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Il principe - Cap.18 - La gravidanza
09.03.2026 |
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"La scelta è questa: o lasci il bambino e vai via, diventando balia reale e libera dal passato, o lasci il bambino a me e resti qui, con Thorne e Elara..."
Passarono tre mesi. Il palazzo era in fermento: nozze imminenti. Roderick avrebbe sposato una principessa di un regno confinante, un’alleanza politica che richiedeva banchetti, inviti, stoffe importate, gioielli, prove di abiti e riunioni infinite con consiglieri, sarti e araldi. Il principe passava le giornate in sale da consiglio, nei giardini per prove di parate, nelle stanze private per prove di troni e letti nuziali. Non entrava quasi più nella nostra camera. Quando lo faceva, era per dormire, per un rapido incontro con me - scopata veloce, possessiva, senza parole - e poi via. Non ci guardava nemmeno. Eravamo diventati arredamento: belli, utili, ma non essenziali.Dentro la stanza, il tempo scorreva diverso.
Thorne e Mira avevano creato un loro mondo piccolo e chiuso. Dormivano sul pagliericcio vicino al camino, mangiavano insieme, parlavano a bassa voce per ore. Mira era al settimo mese: il ventre enorme, le caviglie gonfie, la schiena che doleva. Camminava piano, appoggiandosi a Thorne, e lui la sosteneva sempre - le massaggiava i piedi, le preparava infusi caldi con le erbe che arrivavano dai servi, le cantava canzoni del villaggio quando non riusciva a dormire.
Io non potevo ignorarli. Non c’era scelta: la stanza era una sola, il letto enorme era mio (per ordine di Roderick), ma il resto era condiviso. All’inizio li evitavo: mangiavo da sola, mi lavavo da sola, mi toccavo sul letto quando ne avevo bisogno, fingendo che non esistessero. Verso Thorne provavo ancora un vuoto gelido - tutto ciò che era stato amore era morto, bruciato dalla rabbia e dal tempo. Non lo guardavo negli occhi, non gli parlavo direttamente. Ma Mira... Mira era diversa.
La gravidanza la rendeva fragile, e io non riuscivo a odiarla. Una sera la vidi piangere piano vicino al camino, la mano sulla schiena, il viso contratto dal dolore. Andai da lei senza pensarci.
"Alzati," dissi. "Ti aiuto a lavarti."
La portai nella piccola stanza da bagno attigua - marmo, acqua calda, saponi profumati. La aiutai a spogliarsi, le versai acqua tiepida sulla schiena, le massaggiai le spalle con olio di lavanda. Lei sospirò di sollievo, gli occhi chiusi.
"Grazie," mormorò. "Non ce la facevo più."
Io non risposi subito. Continuai a lavarla, le passai la spugna sul ventre, sentendo il bambino muoversi sotto la pelle.
"Scalcia forte," dissi piano.
Mira sorrise, posò la mia mano sul punto.
"È un maschio, credo. Lo sento."
Da quella sera iniziai ad aiutarla regolarmente: bagni, massaggi, pettinature quando i capelli le davano fastidio. Non parlavamo di Thorne, non parlavamo del passato. Solo di cose pratiche: quanto aveva mangiato, se aveva dormito, se il bambino scalciava troppo. Era un contatto neutro, quasi clinico, ma mi calmava. Mi faceva sentire... umana, in mezzo a tutto quel lusso vuoto.
Thorne, nel frattempo, era cambiato in modo strano. Le punizioni del piscio erano finite - Roderick non le imponeva più, troppo occupato con le nozze - ma lui le voleva ancora. Ogni tanto, quando Mira dormiva o era stanca, si avvicinava a me in silenzio, si inginocchiava e aspettava.
"Per favore," diceva piano. "Ho sete. Solo un po’."
All’inizio lo ignoravo. Poi, una sera, cedetti. Mi misi sopra di lui, gli pisciai in bocca mentre era inginocchiato. Lui bevve lento, gli occhi chiusi, un gemito basso di piacere che gli sfuggiva dalla gola. Non era umiliazione per lui: era conforto. Un rituale privato che lo faceva sentire ancorato, vivo in quel nulla dorato. Dopo beveva da Mira quando poteva, ma con me era diverso - era un modo per ricordare, per punirsi, per sentirsi ancora legato a qualcosa di noi.
"Grazie," diceva sempre dopo, pulendosi la bocca con il dorso della mano. Io non rispondevo. Lo lasciavo lì, inginocchiato, e tornavo da Mira a massaggiarle i piedi.
Roderick ci ignorava completamente. Le sue visite erano brevi: entrava, mi scopava sul letto mentre loro dormivano o fingevano di dormire sul pavimento, veniva dentro di me o sulla mia pancia, poi usciva senza una parola. Non ci guardava, non parlava. Le nozze assorbivano tutto: prove di abiti, banchetti di prova, ambasciatori da ricevere. La cella nell’angolo restava chiusa, polvere che si accumulava sulle sbarre. Non serviva più.
La nascita si avvicinava. Mira era nervosa, Thorne era diventato il suo ombra gentile: le preparava cuscini, le parlava del bambino, le prometteva che sarebbe andato tutto bene. Io li osservavo da lontano, aiutando Mira quando serviva, ma senza avvicinarmi troppo a Thorne. Il passato era morto. Restava solo il presente: una stanza elegante, un principe assente, una donna incinta e un uomo che beveva piscio per sentirsi qualcosa.
E la nascita, ormai vicina, che avrebbe cambiato tutto.
Passarono altre settimane. Il palazzo era un vortice di preparativi per le nozze: bandiere che sventolavano dai balconi, araldi che provavano proclami, musicisti che accordavano liuti e arpe nelle sale. Roderick era sempre assente - riunioni, prove, ambasciatori - e la nostra stanza era diventata un piccolo mondo isolato, quasi sereno.
Mira entrò nel nono mese. Il ventre era enorme, la pelle tesa e lucida, le vene visibili come fiumi blu. Camminava piano, appoggiata a Thorne, che non la lasciava mai sola. Io continuavo ad aiutarla: bagni caldi, massaggi alle caviglie gonfie, pettinature quando i capelli le davano fastidio. Non parlavamo molto. Solo cose pratiche: "Bevi di più", "Respira piano", "Il piccolo scalcia forte oggi".
Una mattina presto, mentre il sole filtrava dalle finestre alte, Mira si svegliò con un gemito basso. Si tenne il ventre, il viso contratto.
"È iniziato," disse piano.
Thorne balzò in piedi, le mani tremanti. Io mi avvicinai subito.
"Respira," le dissi. "Chiamiamo le levatrici."
Le guardie fuori dalla porta furono avvisate. Pochi minuti dopo arrivarono due donne anziane del palazzo - esperte, silenziose, con ceste di erbe, panni puliti e olio. Roderick non venne avvisato; era occupato con un consiglio all’alba. Non gli interessava, o forse non voleva essere disturbato.
Le levatrici prepararono il letto: lenzuola pulite, cuscini sotto la schiena di Mira, acqua calda in una bacinella. Thorne le teneva la mano, le asciugava il sudore dalla fronte, le sussurrava "Sono qui... respira con me... andrà bene." Mira stringeva forte, i denti serrati durante le contrazioni, ma non urlava. Era calma, concentrata.
Le ore passarono lente. Contrazioni sempre più vicine, più forti. Mira respirava profondo, come le avevano insegnato. Io le tamponavo il viso con un panno fresco, le massaggiavo la schiena bassa quando il dolore saliva. Thorne le baciava le dita, le parlava del bambino: "Sarà forte come te... avrà i tuoi capelli rossi..."
Verso mezzogiorno, Mira spinse. Le levatrici la guidarono: "Respira... spingi piano... ora forte... bravo." Io tenevo una gamba, Thorne l’altra. Mira gemette, spinse con tutto il corpo, il viso rosso, sudato. Un ultimo sforzo lungo, un grido strozzato - e il bambino uscì.
Era un maschio. Piccolo, rugoso, con una chioma di capelli scuri umidi. Pianse subito, un pianto forte e sano. Le levatrici lo avvolsero in un panno pulito, lo posarono sul petto di Mira. Lei lo guardò, lacrime silenziose, e rise piano.
"Ciao, piccolo..."
Thorne si chinò, baciò la fronte del bambino, poi quella di Mira.
"È perfetto," sussurrò.
Le levatrici tagliarono il cordone, pulirono il piccolo con acqua tiepida, controllarono che respirasse bene. La placenta uscì poco dopo, senza problemi - un ammasso scuro e sanguinolento che avvolsero in un panno e portarono via. Mira fu lavata delicatamente, il letto cambiato, e il bambino messo di nuovo al seno. Lui cercò subito il capezzolo, succhiò con forza.
Io rimasi in disparte, a guardare. Non dissi niente. Ma quando Mira alzò gli occhi su di me, annuì piano.
"Grazie," mormorò. "Per tutto."
Io annuii a mia volta.
"Riposa ora."
Le levatrici se ne andarono. La stanza tornò silenziosa, solo il suono del bambino che succhiava e il respiro calmo di Mira.
Roderick non venne quel giorno. Né il successivo. Le nozze erano troppo vicine. Noi tre - e ora il piccolo - restammo soli nella stanza elegante, con la cella nell’angolo che sembrava un ricordo lontano.
Thorne teneva il bambino in braccio, cullandolo piano. Mira dormiva esausta. Io mi sedetti vicino alla finestra, guardando i giardini illuminati dal sole.
La nascita era andata bene. Senza complicazioni. Senza sangue eccessivo, senza urla disperate. Solo vita che arrivava, semplice e inevitabile.
E per la prima volta dopo tanto tempo, la stanza sembrò meno prigione.
Sei mesi erano passati dalla nascita. Io avevo compiuto gli anni in silenzio, una torta semplice portata da un servo, una candela accesa sul tavolo vicino al camino. Nessuno aveva festeggiato davvero, ma era diventata casa. Le mura eleganti, il letto enorme, la cella nell’angolo che nessuno usava più, il giardino visibile dalle finestre alte - tutto era routine. Roderick non si era fatto vedere nemmeno una volta da quando era nato il bambino. Le nozze erano avvenute tre mesi prima, lui era diventato re, la moglie - una principessa bionda e pallida di un regno del nord - era arrivata a palazzo con il suo seguito. Si diceva che fosse già incinta, un erede in arrivo. Il palazzo sussurrava: feste, annunci, preparativi per un battesimo reale. Noi tre - quattro, con il piccolo - eravamo dimenticati.
Thorne e Mira avevano costruito una vita piccola e tenace. Il bambino, che avevano chiamato Rowan, cresceva sano: capelli scuri come quelli di Thorne, occhi verdi come quelli di Mira. Succhiava forte, dormiva tra le braccia di lei, rideva quando Thorne gli faceva facce buffe. Mira si era ripresa dal parto: il ventre era tornato piatto, i seni pieni di latte, il corpo più morbido ma forte. Scopavano piano, di notte, quando Rowan dormiva - Thorne dentro di lei con movimenti lenti, attenti, Mira che gli sussurrava "Piano... non svegliarlo". Era amore, non più disperazione.
Io, per necessità, avevo ripreso a farmi scopare da Thorne ogni tanto. Mira era stanca dopo il parto, il latte le dava dolore se Thorne la penetrava troppo spesso. Così, una o due volte a settimana, lo chiamavo sul letto. Lui entrava in me senza parole, spingendo profondo ma gentile, venendo dentro con un sospiro. Io chiudevo gli occhi, lo lasciavo fare, ma non lo guardavo. Non era desiderio. Era solo bisogno fisico - la figa che pulsava, il corpo che voleva essere riempito. Dopo, lui tornava da Mira e Rowan, io restavo sola sul letto, il seme che colava sulle lenzuola.
Poi, un pomeriggio d’autunno, cambiò tutto.
La porta si aprì senza preavviso. Non era Roderick. Erano lui - ora re - e la regina. Lui alto, biondo, corona semplice sulla testa, tunica nera bordata d’oro. Lei al suo fianco: capelli chiari raccolti in una crocchia severa, abito di velluto verde scuro, ventre appena arrotondato sotto la stoffa. Non entrava mai in quella stanza. Aveva sempre evitato, si diceva per disgusto o per paura di ciò che vi accadeva. Ma quel giorno entrò.
Il re parlò per primo, la voce fredda e formale.
"Regina Isolde, ti presento il mio seguito personale."
Indicò me, sdraiata sul letto in una tunica leggera.
"Elara, figlia del villaggio, elevata a concubina ufficiale. La mia troia devota dalle segrete. Mi succhiava il cazzo ogni sera mentre il suo amante guardava. Ora vive qui, pronta per me quando voglio."
Indicò Thorne, in piedi vicino al camino con Rowan in braccio.
"Thorne, il contadino che amava Elara. L’ho spezzato: l’ho fatto bere piscio, l’ho fatto scopare da Mira, l’ho fatto guardare mentre Elara veniva usata da tutti. Ora beve ancora, per abitudine. È niente."
Poi Mira, seduta sul pagliericcio, il seno parzialmente scoperto mentre allattava Rowan.
"Mira, la ladra dai capelli rossi. Ha scopato Thorne ogni sera, lo ha allattato con il suo piscio, lo ha consolato mentre io lo umiliavo. Ora ha partorito suo figlio. Rowan."
La regina ascoltò in silenzio, il viso impassibile. Non trasalì, non arrossì. Solo guardò. Guardò Rowan che succhiava al seno di Mira, il latte che colava piano dal capezzolo. Guardò Thorne che cullava il bambino con tenerezza. Guardò me, sdraiata sul letto, il corpo segnato da anni di uso.
Poi parlò. Voce bassa, chiara, senza emozione.
"Mira."
Mira alzò gli occhi, stringendo Rowan al petto.
"Il bambino è sano. Forte. Ha il sangue di un plebeo, ma potrebbe essere utile. Io sono incinta del re. Il mio erede avrà bisogno di balie, di latte fresco, di cure. Tu sei una madre che allatta. Ti do una scelta."
Fece una pausa.
"Vieni con me. Diventa balia reale. Vivi nelle stanze delle nutrici, allatta il mio futuro figlio. Avrai cibo, abiti, cure. Ma Rowan resterà qui, con Thorne e Elara. Non lo vedrai mai più. Non saprai nulla di lui. Sarà cresciuto da loro, come un bastardo del seguito, senza titolo, senza futuro. Tu sarai libera dal tuo passato, ma separata per sempre dal tuo sangue."
Mira impallidì. Strinse Rowan più forte, il piccolo che protestò con un gemito.
"Oppure," continuò la regina, "resta qui. Nella stanza. Con il tuo uomo. Con Elara. Continua la tua vita di servitù e umiliazioni. Ma Rowan verrà con me. Lo adatterò come figlio del palazzo - un orfano nobile, educato, con un futuro. Non saprà mai di te. Non ti vedrà mai. Sarai separata da lui per sempre, ma potrai restare con Thorne, con la tua... famiglia spezzata."
Silenzio.
Mira guardò Thorne. Lui aveva gli occhi lucidi, ma non parlò. Guardò il bambino. Poi la regina.
"Posso... scegliere di tenerlo e restare qui?" chiese piano, la voce tremante.
La regina scosse la testa.
"No. La scelta è questa: o lasci il bambino e vai via, diventando balia reale e libera dal passato, o lasci il bambino a me e resti qui, con Thorne e Elara. Rowan non resterà con te in questa stanza. È troppo... contaminato per il palazzo, ma io posso dargli un futuro. Tu decidi."
Mira chiuse gli occhi. Una lacrima le scivolò sulla guancia.
Thorne posò una mano sulla sua spalla.
"Mira... pensa al piccolo. Ma... non lasciarmi solo."
Mira annuì lentamente. Aprì gli occhi, fissò la regina.
"Restò qui. Con Thorne. Con Elara. Prendete Rowan. Dategli un futuro. Ma io... io resto."
La regina annuì.
"Bene. Le guardie lo porteranno via ora. Tu resti nella stanza, con loro. Per sempre."
Le guardie si avvicinarono. Mira baciò Rowan sulla fronte, le lacrime che bagnavano i suoi capelli. Lo porse a una guardia, che lo avvolse in un panno e lo portò via. Mira crollò tra le braccia di Thorne, singhiozzando piano.
Il re - Roderick - guardò la scena per un secondo, poi uscì senza una parola.
La regina fu l’ultima a parlare, prima di seguire il marito.
"Addio al tuo figlio," disse piano. "Godetevi la vostra prigione dorata."
La porta si chiuse a chiave.
Restammo noi tre. Mira piangeva tra le braccia di Thorne, lui la stringeva forte, gli occhi chiusi. Io mi alzai dal letto, mi avvicinai a loro per la prima volta dopo mesi. Non dissi niente. Solo mi sedetti accanto, una mano sulla schiena di Mira.
Lei non si ritrasse.
Il bambino era andato. Per sempre. E noi eravamo ancora lì, in tre, nella stanza che era diventata casa. Ma ora vuota di un pezzo.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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