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L'elettromiografia inusuale
01.04.2024 |
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"Il suo uccello, sotto la pressione delle dita, cominciò a svegliarsi, a farsi turgido..."
Mario, trentanove anni, sentiva la schiena come un’antica quercia sotto la scure. Un dolore sordo, implacabile, si era radicato nella zona lombare, costringendolo a ingoiare pillole come fossero caramelle. Era diventato un rituale amaro, un promemoria costante di un corpo che, a quasi quarant’anni, sembrava già cedere. La pelle olivastra, un tempo segno di vitalità mediterranea, ora pareva solo stanca. Il suo fisico asciutto, un metro e ottanta di muscoli tesi, si sentiva fragile. Quei capelli neri, spessi, incorniciavano un viso spesso corrucciato. Stanco di quel tormento silenzioso, decise che era ora di agire.Il suo medico di base, un uomo dal fare sbrigativo ma rassicurante, ascoltò la litania dei sintomi e annuì pensieroso.
«Mario, questo dolore non è da sottovalutare. Facciamo chiarezza, ti prescrivo un’elettromiografia. È il modo migliore per vedere come stanno lavorando i nervi e i muscoli lì dietro. Ci dirà esattamente cosa succede.»
Mario annuì, un barlume di speranza si accese. Tornato a casa, si buttò a capofitto nella ricerca online. Elettromiografia. Le informazioni erano frammentarie, un mosaico incompleto. Un neurologo, sì, posizionava elettrodi sulla pelle, inviava stimoli elettrici lungo i nervi. Le risposte rivelavano la velocità di conduzione delle fibre nervose. Ma dove? Sulla schiena? Sulle gambe? E l’abbigliamento? Nessuna indicazione chiara, solo un vago senso di incertezza. Sembrava un esame quasi misterioso.
Nonostante la poca chiarezza, la decisione era presa. Trovò un piccolo centro nella sua zona, un posto discreto. Due giorni di attesa, un tempo ragionevole. La segretaria, al telefono, aveva precisato: “Nessuna preparazione particolare, nessun abbigliamento specifico.” Mario appuntò l’orario: venerdì sera, le diciannove.
Il venerdì, il sole era già sceso oltre i tetti, tingendo il cielo di sfumature viola quando Mario varcò la soglia della clinica. L’aria era silenziosa, densa di un’attesa quasi palpabile. La segretaria, una donna minuta con occhiali appoggiati sulla punta del naso, lo accolse con un sorriso stanco.
«Buonasera, Mario Rossi, giusto? Prego, si accomodi in sala d’attesa. Il dottore la chiamerà a breve.»
La sala era piccola, due poltrone in velluto bordeaux e un tavolino con riviste vecchie. Non c’era anima viva. L’orario, pensò, era insolito per un viavai. Quindici minuti si trascinarono lenti. Poi, l’unica porta chiusa si aprì. Una signora sulla sessantina, il viso tirato dalla stanchezza, emerse, salutando il medico con un cenno del capo.
«Grazie, dottore. Buon fine settimana.»
Il dottore, un uomo sulla cinquantina, dai capelli brizzolati e occhi di un verde intenso che catturavano lo sguardo, la salutò con un sorriso professionale. La segretaria aveva finito il suo turno, si sporse dalla reception.
«Arrivederci a tutti, buon weekend!»
Il medico salutò la segretaria e si voltò verso Mario, i suoi occhi verdi lo fissarono con un’intensità inaspettata.
«Mario Rossi?»
«Sì, sono io.»
«Prego, entri pure.»
Mario si alzò, il cuore che batteva un po’ più forte. La stanza era asettica, illuminata da luci fredde. Un lettino da visita occupava il centro, coperto da un lenzuolo di carta. Oltre al dottore, notò subito l’assistente. Un ragazzo sui venticinque anni, alto, una scultura di muscoli sotto la maglietta aderente. Capelli e barba neri, curatissimi, gli conferivano un’aria quasi statuaria.
Il dottore si accomodò dietro una scrivania, indicando a Mario la sedia di fronte.
«Allora, sig. Rossi mi parli un po’ di questo dolore. Da quanto tempo? Come si manifesta? Ci sono posizioni che lo peggiorano o lo alleviano?»
Mario iniziò a descrivere la sua odissea, il dolore che si irradiava, la rigidità mattutina. Mentre parlava, notò il dottore scambiarsi rapide occhiate con l’assistente. Erano sguardi veloci, quasi impercettibili, ma carichi di una qualche intesa che Mario non riusciva a decifrare. Scosse la testa, attribuendo la sensazione al proprio nervosismo. L’esame lo preoccupava più di quei misteriosi sguardi.
Finite le domande, il dottore si appoggiò allo schienale della sedia.
«Bene, sig. Rossi. Ho un quadro più chiaro. Ora, l’assistente la preparerà per l’esame. Io intanto finisco di aggiornare la sua scheda al computer.»
L’assistente gli si avvicinò, il suo corpo imponente proiettava un’ombra su Mario. La sua voce era gentile, ma con una nota autoritaria che non ammetteva repliche.
«Mi segua, per favore, verso il lettino.»
Mario si alzò, seguendolo. L’assistente indicò il lettino.
«Per l’esame, dovrà togliere tutti i vestiti. Rimanga pure solo con l’intimo.»
Mario rimase immobile, basito. Tutti i vestiti? Solo l’intimo? Le sue ricerche non avevano minimamente accennato a una preparazione del genere. Ritrovarsi lì, in mutande, davanti a un uomo affascinante e un ragazzo da sogno. Un’ondata di imbarazzo lo travolse.
Tornò alla realtà con un sospiro. Si sfilò la camicia, poi i pantaloni, appoggiandoli con cura sulla sedia. Rimase in boxer, le guance arrossate. L’assistente lo osservava con un’espressione neutra. Dietro il paravento, sentiva il ticchettio della tastiera del dottore, un suono che sembrava sottolineare la sua vulnerabilità.
«Dovrò usare un macchinario un po’ datato, purtroppo il nuovo è in assistenza,» spiegò l’assistente, la sua voce bassa e misurata. «Per questo, avrò bisogno di cospargerla con un gel su tutto il corpo. Aiuterà gli elettrodi a dare risposte precise. Si sdrai pure a pancia in giù sul lettino.»
Mario obbedì, la mente che correva. Gel su tutto il corpo? Anche questo non era emerso dalle sue ricerche. Forse, pensò, la spiegazione era davvero nel macchinario vecchio. Si stese, il freddo del lenzuolo di carta sulla pelle. Sentì il ragazzo agitare un flacone.
«Ora le metto un po’ di carta assorbente nei boxer, per non sporcarli con il gel.» L’assistente fece una pausa, poi aggiunse con un tono scherzoso che non si aspettava. «Sarebbe stato meglio togliere anche i boxer, così non rischiavamo di rovinarli proprio.»
Mario non rispose, troppo imbarazzato. Sentì il ragazzo infilare la carta nei boxer, le sue dita sfiorarono, quasi accarezzarono, il suo sedere. Un brivido lo percorse. Il pensiero corse a quando si sarebbe dovuto girare a pancia in su. Cercò di scacciare quell’immagine, di non pensare a nulla che potesse risvegliare il suo cazzo e causare una figuraccia.
Il gel freddo iniziò a spargersi sulla sua schiena, poi sui fianchi, sulle gambe. Le mani dell’assistente erano ferme, professionali, ma il contatto era intimo, le dita si insinuavano in ogni anfratto. Sembrava quasi un massaggio, un tocco che lo faceva fremere. Ma il dottore era lì, dall’altra parte del paravento. Niente di strano, si disse, solo la procedura.
«Ora, per favore, si giri a pancia in su.»
Mario si girò lentamente, cercando di mantenere un’aria indifferente. Vide l’assistente strappare un altro pezzo di carta assorbente. Già immaginava. Il ragazzo si avvicinò ai suoi boxer, li tirò giù leggermente, inserì la carta piegandola sull’elastico. In quel movimento, le sue mani entrarono completamente nei boxer, sfiorandogli, toccandogli il cazzo più volte. Mario trattenne il respiro. Il suo uccello, sotto la pressione delle dita, cominciò a svegliarsi, a farsi turgido. Cercò di rimanere calmo, di controllare la reazione del suo corpo.
L’assistente continuò a cospargerlo di gel, le mani che scivolavano sull’addome, sul petto, sulle braccia, poi si soffermò sull’inguine, sull’interno coscia. La situazione peggiorò. Il suo cazzo si ingrossò ancora di più, una protuberanza evidente sotto il tessuto bagnato dei boxer.
Un rumore improvviso. La sedia del dottore si spostò con uno strattone. Mario capì. Il medico stava arrivando. Era completamente unto di gel, e il suo cazzo era più che barzotto.
Il dottore apparve da dietro il paravento, i suoi occhi verdi scrutarono Mario, poi si posarono sul suo inguine. Un leggero sorriso gli increspò le labbra.
«Direi che siamo pronti.»
Prese gli elettrodi da un carrello che l’assistente gli aveva avvicinato. Cominciò a posizionarli in varie parti del corpo, soffermandosi sulla parte bassa della schiena e sulle gambe.
«Sarebbe stato più comodo se avesse avuto degli slip,» mormorò il dottore, mentre cercava di fissare un elettrodo sulla coscia. «Dovrò spostarle i boxer per posizionare gli elettrodi nella zona dell’inguine.»
Mario sentì un senso di panico. La situazione stava precipitando.
«Assistente,» il dottore alzò lo sguardo, «per favore, faccia salire la parte bassa dei boxer di Mario. Così posso operare più comodamente.»
L’assistente si chinò su Mario. Le sue mani, con un movimento improvviso e aggressivo – forse deliberato, pensò Mario – tirarono su i boxer. Il cazzo di Mario, ormai completamente eretto, schizzò fuori, liberandosi dalla prigione di tessuto bagnato.
Mario era paralizzato. Non sapeva cosa dire, cosa fare. Un sussurro gli sfuggì dalle labbra.
«Mi scusi.»
Il medico, forse per stemperare la tensione, o forse per aggiungere benzina al fuoco, lo guardò con un’espressione quasi divertita.
«Beh, ormai quello che doveva stare nei boxer è praticamente fuori. Direi che possiamo anche toglierli del tutto, così posso concludere l’esame più facilmente.»
Mario non poteva credere alle sue orecchie. Mentre cercava di mettere insieme i pensieri, di trovare una risposta intelligente, l’assistente si chinò di nuovo. Con un gesto rapido e deciso, gli sfilò i boxer. Mario era completamente nudo, il cazzo teso, puntato verso il soffitto.
Un mix di sensazioni lo avvolse: imbarazzo, eccitazione, incredulità. Non riusciva a proferire parola. Il dottore, con estrema nonchalance, continuava a posizionare gli elettrodi. Il problema ora era che il suo cazzo, duro e irrequieto, continuava a sbattere contro le mani del medico. Il dottore, infastidito, alzò lo sguardo verso l’assistente.
«Assistente, per favore, tenga fermo il suo pene.»
L’assistente si chinò di nuovo. Le sue dita forti e calde afferrarono il cazzo di Mario, stringendolo saldamente. Mario rimase in silenzio, ma notò di nuovo quelle occhiate tra i due, sguardi fugaci ma carichi di una complicità che ora gli appariva più chiara.
Il medico si accigliò, osservando il suo pene.
«Visto che ci siamo,» disse, la sua voce ora più grave, «userò le stimolazioni elettriche anche sul suo pene. Così avremo una visione globale della sua problematica.»
Mario sentì il cuore balzare in gola. Ma il dottore, anziché prendere gli elettrodi, li passò nelle mani dell’assistente. L’assistente, con un sorriso appena accennato, posizionò gli elettrodi sul glande di Mario.
La prima scarica elettrica lo fece sussultare. Un fremito intenso, doloroso ma stranamente eccitante, lo percorse. Il suo cazzo pulsava, si contraeva sotto la stimolazione. Poi un’altra scarica, e un’altra ancora. Gemiti gli sfuggirono dalle labbra. Iniziò a contorcersi sul lettino, le gambe che si agitavano involontariamente. Si sentiva come in un video sadomaso.
Mentre le scariche continuavano, sentì delle mani afferrargli la vita. Non quelle dell’assistente. Un’altra coppia di mani, più grandi, più decise. Lo tirarono giù dal lettino, facendolo scivolare. Fece in tempo ad alzare lo sguardo. Il dottore stava aprendo il camice, i pantaloni che scivolavano a terra. Da sotto il tessuto, un cazzo di diciotto centimetri, spesso e duro, spuntò fuori, puntando dritto verso il suo culo.
Il gel freddo sul suo ano. Mario era nel mutismo più totale, il suo corpo scosso dalle stimolazioni elettriche sul cazzo, mentre il dottore gli ficcava il suo uccello duro nel culo. Un dolore acuto, poi una sensazione di pienezza, di violazione. Il dottore iniziò a spingere, con violenza, per almeno mezz’ora. Mario non riusciva a muoversi, il suo corpo era un campo di battaglia di sensazioni contrastanti: il piacere delle scariche elettriche sul pene, il dolore e la pienezza dell’ano che si apriva, la vergogna, l’eccitazione.
Poi, un calore improvviso, un’ondata liquida si riversò dentro di lui. Il dottore era venuto. Un silenzio irreale calò nello studio. Il ticchettio del computer sembrava l’unico suono rimasto.
Il dottore si rivestì, con la stessa nonchalance con cui aveva iniziato l’esame.
«Le lascio il referto della sua visita all’ingresso,» disse, la sua voce ora fredda, professionale. «Io ora la saluto e torno a casa dalla mia famiglia. La lascio nelle mani del mio assistente, che dovrà fare altre indagini per approfondire il suo mal di schiena.»
Mario sentì il corpo dell’assistente muoversi. Poi, fu girato a pancia sotto, le gambe che penzolavano dal lettino. Il medico era già vicino alla porta.
«Puoi scopartelo quanto vuoi,» disse il dottore all’assistente, la sua voce un sussurro che però risuonò forte nell’orecchio di Mario. «Tanto domani è sabato e la clinica è chiusa… e poi, con tutte quelle sovrastimolazioni che gli abbiamo dato, non si muoverà tutta la notte!»
La porta si chiuse con un click secco. Un misto di sconforto e piacere assalì Mario. Era vero. Non riusciva a muoversi. Il suo corpo era indolenzito, ma una strana eccitazione gli bruciava dentro. Capiva perfettamente quello che stava succedendo.
Sentì il fruscio dei vestiti. L’assistente si stava spogliando. Mario alzò leggermente la testa. Un corpo statuario, muscoli scolpiti, si rivelò sotto i suoi occhi. E poi, un cazzo. Molto più grande di quello del dottore, sia in lunghezza che in circonferenza.
Il tappo del gel si aprì con uno schiocco. Mario capì. Sarebbe stata una lunga notte.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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