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incesto

Figlio e padre di mia figlia


di backfill
01.10.2025    |    10.737    |    4 9.4
"Marco la guardò, i suoi occhi ora completamente svegli, la stanchezza svanita, sostituita da un fuoco che la rispecchiava..."

L'aria calda e satura di vapore avvolgeva Marco come una seconda pelle, un rifugio temporaneo dopo la fatica brutale della palestra. Il getto d'acqua bollente martellava le sue spalle larghe, lavando via il sudore salato e la tensione muscolare accumulata. Aveva diciassette anni, un’età in cui il corpo si espandeva con una rapidità quasi violenta, scolpendo linee dure dove prima c'erano solo curve adolescenziali. I suoi quadricipiti, gonfi e pesanti, si contraevano sotto la pressione dell'acqua, e i suoi pettorali, appena velati dal vapore, sembravano blocchi di marmo levigato.
Non aveva sentito la porta d'ingresso scattare. Sua madre, Elena, era tornata prima dal suo turno in ufficio, il silenzio della casa inghiottito dal rumore sordo della doccia.
Marco si inclinò, lasciando che l'acqua gli scorresse lungo la schiena, e un desiderio improvviso, familiare e urgente, gli pizzicò la base del ventre. Le mani, ancora scivolose di sapone, si mossero con un’intenzione che non ammetteva esitazioni. Afferrò la carne turgida che premeva contro il pube, la pelle calda e pulsante sotto il suo palmo. Il suo respiro si fece più corto, un sibilo sommesso che si perdeva nel ruggito dell'acqua.
Elena si tolse il cappotto, lasciandolo cadere con un fruscio sul pavimento del corridoio. L'odore di lavanda del suo profumo abituale si mescolò immediatamente all'odore metallico del ferro e al vapore umido che fuoriusciva dal bagno. Era stanca, il volto tirato dalla giornata passata a gestire scartoffie e clienti scontenti.
Si diresse verso il bagno, la mente già concentrata sul desiderio di un bagno caldo, non bollente come quello che Marco evidentemente si stava facendo. La porta era socchiusa, un invito silenzioso o forse solo una distrazione nella fretta.
Elena spinse la porta quel tanto che bastava per entrare, ma si bloccò sulla soglia.
Il vapore si diradò leggermente, rivelando la figura imponente di suo figlio. L'acqua scorreva via da lui, rivelando la linea scura dei peli pubici che si estendeva verso il basso, dove la sua mano era ferma. Non era più il ragazzino che aveva visto crescere, il cui corpo era una collezione di ossa e pelle morbida. Questo era un uomo, forgiato nel sudore e nell'acciaio della palestra.
Il suo sguardo cadde, paralizzato, su ciò che quella mano stava manovrando. Il cazzo di Marco, imponente e spesso, si ergeva rosso e lucido sotto il getto d'acqua, una creatura viva che pulsava al ritmo del suo piacere solitario. Era enorme, molto più di quanto Elena avesse mai potuto immaginare sotto i suoi vestiti larghi. Le vene sporgenti tracciavano mappe scure sulla lunghezza del glande teso, la punta gocciolante di un liquido trasparente e denso.
Marco, immerso nella sua bolla di sensazione, non si accorse della presenza della madre. Il suo gemito basso, un suono gutturale di pura necessità, fu soffocato dal rumore della doccia. La sua mano si muoveva con ritmo crescente, le nocche bianche per la forza con cui stringeva la base, spingendo avanti e indietro, cercando il culmine con una disperazione che Elena trovò stranamente elettrica.
Elena rimase immobile, il cuore che le batteva contro le costole come un tamburo impazzito. Il suo respiro si bloccò in gola, trasformandosi in un sussulto involontario che fece vibrare le goccioline d’acqua sul vetro della cabina.
*Splat.*
Il suono era piccolo, ma nell'elettricità del momento, sembrò un colpo di cannone.
Marco si irrigidì. I suoi occhi si spalancarono, la concentrazione spezzata, e vide. Vide sua madre lì, immobile, gli occhi fissi sulla sua erezione umida, la bocca leggermente aperta. Il rossore gli salì al collo, bruciandogli la pelle sotto il vapore. La sua mano si ritrasse di scatto, lasciando che il suo membro, ancora turgido, gocciolasse acqua saponata sul pavimento piastrellato.
"M-mamma?" La voce di Marco era roca, un misto di vergogna e shock.
Elena non rispose subito. Le sue labbra si mossero appena. La visione era impressa dietro le sue palpebre, la potenza cruda del figlio adolescente che si rivelava in un momento di intimità involontaria. L'immagine era potente, quasi violenta nella sua onestà.
"Io... non ti avevo sentito," riuscì a dire Elena, la sua voce un filo sottile che tradiva una tremante eccitazione nascosta sotto la maschera dello shock materno. Fece un passo indietro, la mano che cercava istintivamente di coprirsi la bocca. "Scusa. Pensavo fossi fuori."
Marco si voltò, dando le spalle alla madre, cercando di coprirsi con le mani in modo ridicolo. "Sto... finisco."
"Non importa," mormorò Elena, tirando su col naso. Si voltò di scatto e uscì dal bagno, sbattendo la porta con una forza che non intendeva usare.
Il silenzio che seguì fu più assordante del rumore dell'acqua. Marco rimase lì, la pelle d'oca che gli copriva il corpo, la sua eccitazione momentaneamente annientata dall'imbarazzo, ma che già minacciava di tornare, ora alimentata da una nuova, pericolosa consapevolezza.
Elena si trascinò fino alla cucina, le gambe molli. Si appoggiò al piano di marmo freddo, cercando di far respirare i suoi polmoni, che sembravano essersi ristretti improvvisamente. Quell'immagine. Il suo bambino, un uomo che si toccava con tanta fame. Era sbagliato, certo, ma la carne reagiva a un livello primordiale, ignorando le leggi sociali e i legami di sangue. Il desiderio che aveva provato era una fiamma viva, e ora non si sarebbe spenta.
Quella notte, il letto di Elena sembrava troppo grande, vuoto senza il ricordo del marito perduto, ma stranamente pieno di una nuova, vibrante energia. Il buio della sua stanza amplificava ogni sensazione. Si alzò, muovendosi con la furtività che non usava da anni. Si spogliò lentamente, lasciando che l'aria fresca le accarezzasse la pelle, i seni maturi che si sollevavano e abbassavano con il respiro affannoso.
Si sedette sul bordo del materasso, le dita che tremavano mentre raggiungevano il centro del suo corpo. Chiuse gli occhi. L'acqua calda della doccia, il vapore denso, la pelle scura di Marco, e poi, la visione ineluttabile: quel membro massiccio, pulsante, che si muoveva con tanta forza.
"Marco," sussurrò nel cuscino, il suo nome un suono proibito.
Le sue dita trovarono il monte di Venere, la stoffa sottile della sua biancheria intima che le impediva il contatto diretto. Trovò il punto, premendo con decisione. Un gemito strozzato le sfuggì mentre l'immaginazione prendeva il sopravvento. Non era più la madre; era una donna che desiderava con una ferocia che la sorprese.
Si strinse forte, il piacere che saliva come una marea inarrestabile, concentrato sul ricordo della vista, sulla dimensione inimmaginabile di ciò che aveva visto. Le sue cosce si strinsero attorno al suo pugno, e il suo corpo si inarcò, un arco teso di pura necessità. Il suo orgasmo fu violento, un'esplosione silenziosa nel buio, lasciandola tremante e sporca di un sudore freddo.
I giorni successivi furono una danza sottile e tesa. Elena tornava a casa con la speranza che Marco fosse ancora in doccia, ma lui, ora consapevole, si chiudeva a chiave o aspettava che lei uscisse. Lui la evitava con la stessa intensità con cui lei cercava di incrociare il suo sguardo.
"Hai bisogno di qualcosa?" chiese Elena un pomeriggio, mentre lui frugava nel frigo.
Marco si voltò, il corpo ancora teso dalla palestra, la maglietta stretta sui bicipiti. "No. Solo acqua."
"Sei sempre così silenzioso ultimamente," osservò Elena, appoggiandosi allo stipite della porta della cucina, le braccia incrociate ma lo sguardo che indugiava sulla curva della sua mascella, sulla barba che iniziava a farsi più folta.
"Sono solo stanco. Allenamento pesante."
"Capisco. Sei diventato così forte." Il complimento era innocuo, ma il tono era troppo carico, troppo carico di sottintesi.
Marco deglutì rumorosamente, prendendo la bottiglia d'acqua. "Devo andare in camera."
Elena sospirò, osservando la sua schiena allontanarsi, la stoffa dei suoi jeans che tirava sui glutei sodi. Era un gioco crudele, questa vicinanza forzata e questa distanza emotiva. Voleva vederlo di nuovo. Voleva vedere la sua nudità senza l'interferenza del vapore o della vergogna.
Poi, il destino, o forse la sua stessa ossessione, intervenne.
Una sera, mentre cenavano in un silenzio pesante, Marco si piegò in due, stringendosi l'inguine con un lamento strozzato.
"Cosa c'è?" Elena si alzò di scatto, il cuore che le balzava in gola.
"Fa male," ansimò Marco, il viso pallido. "Un dolore acuto, qui, all'inguine. Non riesco a muovermi bene."
Elena lo portò in ospedale il giorno dopo. La diagnosi arrivò rapida: un'ernia inguinale, probabilmente aggravata dagli sforzi intensi in palestra. Era piccola, ma doveva essere riparata chirurgicamente.
"Dovremo rasare l'area, signora," spiegò il chirurgo, un uomo anziano con occhiali spessi. "Per l'asepsi pre-operatoria. È prassi standard."
Elena sentì il sangue gelarsi e poi riaccendersi con un calore febbrile. Rasare. L'intera area.
"Io posso farlo," intervenne Elena prima che Marco potesse protestare.
Marco la guardò, gli occhi pieni di confusione e dolore. "Mamma, non devi..."
"Assolutamente sì, Marco. Sei mio figlio. Non voglio che un'infermiera sconosciuta ti tocchi lì. Lo farò io. A casa, con calma. È più igienico."
Il chirurgo annuì, sollevato. "Se lo fate voi, assicuratevi che sia completamente liscio. Nessun pelo residuo."
Marco era riluttante, ma il dolore lo costrinse ad accettare. "Va bene. Ma sbrigati."
Quella sera, l'atmosfera in casa era carica di un'elettricità quasi palpabile. Marco era sdraiato sul letto, coperto solo da un lenzuolo fino alla vita. Aveva preso un antidolorifico e ora era assonnato, ma la sua pelle era tesa per l'attesa.
Elena entrò con un piccolo kit: forbici, un rasoio nuovo di zecca, e una schiuma da barba profumata alla menta. La luce fioca della lampada da comodino illuminava la scena, trasformando la camera in un santuario segreto.
"Sei sicuro che vada bene?" chiese Marco, la sua voce bassa.
Elena si inginocchiò ai piedi del letto. I suoi occhi non tradivano esitazione, solo una determinazione quasi sacerdotale. "Sono tua madre. C'è qualcosa di più naturale che prendermi cura di te?"
Si tirò su il lenzuolo con la punta delle dita, rivelando la zona dolorante. Marco era completamente nudo dalla vita in giù. Il suo cazzo, rilassato ora, era ancora grande, pesante, la pelle rosa e tesa, le palle che pendevano pesanti e morbide tra le cosce. L'ernia era appena visibile, un leggero rigonfiamento sul lato destro.
Elena deglutì, il suo sguardo fisso sulla massa carnosa. Non era più solo un organo; era la prova tangibile della virilità che aveva visto nascere e che ora la consumava.
"Respira," disse Elena, prendendo le forbici.
Iniziò con cautela, tagliando i peli più lunghi, il *snip-snip* ritmico delle lame che rompeva il silenzio. Marco sussultò quando le forbici sfiorarono la pelle sensibile, ma Elena lavorava con una precisione inaspettata, come se stesse sfoltendo un cespuglio prezioso.
Quando i peli più folti furono rimossi, Elena aprì la bomboletta di schiuma. Il profumo di menta mentolata riempì l'aria, un contrasto stridente con l'odore muschiato della pelle di suo figlio. Stese uno strato spesso e bianco, coprendo tutto: l'osso pelvico, la base del suo membro, le sacche che contenevano i testicoli.
Marco emise un gemito basso mentre la schiuma fredda toccava la pelle calda. "Mamma, è strano."
"Lo so, tesoro. Tieni fermo."
Elena prese il rasoio. Iniziò dall'alto, tirando delicatamente la pelle in tensione. La prima passata fu esitante, poi si fece più audace. Il rasoio affondò nella schiuma, rimuovendo i residui e rivelando una pelle liscia, di un rosa pallido innaturale.
Il suo sguardo indugiava. Vedeva ogni piega, ogni vena. Quando arrivò alla base del suo cazzo, dovette lavorare con estrema attenzione. Il rasoio sfiorò il frenulo, e Marco sussultò forte, un suono di piacere e dolore confuso.
"Sei così... liscio," mormorò Elena, più a se stessa che a lui. La sua mano, che teneva il rasoio, si muoveva con una lentezza esasperante.
Quando ebbe finito, pulì l'eccesso di schiuma con un panno umido. Marco era completamente glabro, la sua nudità esposta sotto la luce fioca. Il suo cazzo, sebbene non completamente eretto, era una visione imponente, la testa del glande luccicante e sensibile.
Elena si alzò, gettando il rasoio nel cestino. La sua bocca era secca. Si tolse il vestito, lasciandolo cadere a terra con un sospiro liberatorio. Era in sottoveste di seta nera, un indumento che non indossava da anni.
Marco la guardò, i suoi occhi ora completamente svegli, la stanchezza svanita, sostituita da un fuoco che la rispecchiava.
"Mamma," sussurrò Marco, allungando una mano verso di lei.
Elena si avvicinò al letto, la seta che frusciava contro la sua pelle. Si inginocchiò di nuovo, ma questa volta non per radere. Si chinò.
"È perfetto," disse Elena, la sua voce roca di desiderio.
Si avvicinò al suo inguine rasato. Prima di toccarlo, le sue labbra si posarono sulla pelle tesa del suo ventre, un bacio casto, ma carico di tutto ciò che era stato represso. Poi, si chinò ancora più in basso.
Elena prese il suo membro con entrambe le mani, la pelle liscia e calda sotto i suoi palmi. Sentì la consistenza, la durezza che cresceva sotto la sua manipolazione. Le sue dita si mossero lentamente verso la base, accarezzando i testicoli, facendoli dondolare dolcemente. Marco gemette, un suono profondo che vibrava nel suo petto.
"Ti voglio vedere così," disse Elena, alzando gli occhi a incontrare quelli di Marco. "Così forte."
La sua mano scese, la lasciò andare per un istante, e Marco si irrigidì. Elena si chinò ancora, la sua bocca che si aprì sopra la punta del glande.
Il primo contatto fu un’esplosione di sapore e sensazione per entrambi. La lingua di Elena, calda e umida, avvolse la punta turgida. Lei tirò indietro la pelle del prepuzio con un movimento lento e deliberato, rivelando il glande completamente esposto.
Marco ansimò, la testa che si ribaltava all'indietro contro il cuscino.
Elena iniziò a succhiare, prendendolo più a fondo possibile, la sua gola che si allungava per accogliere la sua lunghezza. Il suono che riempì la stanza era un *slurp* umido e ritmico. Lei lavorava con una tecnica sorprendentemente esperta, la lingua che tracciava cerchi veloci sul frenulo, i denti che graffiavano appena la corona, provocando scariche elettriche lungo il corpo di Marco.
"Ah! Mamma, così..."
Elena non parlava, ma i suoi occhi, aperti e fissi sul viso di Marco, comunicavano tutto il suo piacere e la sua fame. Le sue mani si spostarono per afferrare le sue palle, tirandole leggermente mentre la sua bocca continuava il suo lavoro meticoloso.
Marco non resistette oltre. Il piacere era troppo intenso, amplificato dalla trasgressione e dalla presenza inaspettata di sua madre. Si mosse contro la sua bocca, un sussulto violento che lo fece gemere forte.
"Vengo, vengo!"
Elena lo inghiottì con avidità mentre Marco eiaculava. Il seme caldo e abbondante inondò la sua bocca. Lei non si tirò indietro; strinse la mascella, deglutendo ogni goccia, i suoi occhi che non lasciavano mai i suoi. Marco si riversò in lei, un rilascio totale, il corpo che si afflosciava esausto.
Elena si tirò su lentamente, il suo viso lucido di saliva, un sorriso di soddisfazione che le incurvava le labbra.
"Sei stato bravo," disse, la sua voce ora un gorgoglio profondo.
Marco la guardò, confuso, la vergogna completamente sostituita da un desiderio che ora aveva una direzione chiara. "Mamma, cosa...?"
"Adesso tocca a me," decretò Elena, alzandosi completamente. La seta scivolò via dalle sue anche, rivelando la sua intimità. Lei era matura, la pelle morbida, ma il suo centro era umido e pronto, un fiore scuro e invitante.
Si posizionò sopra di lui, le ginocchia ai lati del suo bacino. Marco, ancora semi-eretto e intriso del suo sperma, la guardò salire.
Elena si abbassò lentamente, guidando la punta del suo cazzo contro il suo clitoride gonfio. Il contatto fu una scintilla.
"Oh, Dio," ansimò Marco, le mani che le afferrarono i fianchi.
Elena premette, spingendo con cautela, sentendo la resistenza della carne. Il suo cazzo era largo, penetrando lentamente il suo ingresso stretto. *Squish*. La sensazione di essere riempita da suo figlio, dal suo stesso sangue, era inebriante.
"Piano, mamma, piano," supplicò Marco, la voce strozzata.
"Non voglio andare piano," rispose Elena, il suo tono affilato, gli occhi fissi nel vuoto mentre prendeva il controllo.
Con uno sforzo deciso, Elena si lasciò cadere completamente. Il suo culo si schiacciò contro i testicoli di Marco, e lui emise un grido soffocato. La penetrazione era totale, profonda, facendo toccare la punta del suo membro contro la parete anteriore della sua vagina, forse anche sfiorando il suo collo uterino.
Elena iniziò a muoversi, un movimento lento e profondo, affondando e risalendo con una cadenza che sembrava dettata da un ritmo antico. Il suono che producevano era un *thwack-thwack* umido, il suono della carne contro carne, amplificato dal silenzio della notte.
"Senti come mi riempi," mormorò Elena, il suo respiro corto. "Sei così duro, Marco."
Marco rispose afferrandola più forte, tirandola giù con una forza che non aveva mai osato usare prima. Le spinte divennero più vigorose, il ritmo più veloce. La sua erezione era tornata al massimo, un pilastro di carne pulsante che si muoveva dentro di lei con una ferocia inaudita.
"Voglio sentirti dentro, forte!" gridò Marco, la sua voce che si rompeva per lo sforzo.
Elena si inarcò, il suo viso contorto in un’espressione di estasi primordiale. Le sue mani si aggrapparono alle spalle di Marco, le unghie che affondavano leggermente nella pelle. Sentiva il suo cuore battere all'unisono con i suoi movimenti frenetici. L'odore di sesso, sudore e muschio riempiva la stanza, un profumo inebriante di tabù infranto.
"Vieni, Marco, vieni per la tua mamma!"
Marco spinse ancora, un urlo strozzato che era metà grido di piacere e metà liberazione emotiva. Si riversò dentro di lei con una violenza che fece tremare il letto, il suo seme che inondava le sue pareti interne.
Elena non era lontana. La sensazione di essere così piena, così posseduta dal suo stesso figlio, la spinse oltre il limite. Le sue gambe si strinsero attorno alla sua vita, e lei si contrasse attorno al suo membro pulsante, un orgasmo che la scosse dalle fondamenta. Un lungo, prolungato gemito la sciolse, e cadde sul suo petto, ansimando.
Rimasero così per lunghi minuti, i loro corpi intrecciati, i loro respiri che tornavano lentamente alla normalità, il silenzio della casa ora un testimone complice della loro unione.
"Non possiamo..." Marco ansimò, la testa sepolta tra i suoi capelli.
Elena alzò la testa, il suo sguardo stranamente calmo, quasi risoluto. "Sì, possiamo. Lo volevamo entrambi."
Passarono le settimane successive in una bolla segreta, le loro interazioni in pubblico piene di una tensione elettrica che solo loro potevano percepire. L'intimità era diventata la loro nuova normalità, un rituale notturno che si consumava lontano da occhi indiscreti.
Sei mesi dopo, Elena era in cucina, le mani che le tremavano mentre cercava di versare il caffè. Non era la stanchezza della palestra, né la tensione del segreto. Era una nausea mattutina persistente.
Marco entrò, ancora assonnato. "Cosa c'è che non va? Sembri verde."
Elena si appoggiò al bancone, chiudendo gli occhi. "Non è niente. È solo... ho saltato il ciclo, Marco. Credo che dovrei fare un test."
Marco si fermò di colpo. I suoi occhi si spalancarono, la comprensione che si faceva strada lentamente nel suo sguardo. Era impossibile, eppure...
Due settimane dopo, il test era positivo.
"È tuo," disse Elena, la voce piatta, tenendo in mano la piccola plastica bianca.
Marco si avvicinò lentamente, prendendo il test, guardando la doppia linea rossa con un misto di orrore e una strana, innegabile euforia. Suo padre era morto, e ora lui aveva creato una vita con sua madre.
"Una bambina," mormorò Marco, guardando sua madre, i cui occhi ora brillavano di una luce diversa, una luce di accettazione feroce.
"Una bambina," confermò Elena, toccandosi il ventre piatto. "Nostra figlia."
La nascita arrivò in una notte di tempesta, un parto lungo e faticoso, ma Elena lo affrontò con la forza di chi porta un segreto sacro. Marco era lì, in sala parto, la sua mano stretta a quella di lei, il suo volto teso in una maschera di terrore e adorazione.
Quando la piccola venne fuori, un fagotto urlante e rosa, Elena la strinse al petto. Era piccola, i capelli scuri, e i suoi occhi si aprirono per un istante, fissando Marco.
"Si chiama Aurora," sussurrò Elena, il suo corpo dolorante ma radioso.
Marco si chinò, il suo volto un'espressione di incredulità e amore sconfinato. Baciò la fronte della bambina, poi guardò sua madre, la donna che era stata sua madre e ora era la sua compagna, la madre di sua figlia.
"Ciao, Aurora," sussurrò Marco, il suono della sua voce pieno di una promessa inesplicabile. La loro vita era un caos costruito sui tabù, ma in mezzo a quel caos, era nata una bellezza inaspettata, un legame irrevocabile cementato dalla carne, dal desiderio e da un piccolo cuore che batteva contro il petto di entrambi. Il loro segreto era diventato carne, e ora viveva tra loro, un nodo indissolubile.
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