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Prime Esperienze

Mile high club


di Matertattoo
24.07.2026    |    618    |    2 9.0
"Poi Valeria si alzò, pulendosi la bocca con il dorso della mano, e si girò di schiena contro il lavello inox..."
PREFAZIONE:
Per chi non ne avesse mai sentito parlare, il Mile High Club non è una società segreta con tessere di plastica o quote associative. È un club informale, leggendario e decisamente esclusivo, di cui fanno parte solo ed esclusivamente le persone che hanno fatto sesso ad alta quota, a bordo di un aereo in volo.

Nato praticamente insieme all'aviazione moderna — e alimentato dalla cultura popolare, dal cinema e dal fascino del proibito — l'ingresso in questo "club" richiede una combinazione rara di fattori: complicità assoluta, tempismo, spudoratezza e un pizzico di sana incoscienza nel voler sfidare le regole della fisica, gli spazi ristretti delle toilette di un aereo e il rischio costante di farsi beccare.

Si dice che la pressione della cabina, le vibrazioni dei motori e la sensazione di sospensione dal resto del mondo amplifichino ogni singola percezione sensoriale, rendendo l'esperienza diversa da qualsiasi altra sulla terraferma.

Questa è la storia di come io e Valeria siamo diventati soci d'onore a diecimila metri d'altezza, mentre eravamo in volo verso il Messico.


Dopo quell'estate indimenticabile a Ponza, la vita aveva accelerato di colpo. Ci eravamo iscritti entrambi all'università: io a Giurisprudenza e Valeria a Farmacia. Eravamo sommersi dai libri, ma la nostra complicità non era cambiata di un millimetro.

Per Natale decidemmo di farci un regalo vero, di quelli importanti: staccare la spina da tutto e concederci una settimana all-inclusive in un resort sulla Riviera Maya, a Playa del Carmen. Un sogno di palme, mare turchese e relax totale per lasciarci alle spalle il primo impatto con l'università.

Il giorno della partenza, il tabellone del Terminal 3 di Fiumicino lampeggiava rosso rabbia accanto al nostro volo charter della Lauda Air: Boarding Closing.

Eravamo in ritardo pazzesco. La mattina era stata una corsa contro il tempo tra le valigie stracariche e il traffico folle del Raccordo Anulare. Mi fiondai ai banchi del check-in con la giacca sotto il braccio e il trolley nell'altra mano, mentre Valeria mi seguiva a passo di carica, con i capelli neri raccolti dietro la nuca e quegli occhi azzurri che sprizzavano già l'adrenalina della partenza.

Quando arrivammo trafelati al banco della compagnia del grande Niki Lauda, ormai deserto, la ragazza dietro il monitor ci guardò come si guardano due resuscitati.

«Volo per Cancún,» dissi appoggiando i gomiti sul bancone e cercando di riprendere fiato.

«Passaporti, prego,» rispose lei, prendendo i documenti e digitando furiosamente sulla tastiera prima che chiudessero definitivamente i sistemi. Diede un'occhiata allo schermo, poi alle foto sui passaporti e infine a noi due. Le sue labbra si aprirono in un sorriso formale.

«Signor Lorenzo... signorina Valeria... siete gli ultimi passeggeri della lista. Abbiamo avuto un overbooking mostruoso in economy, ma siccome dobbiamo chiudere il volo... vi abbiamo riprotetti entrambi direttamente nella cabina di First Class. Vi ho stampato le carte d'imbarco: Sedili 2A e 2B. Correte direttamente ai varchi prioritari, il gate sta chiudendo.»

Strinsi tra le dita i due cartoncini con la scritta FIRST CLASS e guardai Valeria. Colpo di culo clamoroso: la nostra vacanza di Natale in Messico stava già prendendo la piega migliore possibile.

Passammo i controlli a razzo e ci infilammo nel manicotto d'imbarco giusto in tempo. Il Boeing lungo raggio della Lauda Air stazzava pesante sulla pista prima di staccare le ruote e infilarsi sopra le nuvole dell'Atlantico. La cabina di First era un'oasi di silenzio e ordine: moquette morbida, poltrone enormi in pelle e un'atmosfera ovattata. Ci accomodammo ai nostri posti legandoci le cinture; sbottonai il primo bottone della camicia e allungai le gambe, pronto per le prossime dodici ore.

Valeria si girò verso di me sul poltronrone in pelle, con un sorriso sornione e quell'aria d'intesa spudorata che ci accompagnava dai tempi del liceo. Sotto il maglioncino si intuivano le forme piene e compatte di quel corpo che mi mandava fuori di testa, e tra noi c'era già quella solita carica elettrica.

«Niente male come regalo di Natale, eh amore?» sussurrò allungando una mano per stringermi la coscia.

«Il viaggio è appena iniziato, bombetta,» risposi ricambiando lo sguardo e chiamandola con il nomignolo che le avevo dato per la sua carica erotica.

Nelle ore successive, sorvolando l'oceano, la comodità della First Class e il lusso della cabina invece di farci addormentare fecero l'effetto contrario: accesero la miccia. La hostess ci servì lo champagne e una cena impeccabile, al contrario del solito pappone dell'Economy.

Verso le tre del mattino, quando la cabina fu immersa nella penombra notturna e gli altri pochi passeggeri spensero le luci per dormire, il mio cervello incominciò ad elaborare un'idea un po' folle.

Valeria si era tolta le scarpe. Indossava una gonna scura che, nella posizione rilassata della poltrona, le si era leggermente risalita sulle cosce velate dalle calze nere.

Mi sporsi verso la sua poltrona. Allungai con calma una mano e gliela infilai in mezzo alle gambe, risalendo piano lungo l'interno coscia sopra il collant. Sotto la mia mano sentii il suo corpo irrigidirsi per un secondo e poi rilassarsi subito, mentre le sue gambe si aprivano di pochissimo per farmi spazio. Iniziai a stuzzicarla con le dita , mentre le sussurravo all'orecchio con quel tono calmo e deciso che conosceva bene.

«Ohi, amò... ma lo sai cos'è il Mile High Club?»

Lei girò la testa verso di me, con un sospiro leggero e gli occhi azzurri che brillavano nel buio. «Il cheee?»

«È quel club informale di cui fanno parte solo quelli che hanno il coraggio di scopare ad alta quota, a diecimila metri d'altezza,» le dissi, continuando a muovere la mano con ritmo lento ma deciso in mezzo alle sue gambe. «E visto che siamo in First Class, con un bagno enorme a due passi e una notte intera davanti verso il Messico... direi che è arrivato il momento di fare la richiesta d'iscrizione.»

Valeria mi guardò per un secondo con un'espressione tra lo sorpreso e il divertito, mentre il fiato le si faceva già più corto sotto la spinta della mia mano. Poi le sue labbra si aprirono in quel suo solito sorriso sornione e carnale.

«Sei il solito pazzo, amore mio...» sussurrò con quella voce bassa e un po' roca che mi faceva girare il cervello. «E sentiamo... quanto dobbiamo aspettare prima di entrare?»

«Nemmeno un secondo,» risposi togliendo la mano e alzandomi.

Sfruttando il momento in cui la hostess era impegnata nella galley anteriore e la cabina dormiva nel silencio totale, ci alzammo insieme. La guidai verso la toilette riservata della First Class, facendola scivolare dentro per prima e infilandomi subito dietro di lei. Chiusi la porta e girai la maniglia con un clic metallico mentre il segnale esterno passava su "Occupato".

Lo spazio della toilette di First era ampio, uno specchio enorme, acciaio lucido e luci calde. Ma l'impatto di trovarci chiusi lì dentro, sospesi a diecimila metri sopra l'Oceano Atlantico con il rischio costante di farsi beccare, trasformò l'attesa in un'esplosione immediata.

La spinsi con le spalle contro la parete. Valeria alzò subito le braccia, afferrandomi la nuca e tirandomi a sé in un bacio profondo, violento, affannato, con la lingua che cercava la mia senza la minima esitazione. Le mie mani volarono subito sotto il maglioncino, accarezzandole la pelle calda della schiena prima di salire a stringere quel seno pieno che mi riempiva le mani.

«Cazzo, amò... fai piano, non urliamo...» sussurrò con il fiato corto, mentre le sue mani mi sbottonavano i pantaloni con una foga pazzesca, per poi inginocchiarsi subito e prendermelo in bocca guardandomi con i suoi occhi azzurri.

Mentre me lo succhiava sentivo che mi tremavano le gambe e scariche elettriche mi attraversavano i reni, una sensazione pazzesca.

Poi Valeria si alzò, pulendosi la bocca con il dorso della mano, e si girò di schiena contro il lavello inox. Le tirai su la gonna fino alla vita e le sfilai le calze insieme allo slip di pizzo, lasciando scoperte quelle cosciotte piene, calde e lisce che mi avevano fatto perdere la testa fin dai banchi di scuola.

Questa volta mi abbassai io e le infilai la lingua nella fica già grondante, assaporando con foga il suo gusto; Valeria gemeva e mi spingeva le chiappotte verso di me per farsi penetrare più a fondo dalla mia lingua. Poi mi alzai, la afferrai saldamente per i fianchi e affondai dentro di lei con una spinta secca, dritta, fino in fondo.

Valeria inarcava la schiena , afferrando le maniglie d'acciaio del bagno per tenere l'equilibrio e soffocando un gemito rovente contro il palmo della mia mano. La presi da dietro con ritmi serrati, assecondando le vibrazioni continue dei motori del Boeing che si fondevano con il rumore sordo della carne. Non c'era la timidezza di una scopata improvvisata: eravamo noi due, compatti, affamati, travolti da una passione e da un'eccitazione del tutto nuove.

Spinsi forte, tenendo il ritmo mentre Valeria si contraeva intorno a me in uno spasmo violento di piacere, prima che anch'io chiudessi la partita venendole dentro con un brivido fortissimo, proprio mentre l'aereo ballava leggermente su una turbolenza ad alta quota.

Restammo abbracciati qualche secondo nel piccolo bagno, riprendendo fiato, mentre il ronzio dell'aereo ci riportava alla realtà. Valeria si risistemò la gonna, le calze e i capelli neri davanti allo specchio, poi si voltò verso di me con un sorriso radioso, gli occhi azzurri che brillavano e quella soddisfazione spudorata di chi ha appena messo a segno un orgasmo perfetto.

Mi diede un bacio rapido sulla bocca, stringendomi la camicia: «Allora, amore... siamo ufficialmente soci di questo club?»

«Tessera numero uno,» le risposi sorridendo.

Uscimmo a distanza di un minuto l'uno dall'altra, rioccupando i nostri sedili in pelle come se nulla fosse accaduto, mentre il volo Lauda Air continuava a fendere la notte verso i Caraibi.

Alcune ore dopo, le ruote dell'aereo impattavano con un colpo sordo l'asfalto della pista di Cancún. Scendemmo dalla passerella mano nella mano, cotti dal viaggio ma con quella complicità indistruttibile che ogni giorno diventava più salda.
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