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trio

L'università - Cap. 4 - Il Gusto Proibito


di the_extension
27.02.2026    |    1.284    |    3 9.7
"Gonfia, rossa, ancora dilatata dal cazzo di Riccardo, con un filo denso di umori misti a pre-sperma che colava lentissimo lungo la coscia interna..."
La notte successiva Marco era un fascio di nervi. Non aveva dormito un cazzo tutto il giorno: il ricordo della lingua nella figa di Martina, la promessa sussurrata all’orecchio “Magari ti lascio assaggiare.” gli tenevano il cazzo duro a intermittenza da ore. Ogni volta che chiudeva gli occhi rivedeva quel rivolo denso colare lungo la coscia di lei.
Riccardo rientrò verso l’una e mezza, già mezzo sbronzo dopo le birre con i compagni di corso. Buttò le chiavi sul tavolo e si lasciò cadere sul letto. “Ehi, bro,” biascicò. “Martina sta arrivando. Stasera ci diamo dentro, ma tu fai finta di dormire, ok? Non voglio che ti svegli e ci rompi le palle.”
Marco, già sdraiato al buio, annuì piano. “Tranquillo. Buonanotte.”
Spensero le luci principali. Rimase solo la lucina rossa della presa USB sul comodino di Riccardo e un filo di luna dalle tapparelle. I letti erano vicinissimi - meno di un metro e mezzo - ma nel buio fitto, con Riccardo concentrato su altro, poteva bastare.
Alle due e dieci la porta si aprì senza rumore. Martina entrò scalza, felpa oversize di Riccardo che le copriva a malapena il culo. La richiuse piano, si avvicinò al letto del fidanzato e gli montò sopra senza dire una parola.
“Bentornata, puttana,” mormorò Riccardo rauco, già eccitato. Le strappò via la felpa: sotto era nuda, tette sode, capezzoli duri per il freddo del corridoio.
Iniziarono subito. Martina si mise a cavalcioni frontale, rivolta verso Marco, e si impalò lentamente sul cazzo duro di lui. “Cazzo… sì, riempimi,” gemette piano mentre scendeva fino in fondo. Riccardo le afferrò i fianchi e iniziò a pompare dal basso, il letto che cigolava piano.
Martina cavalcava ritmica, la figa che si apriva e chiudeva con suoni umidi e osceni. Teneva gli occhi fissi su Marco, anche se lui fingeva di dormire sul fianco, coperto fino al mento. Dopo qualche minuto di scopata lenta e profonda, lei si fermò di colpo.
“Amore… sto scoppiando,” disse con voce bassa ma chiara. “Devo pisciare forte. Vado in bagno, due minuti al massimo.”
Riccardo grugnì, seccato. “Cazzo, proprio ora? Dai…”
“Se non vado mi piscio addosso mentre mi scopi,” rise lei piano. “Tu tienilo duro, eh? Torno subito e ti finisco come si deve.”
Scese dal suo cazzo con un pop bagnato e rumoroso. Il membro di Riccardo rimase ritto, lucido dei suoi umori, a pulsare nell’aria. Martina si alzò nuda, passò tra i due letti sfiorando quasi la gamba di Marco con la coscia, e uscì dalla stanza chiudendo la porta piano.
Riccardo rimase sdraiato supino, segandosi lentamente per non perdere l’erezione. “Che figa del cazzo…” borbottò tra sé, gli occhi semichiusi. Non si mosse dal letto.
Passarono venti secondi. Trenta. Poi la porta si riaprì silenziosissima - solo uno spiraglio di pochi centimetri. Martina non rientrò del tutto: rimase sulla soglia, nuda, il corpo illuminato debolmente dalla luce del corridoio che filtrava alle sue spalle.
Fece un cenno rapido a Marco con due dita: resta fermo, non muoverti.
Marco capì. Rimase sdraiato, immobile sotto le coperte, il cuore che gli martellava nelle orecchie. Martina si chinò in avanti sulla soglia, mani appoggiate allo stipite della porta, culo spinto all’indietro verso l’interno della stanza. Divaricò leggermente le ginocchia, spingendo i fianchi in direzione del letto di Marco.
La figa era ora a non più di quaranta centimetri dal viso di lui - abbastanza vicina da sentire il calore che emanava, il profumo muschiato e acre del sesso recente. Gonfia, rossa, ancora dilatata dal cazzo di Riccardo, con un filo denso di umori misti a pre-sperma che colava lentissimo lungo la coscia interna.
Marco allungò la lingua il più possibile senza alzare la testa dal cuscino. Riuscì appena a sfiorarle le piccole labbra tumide con la punta. Il sapore lo colpì subito: salato, forte, muschiato, con quel retrogusto amaro e metallico dello sperma di Riccardo che ancora le impregnava dentro. Leccò di nuovo, stirando la lingua al massimo, raccogliendo il rivolo che colava. Succhiò piano il clitoride gonfio quando lei spinse i fianchi di un altro centimetro verso di lui.
Martina inspirò forte dal naso, trattenendo ogni gemito. Tremava leggermente, le cosce che si contraevano. Durò forse dieci secondi - un contatto rubato, rischiosissimo, con Riccardo a un metro e mezzo che si segava piano senza sospettare nulla.
Dal letto, Riccardo borbottò impaziente: “Allora? Cazzo, sbrigati o mi addormento!”
Martina si staccò di colpo. Si passò due dita tra le cosce per raccogliere il misto di saliva e umori, se le leccò velocemente, poi si avvicino a Riccardo, nascosta dal buio della stanza.
“Eccomi, stallone,” disse rimontando a cavalcioni su di lui. Si impalò di nuovo con un movimento fluido e profondo. “Scusa… mi sono lavata le mani un attimo.”
Riccardo grugnì di sollievo e riprese a spingere dal basso. “Cazzo, sei ancora più bagnata… chi ti sei fatta là fuori?”
Martina rise piano, chinandosi per mordicchiargli il collo. “Niente… solo un pisellino veloce.” Ma mentre lo diceva girò la testa verso Marco, ancora sdraiato immobile. Si leccò le labbra lentamente, assaporando il proprio sapore misto alla sua saliva. Poi gli fece l’occhiolino silenzioso e mimò con la bocca, senza emettere suono: “Bravo. Domani ti faccio di più.”
Accelerò il ritmo, cavalcando con furia contenuta. Il letto cigolava, i gemiti di Riccardo si facevano gutturali.
“Sto venendo… stringimi,” ansimò lui.
“Riempimi dentro,” rispose lei, tremando sopra di lui mentre fingeva (o aveva) un orgasmo potente.
Quando finirono, Martina si staccò piano, si chinò per un bacio e sussurrò: “Vado a pulirmi sul serio stavolta.”
Uscì di nuovo. Prima di chiudere la porta lanciò un’ultima occhiata a Marco: pollice in su e labbra che formavano “domani notte”.
Riccardo si girò sul fianco e russò quasi subito.
Marco rimase sdraiato, la lingua ancora impregnata di quel sapore proibito, il cazzo duro da far male sotto le coperte, e una certezza che gli bruciava dentro: la prossima volta non si sarebbe accontentata di una leccata rubata sulla soglia.

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