentro. Vide il latte colare inutilmente, il piscio che le bagnava i capelli rossi appiccicati alla fronte, il seme che le colava dalle cosce. Non poté fare niente: un altro uomo gli infilò il cazzo in gola, soffocando ogni suono. Lui succhiò per riflesso, gli occhi fissi su Mira, lacrime silenziose che gli rigavano il viso.
La festa continuò per ore ancora. Gli ospiti si alternavano su Mira come se fosse un oggetto inanimato: la giravano, la penetravano in ogni modo, le pisciavano addosso, le spremavano il latte direttamente in bocca o sul corpo di chi la scopava. Lei non si svegliò. Non urlò. Non rifiutò. Il suo corpo accettava tutto - contrazioni deboli, gemiti strozzati, orgasmi involontari - ma la mente era lontana, come se avesse spento se stessa per sopravvivere.
Quando finalmente gli ospiti si stancarono - verso l’alba, quando la musica si fece lenta e molti crollarono sui divani - le guardie la presero per le braccia e le cosce, la portarono via dal palco come un sacco. Thorne fu trascinato dietro, il corpo dolorante, il cazzo molle e arrossato. Io fui portata per ultima, coperta di seme e piscio, ma ancora cosciente.
Ci gettarono nella stanza. Mira fu posata sul pagliericcio vicino al camino, nuda, il corpo lucido e segnato. Non si mosse. Respirava piano, gli occhi chiusi ora, come se il sonno vero l’avesse finalmente presa. Thorne si inginocchiò accanto a lei, le accarezzò i capelli appiccicati, le baciò la fronte.
"Mira..." sussurrò. "Sono qui."
Io mi sdraiai poco distante, il corpo esausto. Non dissi niente. Solo guardai Mira dormire - o fingere di dormire - e Thorne che la cullava piano, come faceva con Rowan.
Mira non si mosse per tutto il resto della notte. Le guardie l’avevano lasciata sul pagliericcio vicino al camino, nuda, il corpo ancora lucido di seme, piscio, latte e sudore. Thorne si era sdraiato accanto a lei, coprendola con il suo corpo come uno scudo, le braccia strette intorno alla sua vita. Io ero rimasta seduta poco distante, le ginocchia al petto, a guardare il fuoco che si spegneva piano. Nessuno parlò. Il silenzio era pesante, rotto solo dal respiro lento di Mira e dal crepitio delle braci.
Verso l’alba, quando la luce grigia filtrò dalle finestre alte, Mira aprì gli occhi.
Non fu un risveglio improvviso. Gli occhi si spalancarono lentamente, le pupille che si contraevano alla luce fioca. Rimase immobile per lunghi minuti, lo sguardo fisso sul soffitto, come se stesse cercando di ricordare dove fosse. Poi girò la testa verso Thorne. Lo vide: il viso segnato, gli occhi rossi, il corpo nudo premuto contro il suo. Non sorrise. Non pianse. Solo un respiro profondo, lungo, che le sollevò il petto.
"Thorne..." sussurrò. La voce era rauca, consumata dalle urla soffocate della notte prima.
Lui si svegliò di scatto, le mani che le accarezzarono il viso.
"Mira... sei sveglia. Come stai?"
Lei non rispose subito. Si passò una mano sul ventre, sul seno, sulle cosce. Sentì i lividi freschi, il bruciore tra le gambe, il latte che ancora colava piano dai capezzoli gonfi. Si toccò le labbra, gonfie e arrossate. Poi alzò lo sguardo su di me.
"Elara," disse piano. Non c’era rabbia. Non c’era più niente di forte nella sua voce. Solo stanchezza infinita.
Io annuii. Non mi mossi.
Mira si mise seduta lentamente, aiutata da Thorne. Il corpo le doleva: ogni movimento era un lamento basso, ma non si lamentò. Si guardò intorno - la stanza elegante, il letto vuoto, la cella nell’angolo - come se la vedesse per la prima volta.
"È ancora qui," disse. "Tutto è ancora qui."
Thorne le baciò la spalla.
"Sei tornata. È l’unica cosa che conta."
Mira scosse la testa piano.
"Non sono tornata. Sono... diversa."
Non spiegò subito. Si alzò in piedi, barcollando leggermente. Thorne la sostenne. Lei andò verso il piccolo tavolo, prese una brocca d’acqua pulita - la stessa che i servi portavano ogni mattina - e bevve a sorsi lenti. Poi si voltò verso di noi.
"Non sento più niente," disse. La voce era calma, quasi monotona. "Non il dolore. Non la vergogna. Non la rabbia. Niente. È come se il mio corpo fosse... vuoto. Come se ieri notte qualcuno avesse spento una candela dentro di me. E ora c’è solo buio. Ma è un buio tranquillo. Non fa male."
Thorne la strinse da dietro, le braccia intorno alla vita.
"Mira... non devi più farlo. Non devi più accettare tutto. Possiamo... possiamo resistere. In qualche modo."
Lei si girò tra le sue braccia, gli posò le mani sul petto.
"No, Thorne. Non capisci. Non voglio resistere. Non voglio più combattere. Ieri notte ho capito una cosa: se accetto tutto - ogni cazzo, ogni schiaffo, ogni getto di piscio - allora niente può più ferirmi. Perché non c’è più un ‘io’ da ferire. C’è solo un corpo. E il corpo sopravvive. Rowan è andato. Ma io sono ancora qui. E resterò qui. E accetterò tutto. Sempre. Perché è più facile."
Io ascoltai in silenzio. Per la prima volta dopo tanto tempo, sentii qualcosa muoversi dentro di me - non rabbia, non pietà. Solo riconoscimento.
"E noi?" chiesi piano.
Mira mi guardò.
"Tu e Thorne... siete la mia famiglia ora. L’unica che mi resta. Se Roderick vorrà usarmi di nuovo, lo farò. Se gli ospiti torneranno, li lascerò fare. Se tu vorrai pisciare su di me, o su di lui, o scoparmi... lo farò. Senza domande. Senza lacrime. È più semplice così."
Thorne la strinse più forte.
"Non ti lascio sola in questo buio."
Mira sorrise - un sorriso piccolo, stanco, ma vero.
"Non sono sola. Ho te. Ho Elara. E ho... questo vuoto. È mio ora."
Si sdraiò di nuovo sul pagliericcio, tirando Thorne con sé. Lui si rannicchiò contro di lei, le baciò il collo. Io rimasi seduta, a guardarli. Non mi unii. Ma non me ne andai.
Da quel giorno Mira cambiò davvero. Non parlava più di Rowan con dolore. Non piangeva più. Quando le guardie entravano, o quando Roderick tornava per una scopata veloce, lei si apriva senza esitazione: ginocchia a terra, bocca aperta, figa e culo pronti. Accettava ogni cosa - cazzi, schiaffi, piscio, latte spremuto - con la stessa calma vuota. Non gemeva più per piacere o dolore. Solo respirava. E sopravviveva.
Thorne la seguì in quel vuoto. Continuò a bere da lei, da me, quando lo volevo. Continuò a scoparla con tenerezza, ma anche ad accettare di essere usato dagli ospiti quando arrivavano. Non lottava più. Non chiedeva più.
Io... io rimasi me stessa. Succhiavo Roderick quando voleva. Mi facevo scopare da Thorne quando ne avevo bisogno. Aiutavo Mira a lavarsi, a pettinarsi, a riposare. Non parlavamo di sentimenti. Solo di sopravvivenza.
La stanza era ancora casa. Ma ora era una casa di fantasmi calmi, che si muovevano piano nel buio che avevano scelto.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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