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Il principe - Cap.25 - Mira la masochista


di the_extension
09.03.2026    |    368    |    0 6.0
"Mira urlò di piacere, venendo subito, il corpo che si contraeva intorno alle dita della regina..."
La regina Isolde aveva capito che le scuse erano solo l’inizio. Il suo baule - quel piccolo scrigno di legno scuro che portava con sé ogni volta che entrava nella stanza - era diventato il simbolo del suo potere. Ogni giorno trovava un nuovo "errore" nei nostri rituali, un pretesto per aprire quel baule e tirare fuori oggetti che non avevamo ancora visto. Non erano solo punizioni: erano variazioni sul dolore, studiate per farci soffrire in modi diversi, più intimi, più prolungati. E lei godeva nel guardarci - gli occhi che brillavano mentre masturbava, il ventre arrotondato che si alzava e abbassava con il respiro accelerato. Era diventata la nostra tormentatrice personale, e noi - Thorne, Mira e io - obbedivamo senza più domande, il vuoto dentro di noi che si allargava a ogni nuova sofferenza.
Il sesto giorno entrò all’alba, come sempre, per il rituale del mattino. Noi eravamo in ginocchio, pronti, ma lei si fermò prima di sedersi sulla poltrona. Aprì il baule e tirò fuori una nuova corda - non di seta morbida, ma di canapa ruvida, intrecciata con nodi spessi che sfregavano la pelle - e un piccolo flacone di olio trasparente con un odore pungente, quasi piccante.
"Avete sbagliato ieri sera," disse, la voce bassa e accusatoria. "Mira, hai gemuto troppo forte durante il tuo orgasmo. Thorne, hai guardato Elara un secondo di troppo. Elara, hai leccato il mio culo con troppa fretta. Trasgressioni."
Non erano errori reali. Lo sapevamo. Ma non protestammo.
"Punizione per Mira: corda ruvida e olio irritante."
Le legò i polsi dietro la schiena con la corda di canapa, i nodi che sfregavano la pelle tenera, lasciando segni rossi immediati. Poi versò l’olio sul flacone sulle sue cosce interne, sulla figa, sul clitoride. L’olio bruciava - un bruciore lento, come pepe sulla pelle sensibile - facendola sussultare. Mira gemette piano, le gambe che tremavano, la figa che si gonfiava per l’irritazione, il clitoride che pulsava dolorosamente.
"Lo tieni tutto il giorno," disse Isolde. "E se ti tocchi per alleviare, aggiungo olio sul culo."
Mira annuì, lacrime silenziose che le rigavano il viso, ma rimase in ginocchio.
Per Thorne: "Tu hai guardato troppo. Punizione: morsetti per genitali e pesi."
Dal baule tirò fuori morsetti d’argento con denti piccoli ma affilati. Glieli applicò sulle palle - uno su ciascuna - stringendo fino a farlo gemere forte. Poi agganciò pesi leggeri ma pendenti, che tiravano verso il basso, un dolore costante, lancinante, che lo faceva tremare. Il cazzo rimase molle, il corpo che si contraeva per il bruciore.
"Li tieni fino a sera," disse Isolde. "Ogni movimento peggiora. Se cadi, la cella con catena doppia."
Thorne annuì, il viso contorto, ma non si lamentò.
Per me: "Tu hai leccato con fretta. Punizione: candele per cera calda e bastone per sculacciate."
Mi fece sdraiare sul tavolo, culo in aria. Accese una candela dal baule - cera rossa, profumata ma calda - e la lasciò gocciolare sulla mia schiena, sulle natiche, sulle cosce. Ogni goccia bruciava come fuoco liquido, indurendosi in macchie rosse sulla pelle sensibile. Gemetti forte, il corpo che si inarcava, ma lei continuò: venti gocce, precise, calcolate. Poi prese il bastone - un ramo sottile di legno flessibile - e lo usò sulle natiche già bruciate dalla cera: dieci colpi rapidi, sibilanti, che lasciavano strisce viola e un dolore sordo che pulsava a ogni battito del cuore.
"Lo senti tutto il giorno," disse. "Se ti siedi, aggiungo cera sui capezzoli."
Io annuii, lacrime che mi rigavano il viso, il corpo in fiamme.
Poi procedemmo con il rituale del mattino, nonostante le punizioni. Mira leccò la figa della regina, le cosce che bruciavano per l’olio irritante, la figa che pulsava dolorosamente. Thorne succhiò i capezzoli di Isolde, i pesi che dondolavano e tiravano le palle a ogni movimento. Io leccai il culo della regina, la schiena e le natiche che bruciavano per la cera e il bastone.
Isolde venne dopo nove minuti, gemendo forte, il corpo che tremava mentre noi soffrivamo in silenzio.
"Bene. Mezzogiorno."
Uscì.
Per il rituale del mezzogiorno, Isolde tornò e trovò un’altra "trasgressione".
"Mira, hai gemuto durante il mattino. Troppo forte. Punizione aggiuntiva: cassa con lucchetto."
Dal baule tirò fuori una piccola cassa di legno con lucchetto. Ci mise dentro un dildo grosso e lo chiuse.
"Lo tieni nella figa tutto il pomeriggio. Chiuso. Non esce finché non lo dico io."
Infilò il dildo nella figa di Mira, poi chiuse il lucchetto intorno alla cassa, fissata con cinghie alle cosce. Mira gemette, il corpo pieno, il dildo che premeva costante dentro di lei.
Per Thorne: "Hai succhiato con troppa forza. Trasgressione. Punizione aggiuntiva: olio irritante sulle palle."
Versò l’olio sulle palle già morsettate. Thorne urlò piano, il bruciore che si mescolava al tirare dei pesi, le palle che si gonfiavano rosse.
Per me: "Hai leccato con troppa lentezza. Trasgressione. Punizione aggiuntiva: morsetti sui capezzoli con catena."
Mi applicò morsetti sui capezzoli, poi agganciò una catena corta che tirava verso il basso, il dolore lancinante che si irradiava al petto.
Poi procedemmo con il rituale del mezzogiorno: Mira sdraiata sul tavolo, gambe spalancate, il dildo chiuso nella figa che la faceva gemere a ogni respiro. Thorne la scopò, il cazzo che entrava e usciva, le palle brucianti e tirate che sbattevano contro di lei. Io leccai il clitoride di Mira, i morsetti che tiravano i capezzoli a ogni movimento.
Isolde si masturbò guardando, venne, e uscì.
La porta si chiuse con un tonfo sordo. Il silenzio calò pesante nella stanza, rotto solo dal respiro affannato di noi tre e dal lieve tintinnio della catena di Thorne quando spostava il peso per alleviare la pressione del plug più grosso.
Mira rimase sdraiata sul tavolo, le gambe ancora spalancate e legate, la cassa chiusa che teneva il dildo piantato dentro di lei. Le pinze sui capezzoli tiravano con i pesi doppi, il latte che colava in rivoli bianchi lungo il petto e sul ventre. L’olio irritante bruciava ancora sulla figa e sul clitoride, un fuoco lento che non si spegneva, ma invece di lamentarsi... Mira iniziò a muoversi.
Prima furono piccoli spostamenti: i fianchi che ruotavano piano, il bacino che si alzava e abbassava quel tanto che le corde permettevano. Il dildo scivolava dentro e fuori di pochi centimetri, sfregando le pareti già gonfie e sensibili. Lei gemette - non di dolore, ma di piacere distorto. Il bruciore dell’olio si mescolava al riempimento costante, trasformandosi in una sensazione che le faceva pulsare il clitoride senza toccarlo.
Thorne la guardò, il plug che lo faceva gemere a ogni movimento, la catena che gli impediva di avvicinarsi.
"Mira..." sussurrò.
Lei non rispose. Continuò a muoversi, sempre più decisa. I fianchi si alzarono di più, la cassa che sbatteva leggermente contro il tavolo a ogni spinta. Il dildo la penetrava profondo, la riempiva completamente, e lei lo cavalcava come poteva nonostante i legami. Il latte schizzava dai capezzoli tirati, il corpo che tremava, il respiro che diventava sempre più corto. Veniva - una, due, tre volte - piccoli orgasmi che la facevano inarcare, la figa che si contraeva intorno al dildo, umori che colavano sul legno.
Io la guardavo, eccitata nonostante le strisce sulla pelle. Thorne gemeva piano, il cazzo che si induriva di nuovo nonostante il dolore alle palle morsettate.
Mira non si fermò. Continuò a penetrarsi, i fianchi che ruotavano, spingendo il dildo più a fondo che poteva, il bruciore dell’olio che la faceva venire ancora, il corpo che si contraeva in spasmi violenti. Sudava, ansimava, gli occhi semichiusi, il viso arrossato dal piacere misto a sofferenza.
Ore dopo - quando la luce fuori era già calata e la stanza era illuminata solo dalle candele - la porta si aprì di nuovo.
Isolde entrò. Si fermò sulla soglia, vide Mira che continuava a muoversi sul tavolo, le gambe legate spalancate, la cassa che sbatteva ritmicamente, il dildo che entrava e usciva mentre lei si scopava da sola, venendo per l’ennesima volta con un gemito rauco.
La regina sorrise - un sorriso lento, soddisfatto, quasi orgoglioso.
"Brava," disse piano.
Si avvicinò al tavolo, posò una mano sul ventre di Mira, sentì i muscoli contrarsi per l’orgasmo in corso. Mira gemette più forte, i fianchi che spingevano verso l’alto, cercando di prendere di più.
Isolde si chinò, le accarezzò i capelli rossi appiccicati alla fronte sudata.
"Ti piace, vero?" sussurrò. "Il dolore. Il riempimento. La punizione che diventa piacere."
Mira annuì, gli occhi lucidi.
"Sì... mia regina... mi piace... non fermatemi..."
Isolde rise piano, un suono basso e compiaciuto.
"Non ti fermerò. Ti ricompenso."
Prese la chiave dal collo, aprì il lucchetto della cassa. Tirò fuori il dildo lentamente, facendolo scivolare fuori dalla figa di Mira con un suono bagnato. Mira gemette forte, il vuoto improvviso che la fece inarcare.
Isolde lo posò da parte, poi si chinò e infilò tre dita nella figa gonfia e irritata di Mira. Le mosse rapide, profonde, sfregando il punto sensibile dentro di lei. Mira urlò di piacere, venendo subito, il corpo che si contraeva intorno alle dita della regina.
"Brava puttana," mormorò Isolde. "Vieni per me. Ancora."
Continuò a scoparla con le dita, l’altra mano che sfregava il clitoride bruciante. Mira venne di nuovo, e di nuovo, il latte che schizzava dai capezzoli, il corpo che tremava senza controllo.
Quando finì, Isolde si ritrasse, le dita lucide degli umori di Mira. Le portò alla bocca di Thorne.
"Succhia," ordinò.
Thorne aprì la bocca, leccò le dita della regina, assaporando Mira.
Poi Isolde si voltò verso di me.
"Tu. Lecca la figa di Mira. Puliscila. Bevi tutto quello che ha prodotto."
Mi avvicinai, mi inginocchiai tra le sue gambe. Leccai la figa di Mira - gonfia, rossa, umida - succhiando gli umori, il sapore acre dell’olio misto al suo piacere. Mira gemette piano, i fianchi che si alzavano verso la mia bocca.
Isolde guardò la scena, si masturbò di nuovo, venne una seconda volta con un sospiro.
Poi si alzò, si sistemò l’abito.
"La punizione continua," disse. "Ma tu, Mira... hai guadagnato un premio. Stasera dormi sul letto con me. Legata. E domani... nuove regole. Nuove sofferenze. Nuovi piaceri."
Uscì.
Mira rimase sdraiata sul tavolo, ansimante, il corpo tremante, gli occhi lucidi.
Thorne e io ci avvicinammo a lei. La slegammo piano. La abbracciammo.
Mira sorrise - un sorriso stanco, ma vero.
"Mi piace," sussurrò. "Mi piace soffrire per lei. Mi piace venire per lei."
Thorne la baciò sulla fronte.
Io le accarezzai i capelli.
La regina aveva trovato la sua schiava perfetta.
E noi... noi eravamo diventati il suo spettacolo.
La regina Isolde tornò quella sera stessa, dopo il tramonto, quando le candele erano già accese e la stanza immersa in una luce calda e tremolante. Non bussò. La porta si aprì con un cigolio lento, e lei entrò sola, l’abito nero che frusciava sul pavimento, il ventre arrotondato che sporgeva sotto la stoffa. Portava con sé solo un piccolo rotolo di corde di seta nera e un sorriso che non arrivava agli occhi.
Noi tre eravamo ancora sul pavimento, corpi doloranti dalle punizioni del giorno: Thorne con il plug grosso che lo faceva gemere a ogni spostamento, Mira con le pinze e i pesi che tiravano i capezzoli gonfi, io con le natiche e le cosce segnate dalla frusta e dalla cera. Ci inginocchiammo subito, teste chine, collari al collo.
Isolde si fermò davanti a Mira.
"Tu," disse. "Hai guadagnato il premio. Stasera dormi sul letto con me. Legata. Usata. Fino a quando non mi addormento."
Mira alzò gli occhi, il respiro accelerato.
"Sì, mia regina."
Isolde fece un cenno a Thorne e a me.
"Voi due. Sul pavimento, ai piedi del letto. Guardate. Non toccatevi. Non parlate. Solo guardate."
Ci spostammo in silenzio. Thorne si sdraiò supino sul tappeto, il plug che lo faceva sussultare. Io mi sdraiai accanto a lui, il corpo premuto contro il suo, le mani intrecciate per non disobbedire.
Isolde prese Mira per i polsi, la condusse sul letto enorme. La fece sdraiare al centro, le braccia sopra la testa. Con le corde di seta nera le legò i polsi al telaio del baldacchino, strette ma non abbastanza da fermare la circolazione - solo da immobilizzarla completamente. Poi le allargò le gambe, legò le caviglie ai piedi del letto, spalancandole al massimo. Mira rimase esposta: figa gonfia e irritata dall’olio del giorno, capezzoli pizzicati dalle pinze, latte che colava lento, corpo tremante di anticipazione.
Isolde si tolse l’abito. Nuda, il ventre arrotondato che brillava alla luce delle candele, si salì sul letto. Si mise a cavalcioni sul viso di Mira, la figa premuta sulla bocca.
"Leccami," ordinò. "Fino a farmi venire. Non fermarti."
Mira infilò la lingua, leccò profondo, succhiò il clitoride, la lingua che entrava e usciva mentre Isolde si muoveva piano, i fianchi che ruotavano. La regina gemette, le mani sui seni di Mira, strizzando i capezzoli pizzicati fino a far colare più latte. Mira leccò anche quello, la lingua che raccoglieva ogni goccia.
Thorne e io guardavamo dal pavimento. Il suo cazzo si indurì nonostante il plug e i morsetti. Il mio clitoride pulsava, la figa bagnata. Ma non ci toccammo. Non osammo.
Isolde venne dopo pochi minuti, il corpo che tremava sopra il viso di Mira, il seme che colò sulla bocca di lei. Mira ingoiò, leccò tutto, non si fermò.
La regina si spostò, si mise a cavalcioni sul ventre di Mira, il suo ventre contro quello di lei. Prese il dildo di legno dal baule - lo stesso usato prima - e lo infilò nella figa di Mira con un colpo lento. Mira gemette forte, il corpo che si inarcava contro le corde.
"Vieni per me," ordinò Isolde.
Mosse il dildo dentro e fuori, profondo, ritmico. Mira venne quasi subito, urlando, il corpo che si contraeva intorno al legno. Isolde non si fermò. Continuò a scoparla, accelerando, facendola venire di nuovo, e di nuovo. Il latte schizzò dai capezzoli pizzicati, colando sul ventre della regina. Isolde si chinò, leccò il latte dal petto di Mira, succhiando forte i capezzoli torturati.
Poi si spostò, si mise a cavalcioni sul viso di Mira di nuovo, questa volta girata: la figa sulla bocca, il culo sopra il naso.
"Leccami il culo," ordinò. "Profondo."
Mira obbedì. La lingua entrò nel culo della regina, leccando lento e profondo. Isolde si masturbò mentre veniva leccata, le dita che sfregavano il clitoride, venendo di nuovo con un gemito basso.
La notte continuò così. Isolde usò Mira per ore: la scopò con il dildo, con le dita, con la lingua di lei stessa. La fece venire ripetutamente, la leccò, la succhiò, la strinse i capezzoli pizzicati fino a farla urlare di piacere e dolore. Mira non si fermò mai. Accettò ogni cosa, il corpo che tremava, gli orgasmi che arrivavano uno dopo l’altro, il vuoto dentro di lei riempito solo dal piacere imposto.
Thorne e io guardavamo dal pavimento. Il suo cazzo pulsava, il mio clitoride bruciava. Ma non ci toccammo. Non osammo.
Verso l’alba Isolde si sdraiò accanto a Mira, la slegò solo parzialmente - polsi legati sopra la testa, gambe libere - e la strinse contro di sé.
"Dormi," ordinò. "Domani nuovi rituali. Nuove punizioni. Nuovi piaceri."
Mira chiuse gli occhi, esausta, il corpo segnato e soddisfatto.
Thorne e io restammo sul pavimento, abbracciati, a guardare la regina e Mira dormire insieme sul letto.
La notte era finita. Ma la sofferenza - e il piacere - continuavano.

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