incesto
Curato dalla suocera
23.12.2025 |
14.290 |
6
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Con le mani che tremavano incontrollabilmente, Roberta accettò la spugna e iniziò a lavarlo..."
L'aria vibrava di una tensione sottile, quasi impercettibile, ma che Ludovica sentiva premere sul petto mentre sistemava l'ultimo bagaglio. I suoi occhi, solitamente vivaci, si posavano sul marito, Massimo, immobile nel letto, la fronte imperlata di sudore nonostante il lenzuolo leggero che lo copriva a malapena. La febbre lo aveva colto all'improvviso, trasformando il suo fisico scolpito, frutto di anni di palestra e disciplina, in una massa inerte e dolente. Trentacinque anni e una tempra d'acciaio, eppure un virus insidioso lo aveva messo al tappeto, proprio quando lei doveva partire.«Sei sicuro di stare bene, amore? Davvero non vuoi che rimandi?» La sua voce era un sussurro preoccupato, un guanto di velluto che accarezzava la sua guancia arrossata.
Massimo aprì gli occhi, pesanti come macigni. «Non fare la sciocca. È solo un'influenza, passerà. Tu vai, non puoi perdere quel congresso.» La sua voce era roca, un ringhio appena udibile.
Ludovica scosse la testa, un cipiglio incorniciava la sua fronte. «Non mi piace lasciarti così. Ho chiamato la mamma, passerà lei a darti un occhio. Le ho lasciato le chiavi, sarà qui in tarda mattinata.»
Un lampo quasi impercettibile attraversò gli occhi di Massimo, ma la febbre era troppo alta per permettergli di elaborare quel pensiero. Si limitò a un mugolio di assenso, affondando di nuovo nel cuscino, la testa che pulsava.
Ludovica gli baciò la fronte, un addio amaro. «Ti voglio bene. Riposati.» Poi, con un ultimo sguardo preoccupato, uscì dalla stanza, lasciando Massimo al suo sonno agitato e al calore opprimente che lo avvolgeva.
Il tempo si dilatò in un'unica, ininterrotta ondata di calore. Massimo si sentiva bollire dall'interno, la pelle bruciava, i muscoli dolevano. Ogni fibra del suo corpo implorava sollievo. Con un gemito, si divincolò dalle coperte, il lenzuolo si attorcigliò attorno alle sue gambe. Il pigiama era un peso insopportabile, una seconda pelle appiccicosa. Con uno sforzo, lo sfilò, lasciandolo cadere sul pavimento come un sudario superfluo. Rimase solo con gli slip, un tessuto aderente che conteneva a fatica la sua virilità, ormai semi-eretta per il calore e la leggera eccitazione che a volte la febbre alta induceva. Si rannicchiò sotto le coperte leggere, cercando una tregua che non arrivava, sprofondando in un sonno tormentato.
***
In tarda mattinata, il suono leggero di una chiave che girava nella serratura ruppe il silenzio della casa. Roberta entrò con circospezione, un cestino di vimini al braccio e l'espressione di chi si appresta a un compito delicato. Sessant'anni portati con grazia, i capelli argentei raccolti in uno chignon impeccabile, gli occhi attenti che scrutavano ogni angolo. Sua figlia, Ludovica, era sempre stata una gran premurosa, e lasciarla partire con il marito malato le aveva fatto stringere il cuore.
Si mosse silenziosamente verso la camera da letto, il parquet che scricchiolava appena sotto le sue scarpe basse. La porta era socchiusa. Fece capolino, trovando Massimo immerso in un sonno profondo, il volto arrossato e le labbra leggermente dischiuse. Sembrava un gigante abbattuto.
Si avvicinò al letto, il cuore che le batteva un po' più forte. Non era abituata a vederlo così vulnerabile. Allungò una mano esitante, posandola sulla sua fronte. Un'ondata di calore la investì.
«Massimo,» sussurrò, la voce dolce ma ferma. «Massimo, svegliati, tesoro. Hai la febbre alta.»
Lui mugugnò, gli occhi si aprirono a fatica, velati da un sonno pesante. La sua figura si stagliò contro la luce fioca della stanza. «Roberta?» La sua voce era un filo.
«Sì, sono io. Tua moglie mi ha chiesto di venire. Dobbiamo farti scendere questa febbre.» Lo aiutò a sedersi, gli porse un bicchiere d'acqua e una compressa. «Ecco, prendi questo. Ti sentirai meglio.»
Massimo deglutì con difficoltà il farmaco, poi si lasciò ricadere sui cuscini, il respiro affannoso.
«Ora vado in cucina a prepararti qualcosa di leggero,» annunciò Roberta. «Una minestrina, magari. Torno tra poco.»
Si allontanò, lasciando Massimo a sprofondare nuovamente in un dormiveglia, il farmaco che iniziava lentamente a farsi strada nel suo sistema. Il ronzio della cappa della cucina e il tintinnio delle stoviglie giunsero ovattati fino a lui.
Dopo un tempo che sembrò infinito, Roberta riapparve sulla soglia della camera per controllare il suo stato.
Trovò Massimo ancora semi-sveglio, gli occhi socchiusi, il respiro meno affannoso.
«Come ti senti, adesso?» chiese, posando il vassoio sul comodino.
Lui si mosse con un sospiro. «Un po' meglio, credo. La testa mi duole meno.»
Roberta notò il disordine del letto. Il lenzuolo era un groviglio di stoffa, e Massimo era mezzo scoperto, il petto nudo, scolpito e lucido di sudore, che si alzava e abbassava lentamente. D'istinto, si avvicinò per rimboccargli le coperte. Allungò una mano, afferrando il bordo del lenzuolo, e con un gesto deciso lo tirò su, intenzionata a coprirlo interamente.
Ma il lenzuolo, nel suo movimento, si spostò più del previsto. I suoi occhi caddero immediatamente sulla figura distesa sotto. Massimo era completamente depilato, la pelle liscia e tesa sui muscoli definiti dell'addome e delle cosce. E poi, lì, sotto la stoffa aderente degli slip, c'era un rigonfiamento evidente, una protuberanza che non lasciava dubbi sulla sua dimensione. Un cazzo imponente, anche a riposo, che sembrava pulsare sotto la stoffa sottile.
Roberta si bloccò, la mano ancora aggrappata al lenzuolo, gli occhi sbarrati. Un rossore improvviso le salì al viso, un calore che non aveva nulla a che fare con la febbre di Massimo. Rimase pietrificata, la vista del genero in quello stato quasi primordiale, la sua virilità così sfacciatamente esposta, la colpì come un pugno nello stomaco. Non era una ragazzina, aveva una figlia, un marito, ma la visione di quel corpo giovane e potente, e di quel sesso così… evidente, la lasciò senza fiato.
«Oh, mio Dio!» Il suono le uscì dalla gola come un rantolo soffocato. Ritirò la mano come se si fosse scottata. «Scusami Massimo. Non pensavo… non pensavo fossi così… nudo sotto.» Si voltò di scatto, il viso in fiamme, e quasi corse fuori dalla stanza. «Vado… vado a finire di preparare il pranzo!» La sua voce era un sussurro appena udibile, impastato di imbarazzo.
Massimo, pur nella sua nebbia febbrile, aveva registrato tutto. Il suo sguardo aveva seguito il movimento della suocera, la sua reazione, il rossore che le aveva invaso le guance. Un sorriso lento e quasi impercettibile si disegnò sulle sue labbra. Una lampadina si accese nella sua mente annebbiata. Un'idea audace, forse folle, prese forma. Se la suocera era rimasta così scossa da una semplice visione, chissà cosa sarebbe successo se…
Si alzò lentamente, il corpo ancora pesante ma la mente improvvisamente lucida. Indossò una vestaglia di seta leggera, che gli scivolava addosso come una seconda pelle, e si diresse in cucina.
Roberta era intenta a mescolare la minestrina, la schiena rivolta verso la porta, le spalle rigide. Il suo respiro era ancora leggermente affannoso.
«Sento un buon profumo,» la voce di Massimo era un po' più ferma, quasi normale.
Roberta si voltò di scatto, sobbalzando leggermente. Il suo viso era ancora un po' arrossato. «Massimo! Ti sei alzato. Come ti senti?»
«Meglio, molto meglio. Il farmaco ha fatto effetto.» Si sedette al tavolo, cercando di apparire il più naturale possibile. «Non dovevi disturbarti così tanto.»
«Ma figurati. È il minimo. Tua moglie mi ha chiesto di prendermi cura di te.» Roberta gli porse il piatto fumante. «Mangia. Ti farà bene.»
Pranzarono in un silenzio quasi imbarazzante, rotto solo dal tintinnio delle posate. Roberta evitava lo sguardo di Massimo, concentrandosi sul suo piatto, mentre lui, con una calma studiata, la osservava di sottecchi, un leggero sorriso che gli sfiorava le labbra.
Il pomeriggio trascorse in una quiete irreale. Massimo si ritirò in camera, fingendo di riposare, mentre Roberta si dedicava a piccole faccende domestiche, la sua mente che continuava a riprodurre l'immagine di quel corpo nudo, di quel rigonfiamento eloquente. Era un uomo magnifico, il suo genero. Era sempre stato un bel ragazzo, ma vederlo così… indifeso e potente allo stesso tempo, le aveva scosso qualcosa dentro.
Verso le quindici, Roberta si preparò per tornare a casa. «Io vado, Massimo. Ma torno per cena. Ti preparo qualcosa di più sostanzioso, magari un brodo di carne.»
Massimo annuì, il suo sguardo intenso. «Grazie, Roberta. Non so come farei senza di te.»
Lei si congedò, la porta che si chiudeva con un leggero clic. Massimo rimase solo, il sorriso ora pienamente visibile. Il piano cominciava a prendere forma nella sua mente.
***
Il crepuscolo aveva avvolto la casa in una luce soffusa quando Roberta tornò, il profumo di un brodo casalingo che la precedeva. Trovò Massimo ancora a letto, ma questa volta il suo viso era meno arrossato, gli occhi più lucidi.
«Come stai, adesso?» chiese, poggiando la borsa della spesa in cucina.
Massimo si stiracchiò, un gemito leggero. «Un pochino meglio, ma mi sento debole come un pulcino bagnato. E ho sudato tantissimo, Roberta. Mi sento appiccicoso e sporco. Avrei proprio bisogno di una doccia, ma non ho le forze nemmeno per alzarmi.» La sua voce era un lamento studiato, un misto di debolezza e richiesta implicita.
Roberta si avvicinò al letto, il suo sguardo indagatore. «Certo, tesoro. Ti aiuto io.» Non immaginava minimamente il piano che il genero stava tessendo.
Massimo si aggrappò al braccio di Roberta, il suo peso che si riversava su di lei. Era un uomo grande, muscoloso, e la sua debolezza apparente la costrinse a uno sforzo considerevole per sorreggerlo. Lentamente, passo dopo passo, raggiunsero il bagno.
«Mi aiuti a togliere la vestaglia?» chiese Massimo, la voce un sussurro.
Roberta annuì, le dita che si posavano sul tessuto leggero. Slegò la cintura e la vestaglia scivolò via, rivelando la schiena nuda e scolpita di Massimo, i muscoli che si tendevano sotto la pelle liscia. Ancora una volta, era solo con gli slip. Roberta sentì un leggero tremore, una scintilla di eccitazione inaspettata che la percorse.
Massimo, appoggiandosi al muro, si infilò nella doccia, l'acqua che iniziava a scorrere tiepida. Roberta fece per uscire, per lasciarlo lavare in pace, ma proprio in quel momento, Massimo emise un gemito strozzato.
«Oh… mi gira la testa…» Le sue gambe cedettero, il corpo che si piegava pericolosamente.
Roberta si precipitò in suo aiuto, afferrandolo per le braccia, il cuore che le batteva all'impazzata. «Massimo! Stai bene?»
Lui si aggrappò a lei, il suo viso vicino al suo, gli occhi che la fissavano con una finta debolezza. «Forse… forse è meglio se resti qui, Roberta. Non vorrei svenire del tutto. Mi aiuti tu con la doccia?»
La richiesta la colse di sorpresa. Deglutì a fatica, la gola secca. Non era pronta a vederlo nudo, non del tutto. Ma forse, pensò, avrebbe tenuto gli slip. Era suo genero, dopo tutto.
Massimo, con la schiena ancora rivolta verso di lei, l'acqua che gli bagnava i capelli e le spalle, le sussurrò: «Mi aiuti a togliere le mutande? Sono bagnate, e mi danno fastidio.»
Roberta sentì il sangue defluire dal suo viso. Era il momento. Le sue mani, tremanti, si posarono sul bordo degli slip. Con un gesto esitante, li abbassò. Il tessuto si arrotolò sulle sue cosce, rivelando le natiche sode e modellate, poi scivolò via completamente, cadendo ai suoi piedi. Massimo era completamente nudo. Un fremito la percorse.
«Mi lavi la schiena, Roberta?» La sua voce era bassa, quasi sensuale. «E tutta la parte di dietro, mi sento così sporco.»
Roberta prese la spugna, le mani ancora leggermente tremanti. L'acqua le bagnava le braccia mentre iniziava a strofinare la schiena di Massimo, sentendo la tensione dei muscoli sotto la pelle. Il profumo del sapone si mescolava all'odore maschile del suo corpo, un mix inebriante. Le sue dita indugiavano un po' più del necessario sui glutei sodi, poi risalivano lungo la spina dorsale.
Improvvisamente, Massimo si girò. I suoi occhi, ora pieni di una luce inequivocabile, la fissarono. Il suo corpo, una statua vivente, era completamente esposto. La sua erezione era ora completa, tesa e imponente, il glande rosato che pulsava sotto il getto d'acqua. Roberta rimase senza parole, il fiato sospeso. Quel cazzo era enorme, una visione che le mozzava il respiro.
«Mi lavi anche davanti, Roberta?» La sua voce era un sussurro roca, gli occhi che non la lasciavano. «Anche qui… sul cazzo. In fondo, potrei essere tuo figlio, no? Non c'è niente di male.»
Roberta sentì un'ondata di panico e di eccitazione. Il suo viso divenne di un rosso acceso. «Massimo…» Il suo nome le uscì come un gemito.
Lui fece un passo verso di lei, il suo corpo nudo che irradiava calore. «Dai, Roberta. Ho bisogno di una bella lavata.»
Con le mani che tremavano incontrollabilmente, Roberta accettò la spugna e iniziò a lavarlo. Le sue dita scivolarono sul petto scolpito, sull'addome tonico, poi scesero, esitanti, verso il suo inguine. Il grande cazzo eretto di Massimo si ergeva fiero, pulsante di vita. Roberta lo accarezzò con la spugna, sentendo la sua durezza, la sua forma perfetta. Le sue dita indugiarono sul glande, poi risalirono lungo l'asta, sentendo il calore, la vita che scorreva in quel membro potente. Un'immagine si formò nella sua mente: sua figlia, Ludovica, con quel pezzo di manzo dentro di sé. Un misto di gelosia e desiderio la pervase. Era così fortunata, sua figlia.
Massimo gemette leggermente, gli occhi chiusi, godendosi il tocco esperto di Roberta. Poi, con un altro gemito studiato, si piegò leggermente, il suo corpo che si fece improvvisamente pesante.
«Oh… mi gira di nuovo la testa…» La sua voce era un sussurro di finta debolezza. Si appese a Roberta, il suo peso che la tirava.
Roberta, colta di sorpresa, perse l'equilibrio. Un urlo le uscì dalla gola mentre Massimo la trascinava completamente sotto il getto d'acqua. L'acqua la investì, bagnandola da capo a piedi, i suoi vestiti che si inzuppavano all'istante, appiccicandosi al suo corpo.
«Massimo!» esclamò, la voce stridula, i vestiti pesanti e fradici.
Lui la teneva stretta, il suo corpo nudo contro il suo, i suoi occhi che brillavano di una luce maliziosa. «Oh, Roberta, mi dispiace tanto! Sei tutta bagnata. Non vorrei che ti prendessi un raffreddore. Forse… dovrei spogliarti per evitare che tu prenda freddo.» La sua voce era un filo, seducente.
Roberta lo guardò, il suo cuore che martellava nel petto. Era un piano, lo sapeva. Ma il suo corpo, bagnato e improvvisamente vulnerabile, non riusciva a resistere. Nonostante l'età, aveva un fisico ancora sodo, tonico, frutto di una vita attiva.
«Massimo…» La sua voce era un gemito di resa.
Lui non aspettò. Le sue mani abili si mossero sui suoi vestiti bagnati. Sbottonò la camicetta, il tessuto che si apriva rivelando il suo reggiseno bagnato. Poi la tirò via, insieme alla canottiera. Le sue dita scesero sulla gonna, la zip che si apriva, la stoffa che scivolava via, rivelando le sue mutandine di pizzo. Le sfilò con delicatezza, poi si occupò del reggiseno, che si staccò con un leggero schiocco. In pochi istanti, Roberta era completamente nuda sotto la doccia, l'acqua che le accarezzava la pelle, i suoi seni, ancora alti e sodi, i capezzoli che si indurivano per il freddo e l'eccitazione.
Erano lì, nudi l'uno di fronte all'altra, l'acqua che scendeva su di loro, lavando via ogni residuo di imbarazzo, lasciando solo il desiderio primordiale.
«Lascia che ti lavi io, Roberta,» sussurrò Massimo, la sua voce profonda e roca. Prese la spugna dalle sue mani e iniziò a insaponarle la schiena. Le sue mani scivolarono sulla sua pelle, i muscoli che si tendevano sotto il suo tocco. Poi, con un movimento lento e deliberato, strusciò il suo enorme cazzo eretto contro il suo culo, sentendo la morbidezza delle sue natiche, il calore della sua pelle.
Roberta emise un gemito, un suono gutturale che non pensava di poter produrre. Il contatto di quel membro potente contro il suo culo le fece un brivido lungo la schiena, un fuoco che si accendeva dentro di lei. Non ce la fece più. Si girò di scatto, i suoi occhi che incontravano quelli di Massimo, pieni di un desiderio ardente.
«Massimo…» Il suo nome le uscì come un sospiro.
Lui non disse nulla. Si chinò, le labbra che si posarono sulle sue. Il bacio fu intenso, famelico, le loro lingue che si incontrarono, si intrecciarono, si succhiarono con una passione inaspettata. Il sapore del sapone e dell'acqua si mescolò al sapore della sua bocca, un mix inebriante. Le sue mani le accarezzarono la schiena, poi scesero sui suoi fianchi, tirandola più vicino, i loro corpi nudi che si premevano l'uno contro l'altro, il suo cazzo eretto che ora premeva contro il suo pube.
Massimo le accarezzò i seni, i capezzoli che si indurivano sotto il suo tocco. Poi scese, le sue labbra che le baciavano il collo, poi il petto, i capezzoli, succhiandoli con avidità. Roberta gemeva, le mani che si aggrappavano alle sue spalle, i suoi fianchi che si muovevano contro i suoi.
«Ti voglio, Massimo,» sussurrò Roberta, la voce rotta dal desiderio.
Lui la sollevò, le sue gambe che si avvolsero attorno alla sua vita, il suo cazzo che premeva con insistenza contro la sua fica bagnata dall'acqua e dal desiderio. Con un movimento deciso, la penetrò. Un gemito di piacere le uscì dalle labbra mentre sentiva quel membro enorme riempirla completamente. Era così grande, così pieno, così caldo. La sua fica, sebbene non più giovanissima, era ancora stretta e ricettiva, e si strinse attorno al suo cazzo come un guanto.
Massimo iniziò a muoversi, spingendo dentro di lei, fuori, dentro, con un ritmo lento e profondo. L'acqua della doccia continuava a scorrere, mescolandosi ai loro sudori, ai suoni umidi dei loro corpi che si univano. Il *shlick-shlick* del suo cazzo che entrava e usciva dalla sua fica, il *squelch* dei loro corpi che si sfregano, il respiro affannoso di Roberta, i gemiti profondi di Massimo.
«Oh, sì… Massimo… più forte…» Roberta inarcava la schiena, i seni che le rimbalzavano leggermente al ritmo delle spinte. Le sue unghie si conficcavano nelle spalle di lui, il piacere che la travolgeva.
Massimo spinse più a fondo, il suo cazzo che raggiungeva il suo utero, facendola gemere ancora più forte. Il suo scroto sbatteva contro le sue natiche, un suono ritmico che amplificava la loro unione. Si sentiva come se fosse stata riempita fino all'orlo, ogni fibra del suo corpo che rispondeva a quel piacere intenso.
Rimasero così per un tempo che sembrò infinito, le loro lingue che si incontravano di nuovo, i baci che si facevano sempre più voraci, i loro corpi che si stringevano l'uno all'altro, come se volessero fondersi. Massimo sentì l'orgasmo avvicinarsi, una marea calda che saliva dentro di lui. Spinto da un'ultima, potente scarica di desiderio, accelerò il ritmo, pompando dentro di lei con forza, i suoi gemiti che si mescolavano ai suoi.
Roberta sentì il suo corpo tendersi, una scarica elettrica che le percorse ogni nervo. Le sue gambe si strinsero attorno a Massimo, la sua fica che si contraeva spasmodicamente attorno al suo cazzo. Un urlo strozzato le uscì dalla gola mentre l'orgasmo la travolgeva, una cascata di piacere che la svuotò completamente.
Massimo sentì il suo corpo rilasciare, il suo cazzo che pulsava, rilasciando il suo seme caldo e denso all'interno di lei. Un gemito profondo gli uscì dalle labbra, il suo corpo che si rilassava contro il suo, il respiro affannoso.
Rimasero abbracciati sotto il getto d'acqua, i corpi stanchi ma appagati. Poi, Massimo la sollevò, la portò fuori dalla doccia e la depose delicatamente sul letto matrimoniale, lo stesso letto dove Ludovica e Massimo condividevano le loro notti. Un sorriso malizioso si disegnò sulle sue labbra.
«Non abbiamo finito, Roberta,» sussurrò, i suoi occhi che brillavano di un desiderio insaziabile.
Roberta lo guardò, il suo corpo ancora tremante per l'orgasmo, ma il suo sguardo rispose al suo. «Cosa vuoi fare, amore?»
Massimo la baciò di nuovo, la sua lingua che esplorava ogni angolo della sua bocca. Le sue mani le accarezzarono il corpo, poi scesero verso i suoi glutei. «Voglio sentirti urlare di piacere, Roberta. Voglio sentirti mia, completamente.»
Le sue dita si aprirono un varco tra le sue natiche, accarezzando il suo ano, umido e invitante. Roberta sussultò, ma non si oppose. Anzi, inarcò leggermente il bacino, offrendosi a lui.
Massimo prese un po' di saliva, la spalmò sul suo cazzo ancora duro e sul piccolo orifizio di Roberta. Con delicatezza, iniziò a spingere. La sensazione era diversa, più stretta, più intensa. Roberta gemette, un misto di dolore e piacere che le percorse il corpo.
«Piano, Massimo…»
Lui la rassicurò con un bacio, poi continuò a spingere lentamente, centimetro dopo centimetro, il suo cazzo che penetrava il suo ano. La pelle si stirava, i muscoli si rilassavano, e presto, il suo cazzo era completamente dentro di lei.
Roberta gemette, un suono soffocato che si trasformò rapidamente in un urlo di piacere quando Massimo iniziò a muoversi. Le sue spinte erano profonde e ritmiche, il suo cazzo che entrava e usciva dal suo culo, facendola impazzire. Le sue natiche si alzavano e abbassavano, il suono umido del loro accoppiamento che riempiva la stanza.
«Oh, mio Dio, Massimo… sì… così…» Le sue unghie gli graffiavano la schiena, il suo corpo che si muoveva in sincronia con il suo. Era un piacere che non aveva mai provato, un'intensità che le faceva perdere la testa.
Massimo la teneva stretta, la sua bocca sul suo collo, i suoi denti che le mordicchiavano delicatamente la pelle. Il suo cazzo pompava dentro di lei, sentendo la stretta calda e avvolgente del suo ano. La sentiva sua, completamente, in un modo che non aveva mai immaginato.
Il piacere si accumulava, un'onda che saliva sempre più in alto. Roberta sentì il suo corpo contorcersi, il suo ano che si stringeva attorno al suo cazzo. Un urlo liberatorio le uscì dalla gola mentre l'orgasmo la scuoteva dalle fondamenta, un piacere così intenso da farle lacrimare gli occhi.
Massimo la seguì poco dopo, il suo corpo che si tendeva, il suo cazzo che rilasciava un getto caldo e abbondante nel suo culo. Un gemito profondo gli uscì dalle labbra, il suo corpo che si accasciava su di lei, esausto ma appagato.
Rimasero così, i corpi intrecciati, il respiro affannoso, il profumo del sesso che riempiva l'aria.
***
Il telefono vibrò sul comodino, riportandoli alla realtà. Era il telefono di Roberta. Ludovica.
Roberta si riscosse, il cuore che le batteva all'impazzata. Guardò Massimo, che la fissava con un sorriso soddisfatto.
«Pronto, amore?» La sua voce era un po' roca, ma cercò di apparire il più normale possibile.
«Mamma! Ciao! Senti, ho una brutta notizia. C'è stato uno sciopero dei mezzi qui, e il mio volo è stato cancellato. Non riesco a tornare prima di tre giorni. Puoi badare ancora con Massimo?» La voce di Ludovica era piena di frustrazione.
Roberta sentì un brivido lungo la schiena. Tre giorni. Tre giorni con Massimo. «Oh, tesoro, mi dispiace tanto! Certo, certo che rimango. Massimo non sta ancora al massimo della forma, e… ho deciso di trasferirmi qui per qualche giorno. Dormo sul divano, così posso accudirlo anche la notte.» Lanciò un'occhiata a Massimo, che le sorrise maliziosamente.
«Mamma, sei un angelo! Grazie, grazie mille! Ti chiamo domani.»
Roberta riattaccò, il suo sguardo che si posava su Massimo.
«Tre giorni, eh?» La sua voce era un sussurro seducente.
Lui si chinò, le baciò il collo. «Direi che il divano è troppo scomodo per una donna della tua età, Roberta. Il letto matrimoniale è molto più accogliente.»
E così fu. Quella notte, e per le due notti successive, Roberta e Massimo dormirono insieme nel letto matrimoniale di Ludovica. Ogni volta che la stanchezza o la fame non li assaliva, i loro corpi si cercavano, si univano in una danza di piacere che Roberta non avrebbe mai immaginato. Massimo le mostrò posizioni erotiche che lei non sapeva nemmeno esistessero, esplorando ogni angolo del suo corpo, facendola gemere e urlare di piacere ancora e ancora. Il letto divenne il loro santuario, un luogo dove ogni inibizione cadeva, dove solo il desiderio e la passione regnavano sovrani.
Al ritorno di Ludovica, Massimo stava benissimo. La febbre era solo un lontano ricordo, e la sua energia era tornata al massimo. Ludovica era felice di vederlo così in forma, ignara del segreto che sua madre e suo marito condividevano.
E da quel giorno, ogni volta che Ludovica doveva partire per lavoro, Roberta era sempre lì, pronta ad "accudire" il suo genero. Non solo a pranzo e cena, ma anche, e soprattutto, a letto, nel modo più intimo e appagante che potessero desiderare. Il loro segreto era un fuoco ardente, un legame proibito che li univa in un piacere senza fine.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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