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Il treno in ritardo
03.03.2026 |
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"Spinto da un'eccitazione incontenibile, prese Davide per le spalle, lo spinse contro il muro del bagno..."
Il ronzio monotono del treno cullava Davide in un leggero sonno, un torpore che non cancellava del tutto il ricordo degli ultimi giorni milanesi. Trent’anni, i capelli neri come la pece che incorniciavano un viso dai tratti decisi, non era un gigante – un metro e settanta scarso – ma la sua presenza era sempre stata forte, quasi magnetica. Ora, quel magnetismo sembrava spento, assorbito dalla stanchezza, dal desiderio di tornare a casa, nel profondo sud, dove l'aria aveva un sapore diverso e il ritmo della vita rallentava, permettendogli di abitare la sua solitudine con maggiore agio. Il sedile era scomodo, il finestrino mostrava un paesaggio che sfumava in un verde indistinto.Il treno si fermò con uno scossone, un sussulto che lo strappò al quasi sonno. Bologna. La voce metallica dell'altoparlante annunciò la fermata, un brusio di gente che si alzava, valigie che strisciavano sul pavimento. Davide si sistemò, stiracchiando la schiena indolenzita. Un nuovo passeggero si avvicinò al posto davanti al suo, un uomo che emanava un'aura di sicura mascolinità. Alto, circa un metro e ottantacinque, la pelle scura, baciata dal sole, un viso dai lineamenti marcati che suggerivano una vita vissuta senza troppi fronzoli. La camicia sbottonata rivelava un petto villoso, una foresta scura e invitante che spuntava da sotto il tessuto leggero. Fausto, così si presentò nella mente di Davide, anche se non si erano ancora parlati.
Il suo sguardo indugiò, catturato da quella visione. A Davide piacevano gli uomini, soprattutto quelli più grandi, con la saggezza incisa nelle rughe e la forza ancora pulsante nelle membra. Ma poi il suo sguardo cadde su un dettaglio inequivocabile: l'anello nuziale, un cerchio d'oro che brillava al dito di Fausto. Un muro invisibile si erse tra loro, un confine che Davide era abituato a rispettare, anche se il desiderio non si spegneva mai del tutto. Distolse lo sguardo, fingendo interesse per il finestrino.
Fausto si sistemò sul sedile, un movimento ampio che, apparentemente senza volerlo, portò la sua gamba a strusciare contro quella di Davide.
«Oh, scusi», mormorò Fausto, la voce roca e profonda, un suono che vibrò nell'aria.
Davide annuì, un sorriso tirato, il cuore che gli batteva un po' più forte. Poco dopo, un altro struscio, più deciso questa volta.
«Ancora, mi perdoni», disse Fausto, un lampo negli occhi scuri che Davide faticò a interpretare. Sembrava quasi che lo facesse apposta.
Una voce registrata, stavolta non l'annuncio della fermata, si diffuse nell'aria, preannunciando un possibile ritardo. Un guasto al treno, la solita storia. Davide sospirò, l'irritazione che gli increspava il viso.
«Fantastico», borbottò, più a se stesso che all'uomo di fronte.
Fausto scosse la testa, un sorriso ironico gli increspò le labbra.
«I treni italiani, una garanzia di imprevisti, non crede?»
Davide alzò lo sguardo, un sorriso stanco.
«Una certezza, direi. Ogni viaggio una nuova avventura, o forse sarebbe meglio dire, una nuova odissea.»
Fausto rise, un suono caldo e avvolgente.
«Odissea è la parola giusta. Lei dove scende?»
«Giù, nel profondo sud. Nella mia città natale.»
«Addirittura? Anche io. Stesso treno, stessa destinazione. Che coincidenza.»
Fausto lo guardò con un'intensità che fece arrossire Davide. L'anello, ancora lì, sembrava quasi una beffa. I due continuarono a scambiare qualche parola, lamentandosi dei ritardi, della qualità del servizio, delle piccole grandi frustrazioni del viaggio. L'atmosfera si fece più leggera, un'insolita confidenza che nasceva dalla condivisione di una comune sventura.
A un certo punto, Fausto si alzò, stiracchiando le braccia muscolose.
«Che ne dice di sgranchirci le gambe e prendere qualcosa al vagone ristorante? Questa attesa mi sta mettendo fame e sete.»
Davide annuì, l'idea di muoversi gli sembrava allettante. Mentre Fausto si girava per lasciargli il passo, il suo sguardo cadde inevitabilmente sul pacco dell'uomo. Un rigonfiamento evidente, un'ombra scura sotto i pantaloni, che non lasciava spazio a dubbi. Il cuore di Davide fece un balzo, un calore improvviso gli si diffuse nel ventre.
Fausto se ne accorse. Un sorriso malizioso gli increspò le labbra mentre, con un gesto lento e deliberato, si sistemava il cazzo attraverso i pantaloni. Davide sentì il sangue salirgli al viso, un rossore che cercò di nascondere distogliendo lo sguardo, fingendo di essere interessato al corridoio.
«Ce l'ho sempre duro. Una gran voglia di scopare, non vede l'ora di arrivare a casa. Mia moglie non la vedo da settimane.»
Davide lo guardò, gli occhi sgranati, la sorpresa che gli annullava ogni tentativo di finzione. Fausto tirò fuori il telefono, lo sbloccò con un gesto rapido.
«Guarda qui», disse, porgendo il cellulare a Davide. Nello schermo, una serie di messaggi espliciti, parole che avrebbero fatto arrossire un marinaio. Frasi come "ti aprirò in due", "ti sfoderò la fica e il culo", "ti farò urlare di piacere", "ti scoperò tutta la notte senza sosta", "ti scoperò per almeno una settimana di fila". Il tutto, come se fossero amici di lunga data, come se si conoscessero da sempre.
Davide sentì un brivido scuoterlo. L'audacia di quell'uomo era disarmante, la sua sfrontatezza quasi seducente. Non riuscì a trattenere un sorriso, un misto di imbarazzo e divertimento.
«Beh, sembra che sua moglie avrà un bel benvenuto», commentò Davide, cercando di mantenere un tono casuale, ma la sua voce tremava leggermente.
Fausto ritirò il telefono, un ghigno soddisfatto.
«Oh, lo avrà, eccome. Non vede l'ora, e neanche io.»
Si incamminarono verso il vagone ristorante, le chiacchiere leggere, intervallate dalle risate di Fausto, un suono che riempiva lo spazio e allontanava la tensione. Nel vagone ristorante, l'atmosfera era più vivace, il brusio delle conversazioni si mescolava al tintinnio dei bicchieri. Davide si avvicinò al bancone, intento a ordinare un caffè. Fausto si posizionò dietro di lui, la sua presenza massiccia e calda. Il treno sussultò, un sobbalzo improvviso. Fausto, con un movimento che sembrava dettato dall'instabilità del vagone, appoggiò il suo cazzo duro contro il culo di Davide. Una pressione inequivocabile, calda e pulsante. Davide irrigidì la schiena, un brivido che gli corse lungo la colonna vertebrale. Non si spostò, fingendo di non accorgersene, ma ogni fibra del suo essere registrava quella sensazione, la consapevolezza di una cosa enorme che doveva avere Fausto in mezzo alle gambe.
Il caffè arrivò, caldo e amaro. Si sedettero a un tavolino, Fausto di fronte a Davide, lo sguardo penetrante.
«Non ce la faccio più», disse Fausto, la voce abbassata, quasi un lamento. «Devo farmi una sega. Adesso.»
Davide lo guardò, sorpreso, il caffè a mezz'aria. Fausto si alzò, indicando un piccolo cartello sul bagno lì vicino. "Porta e aria condizionata guaste. Si prega di usare un altro bagno".
«Perfetto. Questo è il bagno ideale», Fausto sorrise, un'espressione maliziosa. «Mi faresti un favore? Controlla che nessuno apra la porta mentre sono dentro.»
Davide, ancora un po' intontito dalla richiesta, annuì, la curiosità che vinceva sull'imbarazzo. Si posizionò davanti alla porta del bagno, le orecchie tese, il cuore che batteva un ritmo frenetico. Dopo qualche minuto, la porta si socchiuse, uno spiraglio che rivelava l'oscurità interna.
«Ehi, potresti tenerla un po' aperta?» la voce di Fausto era più roca, ansimante. «Non funziona l'aria condizionata, sto soffocando dal caldo.»
Davide obbedì, tenendo la porta leggermente aperta. La luce fioca del corridoio illuminò l'interno del bagno, rivelando Fausto, i pantaloni abbassati fino alle ginocchia, la mano che stringeva il suo cazzo. Un'enorme, impressionante asta che pulsava e si muoveva tra le dita di Fausto. Davide fu calamitato da quella visione, lo sguardo incollato all'attrezzo gigante, incapace di distogliere gli occhi. Fausto continuava a segarsi, il suo sguardo fisso su Davide, un sorriso sfrontato sul viso.
«Ti piace il cazzo, Davide?» chiese Fausto, la voce un ringhio gutturale, il ritmo della sua mano che accelerava.
Davide non rispose, come in trance, il respiro bloccato in gola. Il suo corpo reagiva, un formicolio che gli si diffondeva ovunque. Fausto capì. Un lampo di intesa passò tra loro, un riconoscimento silenzioso.
«Perché io ho una gran voglia di scopare. E qualsiasi buco va bene.»
Con un gesto rapido, Fausto afferrò il braccio di Davide, tirandolo dentro il piccolo bagno. L'aria era densa, satura di un odore forte, maschile, un misto di sudore e eccitazione. Fausto chiuse la porta dietro di loro.
«Siediti», ordinò Fausto, indicando il WC.
Davide obbedì, il suo corpo che rispondeva agli ordini senza un attimo di esitazione. Si sedette sul bordo del water, lo sguardo fisso sul cazzo enorme che ora si ergeva, duro e pulsante, davanti ai suoi occhi. Fausto si avvicinò, il suo sguardo che bruciava. Prese la testa di Davide tra le mani, i pollici che gli accarezzavano le guance.
«Apri la bocca, cazzo.»
Davide aprì la bocca, un'apertura invitante. Fausto spinto il suo cazzo dentro, la punta che toccò il palato di Davide. Il sapore, un misto di sale e mascolinità, inondò la bocca di Davide. Davide, senza una parola, cominciò a leccare, a succhiare, un pompino da maestro, la lingua che avvolgeva l'enorme asta, le labbra che si stringevano e si rilasciavano. Fausto gemette, un suono profondo che vibrava nel piccolo spazio.
«Bravo, puttana. Succhiami tutto, leccami bene, cazzo. Leccami le palle, succhiami la cappella. Voglio sentire la tua gola che si stringe intorno al mio cazzo.»
Fausto cominciò a dire oscenità, parole sporche che si mescolavano ai gemiti di piacere. La mano di Fausto si posò sulla nuca di Davide, spingendolo più a fondo, il cazzo che gli scendeva sempre più giù nella gola. Davide sentiva il pomo d'Adamo di Fausto che si muoveva, il suo corpo che tremava. Il ritmo accelerò, Fausto che spingeva e tirava, i suoi fianchi che si muovevano con una forza crescente.
«Succhiami forte, cazzo! Voglio sentire la tua bocca che mi stringe! Voglio venire in gola, puttana!»
Davide continuò, la sua bocca che lavorava instancabilmente, la lingua che si muoveva, il cazzo di Fausto che gli riempiva la bocca, la gola. Fausto gemette, il suo corpo che si irrigidiva. Con un grido gutturale, prese la testa di Davide con entrambe le mani, spingendola con forza, e gli scaricò in bocca un getto caldo e denso di sborra.
«Bevi tutto, cazzo! Non sprecare una goccia! È la mia sborra, devi berla tutta!»
Davide obbedì, deglutendo la sborra di Fausto, il sapore forte e salato che gli riempiva la bocca, gli scendeva in gola. Fausto lo guardò, il suo respiro ancora affannoso, un sorriso di trionfo sul viso. Si rese conto che Davide aveva eseguito alla lettera ogni suo ordine, ogni suo desiderio. Era suo, completamente suo.
Finito il pompino, Fausto si sistemò i pantaloni, un'espressione soddisfatta sul viso. Davide si pulì la bocca con il dorso della mano, gli occhi che brillavano di un'insolita luce. Senza una parola, Fausto aprì la porta del bagno e tornò al suo posto. Davide, dopo un attimo, lo seguì, il suo corpo ancora scosso dai brividi, il sapore di Fausto ancora sulle labbra.
Il treno riprese la sua corsa, il paesaggio che scorreva veloce oltre il finestrino. Le persone a bordo diminuivano, i vagoni si facevano più vuoti. Dopo nemmeno mezz'ora, Fausto aveva di nuovo il cazzo duro. Il ricordo della bocca di Davide, di come aveva succhiato il suo cazzo, lo aveva riacceso. Fece un cenno a Davide, uno sguardo che non ammetteva repliche. Davide, senza parlare, si alzò e lo seguì.
Tornarono nel bagno fuori uso, il piccolo spazio che ormai sembrava il loro santuario segreto.
«Togliti la maglietta», ordinò Fausto, la voce bassa, quasi un sibilo. «Voglio pisciarti in bocca.»
Davide non esitò. Si tolse la maglietta, il suo busto snello che si rivelò alla luce fioca. Poi si inginocchiò, la bocca aperta, pronto a ricevere l'oro liquido di Fausto. Fausto rimase senza parole. Non si aspettava una tale obbedienza, una sottomissione così totale. La sua eccitazione crebbe, un'onda di desiderio che lo travolse. Tirò fuori il suo grosso cazzo, lo posizionò sopra la bocca aperta di Davide. Un getto caldo e salato inondò la bocca di Davide.
«Bevi, puttana! Bevi il mia piscio! Sei un depravato, un cazzo di schiavo!»
Fausto continuò a offenderlo, a dirgli oscenità, mentre Davide beveva, il suo corpo che tremava di piacere. E poi Fausto vide qualcosa che lo sorprese ancora di più. Davide, con una mano, tirò fuori il suo piccolo pene, e cominciò a masturbarsi, gli occhi chiusi, un gemito che gli usciva dalle labbra. Fausto capì. A Davide piaceva essere sottomesso, umiliato, usato.
Finito di pisciare, Fausto si sistemò. Davide, dopo essersi ricomposto, tornò al suo posto. Fausto lo seguì, un sorriso soddisfatto sul viso. Non passò nemmeno mezz'ora che Fausto si alzò di nuovo, il cazzo evidentemente in tiro. Si avvicinò all'orecchio di Davide, un sussurro che gli fece venire i brividi.
«Voglio il tuo culo ora.»
Questa volta, Fausto non dovette nemmeno chiedere a Davide di seguirlo. Davide si alzò, come un automa, e lo seguì nel bagno. Il piccolo spazio che ormai era diventato il loro rifugio, il luogo dei loro segreti più oscuri.
«Aprimi in due, Fausto», Davide implorò, la voce roca, gli occhi che brillavano di desiderio. «Fammi tutte le porcate che hai detto a tua moglie. Usami, ti prego.»
Fausto non se lo fece ripetere due volte. Spinto da un'eccitazione incontenibile, prese Davide per le spalle, lo spinse contro il muro del bagno. I pantaloni di Davide scesero velocemente, poi quelli di Fausto. Il cazzo enorme di Fausto si presentò, duro e pulsante, davanti al culo di Davide. Fausto lo prese per i fianchi, lo spinse in avanti. Davide gemette, un suono strozzato, mentre l'enorme cazzo di Fausto entrava nel suo ano, con una facilità sorprendente, come se niente fosse.
Fausto capì. Davide era abituato a prendere cazzi grossi nel culo. Non c'era resistenza, solo una morbida accoglienza. Fausto cominciò a spingere, a sfondare, un ritmo selvaggio, i suoi fianchi che si muovevano con una forza animalesca. Davide urlava, gemeva, si stringeva a Fausto, il suo corpo che si contraeva in spasmi di piacere. Il suono della pelle che sbatteva, il respiro affannoso di entrambi, riempivano il piccolo spazio. Fausto spingeva più forte, più a fondo, il suo cazzo che penetrava sempre di più, fino a toccare il fondo.
«Sei mio, cazzo! Sei la mia puttana! Urla, schiavo! Urla il mio nome!»
Davide urlava, Fausto che lo possedeva completamente, il suo corpo che rispondeva a ogni spinta. Fausto sentì il piacere montare, un'onda che lo travolse. Con un ultimo gemito strozzato, si riversò dentro Davide, un getto caldo e denso che riempì il suo ano.
Fausto si ritirò, il cazzo ancora pulsante, gocciolante. Si rivestì, il suo sguardo fisso su Davide, che era rimasto nudo, il suo corpo tremante, l'ano ancora aperto e gocciolante.
«Rimani qui», ordinò Fausto, la voce ferma, senza appello. «Nudo, a mia disposizione, finché non arriviamo a destinazione.»
Davide obbedì, senza una parola. Non si rivestì, non si mosse da lì. Rimase in ginocchio, il suo corpo nudo, in attesa. Fausto uscì dal bagno, lasciando Davide solo, la porta socchiusa.
A un certo punto, il treno si fermò di nuovo, in mezzo al nulla. Un problema alla linea, annunciò la voce metallica. I pochi passeggeri a bordo protestarono, lamentele e imprecazioni che si levarono nell'aria. Tutti, tranne Fausto. Fausto si alzava, tornava nel bagno, pissciava addosso a Davide, lo scopava di nuovo, ripetutamente, ogni volta che ne aveva voglia. Davide era sempre lì, nudo, in attesa, il suo corpo che rispondeva senza esitazione a ogni desiderio di Fausto.
Quando mancava poco all'arrivo della loro fermata, Fausto tornò nel bagno.
«Rivestiti», ordinò, la voce più morbida, quasi un addio. «Torna al tuo posto.»
Davide si rivestì, il suo corpo ancora indolenzito, ma la sua mente in uno stato di euforia. Tornò al suo posto. Fausto, intanto, tirò fuori il telefono e chiamò la moglie.
«Amore, sto arrivando. Preparati, perché ti scoperò fino all'esaurimento delle energie.»
Davide sentì le parole, il suo cuore che si stringeva. Fausto era un toro, un uomo insaziabile. Lo aveva usato per tutto il viaggio, e ora avrebbe scopato anche la moglie. Davide non disse una parola, la sua mente che elaborava gli eventi, le sensazioni, le parole.
Quando il treno rallentò, annunciando l'arrivo alla loro stazione, Davide fece un gesto inaspettato. Prese un piccolo pezzo di carta, scrisse il suo numero di telefono. Mentre Fausto si alzava per scendere, Davide gli scivolò il biglietto nella tasca.
«Usami, Fausto», sussurrò, la voce bassa, quasi impercettibile. «Ogni volta che ne hai bisogno.»
Fausto lo guardò, un sorriso enigmatico sul viso. Annuì, un gesto quasi impercettibile.
E così fu. Da quel giorno, ogni volta che Fausto si trovava nella sua città, e aveva voglia di una trasgressione, mandava un messaggio a Davide con una posizione GPS. E Davide era lì, pronto, il suo corpo e la sua mente a completa disposizione di Fausto. Lo usava per ogni tipo di porcata gli venisse in mente. Davide era felice. In fondo, lui sapeva di essere uno schiavo, e da tempo cercava un padrone che lo usasse a suo piacimento.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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