incesto
Ladri a casa della zia
06.03.2026 |
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"Emilia urlava, si aggrappava alla sua schiena, le unghie che le affondavano nella pelle..."
Il ronzio monotono della vecchia lavatrice del condominio, un lamento familiare che scandiva le serate, si interruppe bruscamente, lasciando Roberto in un silenzio inatteso. Le luci al neon della cucina riflettevano sul piano di lavoro immacolato, mentre lui cercava di concentrarsi sul capitolo di diritto internazionale, ma le parole sulla pagina restavano opache. La grande città lo aveva accolto con il suo frastuono e la sua solitudine, un contrasto stridente con l'abbraccio familiare della sua piccola casa d'infanzia. Ogni domenica, però, trovava un barlume di quel calore, guidando per pochi chilometri fino alla cittadina in provincia dove Emilia, sua zia, viveva da sola. Cinquant'anni portati con una dignità silenziosa, un velo di malinconia negli occhi che non si era mai del tutto dissolto dopo la morte del marito, dieci anni prima.Il telefono vibrò sul tavolo, un trillo acuto che lo strappò dai suoi pensieri. Era zia Emilia. La voce che rispose non era la sua solita, calma e rassicurante. Era un sussurro spezzato, intriso di puro terrore.
«Roberto… ti prego…» La zia ansimava, le parole gli arrivavano frammentate. «Sono… sono entrati in casa…»
Il sangue gli si gelò nelle vene. «Chi? Cosa è successo? Stai bene?» si alzò di scatto, la sedia che strisciava sul pavimento con un rumore stridente.
«Ladri… c'erano ladri… li ho visti… sono scappati… non mi hanno fatto niente, ma… oh, Roberto…» Il pianto le strozzò la voce.
«Sto arrivando. Non toccare niente. Chiama i carabinieri. Arrivo subito.»
Roberto afferrò le chiavi della macchina, il cuore che gli batteva all'impazzata nel petto. Non c'era tempo per pensare, solo per agire. Sfrecciò fuori dall'appartamento, scese le scale due gradini alla volta e si lanciò nella notte. L'acceleratore a tavoletta, l'auto che divorava l'asfalto, ogni secondo un’eternità. Meno di mezz'ora dopo, la sua utilitaria strinse i freni davanti alla villetta della zia. Le luci blu dei lampeggianti dei carabinieri pulsavano nel buio, dipingendo la facciata con ombre danzanti.
Emilia era seduta sul divano, avvolta in una coperta di lana, il viso pallido e gli occhi arrossati. Due carabinieri, un uomo e una donna, si muovevano con fare professionale tra gli oggetti sparsi per la stanza, prendendo appunti.
«Zia!» Roberto si inginocchiò accanto a lei, le prese le mani. Erano fredde e tremanti.
«Roberto… sei qui…» Un sospiro di sollievo le sfuggì dalle labbra.
Il carabiniere più anziano si avvicinò, il taccuino in mano. «Lei è Roberto, il nipote? Sua zia ci ha parlato di lei.»
«Sì, sono io. Come sta? Hanno trovato qualcosa?» Roberto si alzò, la rabbia che cominciava a montargli.
«Fortunatamente, nulla di grave. Hanno messo tutto sottosopra, ma sembra abbiano preso solo qualche oggetto di valore facilmente trasportabile. Nessun danno strutturale, e cosa più importante, sua zia sta bene. Non le hanno fatto del male.»
Roberto tirò un sospiro di sollievo, anche se il pensiero che qualcuno avesse violato la casa della zia gli faceva ribollire il sangue. «Posso aiutarvi in qualche modo?»
«Abbiamo quasi finito i rilievi. Ora dobbiamo verbalizzare e poi potrete sistemare. Intanto, rassicuri sua zia.»
I minuti si trascinarono. I carabinieri finirono il loro lavoro, compilarono i moduli e se ne andarono, lasciando dietro di sé un silenzio ancora più pesante. La casa era un disastro: cuscini rovesciati, cassetti aperti, libri sparsi.
«Vieni, zia, ti aiuto a rimettere a posto.» Roberto si rimboccò le maniche, cercando di infondere un po' di normalità nel caos.
Emilia si alzò, con movimenti lenti e incerti. «Non so nemmeno da dove cominciare.»
Insieme, con gesti lenti e metodici, cominciarono a riordinare. Roberto sollevava mobili, Emilia sistemava gli oggetti. Le ore scivolarono via, la stanchezza si fece sentire. La casa riprendeva lentamente la sua forma, ma l'aria era ancora densa di un'inquietudine palpabile.
«È tardi, Roberto, quasi mezzanotte. Puoi andare, non voglio abusare del tuo tempo.» La zia gli accarezzò un braccio, la voce ancora sottile.
Roberto la guardò. I suoi occhi erano stanchi, il suo corpo scosso. Non poteva lasciarla sola. «Zia, non ti lascio. Dormo sul divano.»
Un sorriso debole, ma sincero, le illuminò il viso. «Davvero? Ma non voglio distrarti dallo studio. Hai esami, vero?»
«Nessuna lezione in queste settimane. Devo solo studiare. E domani non ho corsi. Stare qui mi farà bene, non ti preoccupare.» Le sorrise, rassicurandola.
«Oh, Roberto, mi fa così piacere…» Un velo di gratitudine le inumidì gli occhi.
Un pensiero gli attraversò la mente. «C'è solo un problema. Sono corso via così in fretta che non ho preso nulla. Né pigiama, né spazzolino…»
Emilia agitò una mano. «Non fa niente. Ti do un asciugamano pulito. E per dormire… l'aria è calda, non ti serve molto.»
Roberto le sorrise, un po' imbarazzato. «Allora dormirò solo con gli slip. Spero non ti scandalizzi.»
Un lieve rossore le colorò le guance, ma i suoi occhi le sorrisero. «Ma figurati. Quante volte ti ho cambiato il pannolino, ti ho fatto il bagnetto, quando eri piccolo e vivevamo tutti vicini? Non c'è problema, Roberto.»
Mentre Emilia si affrettava a preparare il divano letto, estraendo le lenzuola pulite dall'armadio, Roberto si sfilò la maglietta, poi i pantaloni. Rimase in piedi, illuminato dalla luce soffusa del salotto, solo con i suoi slip. Emilia si bloccò per un istante, il lenzuolo tra le mani. Lo guardò. Non era più il bambino esile che lei aveva accudito. Le spalle erano larghe, scolpite dalla palestra, il petto e l'addome disegnati da anni di allenamento costante. Un uomo.
Roberto si avvicinò, un sorriso affettuoso sul viso. L'abbracciò forte, il profumo pulito dei suoi capelli le solleticò il naso. «Buonanotte, zia. Chiamami per qualsiasi cosa, mi raccomando.»
«Buonanotte, amore di zia…» La sua voce era un sussurro. Restò ferma per un istante, le braccia strette al suo petto, sentendo il calore del suo corpo. Poi, quasi con un sussulto, si staccò, cercando di allontanare quell'immagine. Si diresse in camera sua, il cuore che batteva un po' più forte del normale.
La mattina seguente, il sole filtrava dalle finestre, dipingendo strisce dorate sul pavimento. Emilia si svegliò presto, con un'idea fissa: preparare una colazione speciale per Roberto, un modo per ringraziarlo di essere rimasto. Mentre attraversava il salotto per andare in cucina, il suo sguardo cadde sul divano. Roberto dormiva a pancia in su, le labbra leggermente dischiuse, un braccio abbandonato sul pavimento. E poi lo vide. Un'erezione potente, che tendeva gli slip quasi fino a strapparli. Il tessuto non riusciva a contenere la protuberanza, che spiccava, enorme e inequivocabile.
Emilia sentì il respiro bloccarsi in gola. Un'ondata di calore le invase il corpo. Quel che aveva intuito la sera prima, ora era lì, in tutta la sua sfacciata realtà. Il nipote non era solo un uomo, era un maschio superdotato. Cercò di distogliere lo sguardo, ma i suoi occhi tornavano sempre a quel rigonfiamento impressionante. Con un movimento quasi furtivo, afferrò una coperta leggera dal bracciolo del divano e la sistemò con delicatezza sul suo bacino, coprendo l'evidenza. Poi si affrettò in cucina, il cuore che le martellava nel petto. L'immagine di quella protuberanza non l'abbandonava, si sovrapponeva ai pensieri della colazione, ai gesti meccanici di preparare il caffè. Erano anni, troppi anni, che non aveva un uomo. Anni di astinenza che, in quel momento, si facevano sentire con una forza travolgente.
Roberto si stiracchiò, sentendo il calore del sole sul viso. Aprì gli occhi, la sensazione di un peso sul bacino lo fece sobbalzare. Si rese conto della sua erezione mattutina, potente e imbarazzante. Abbassò lo sguardo, gli slip che a malapena la contenevano. Prese un respiro profondo, attendendo che l'eccitazione si placasse un po', prima di alzarsi. Solo quando l'erezione si fu attenuata, si alzò, si sistemò gli slip e si diresse in cucina, il profumo del caffè e del pane tostato che gli solleticava le narici.
«Buongiorno, zia.» Entrò, un sorriso sul viso.
Emilia si voltò dai fornelli, il viso leggermente arrossato. «Buongiorno, dormito bene?»
«Benissimo, grazie mille. Tu come stai oggi? Ti senti meglio?»
«Un po' meglio, sì. Ma ancora scossa, a dire il vero.» Posò un piatto di pancake fumanti sul tavolo. «Senti, Roberto, visto che non hai lezioni e devi solo studiare… perché non resti qui per qualche giorno? Ti cucino, ti lavo i vestiti, ti coccolo un po'. Puoi studiare in tutta tranquillità, senza pensieri.»
Roberto la guardò, sorpreso. «Davvero, zia? Non vorrei disturbare…»
«Nessun disturbo! Anzi, mi farebbe piacere averti qui. Questa casa è troppo grande per una persona sola. E poi, mi aiuti a superare lo shock di ieri.»
Un'offerta allettante. Niente affitto, niente spesa, niente pulizie. Solo studio e coccole. «Accetto volentieri, zia. È un'ottima idea. Vado a casa a prendere una valigia con il necessario e torno subito.»
Mentre parlavano, un fragoroso rombo squarciò il silenzio. Si voltarono di scatto verso la finestra. Il cielo si era fatto improvvisamente plumbeo, e gocce grosse come noci cominciavano a picchiettare sui vetri. Un temporale.
«Cavolo, è arrivato all'improvviso.» Roberto si alzò. «Meglio che vada prima che peggiori.»
Si vestì in fretta, salutò la zia e si precipitò fuori. La pioggia era già intensa, scrosciava con violenza. Salì in macchina, girò la chiave, ma il motore tossì debolmente e poi tacque. Provò di nuovo, e ancora. Niente.
«Maledizione!» Imprecò, sbattendo un pugno sul volante.
Sotto la pioggia battente, scese dall'auto. Aprì il cofano, l'acqua gli scivolava sul viso, accecando. Armeggiò con i cavi, cercando di capire cosa non andasse. All'improvviso, sentì il rombo di un motore. Una macchina sfrecciava sulla strada allagata, diretta verso di lui. Per evitare l'onda d'acqua che lo avrebbe investito, si scostò bruscamente, ma il piede gli scivolò su una pozza. Cadde rovinosamente di lato, con un tonfo sordo, atterrando in una pozzanghera profonda. L'acqua gelida gli inzuppò i vestiti dalla testa ai piedi.
Con un gemito di dolore, si rialzò, zoppicando. La macchina, inutilizzabile, il temporale che non accennava a diminuire. Non gli restava che una cosa da fare. Si trascinò fino al citofono della zia e suonò.
Emilia aprì la porta, e la sua espressione di sorpresa si trasformò in orrore. Davanti a lei c'era Roberto, un pulcino bagnato e infreddolito, che gocciolava sul tappeto d'ingresso. Zoppicava visibilmente.
«Roberto! Che ti è successo?» Lo prese per un braccio, aiutandolo a entrare.
«La macchina… non è partita… poi sono sceso sotto la pioggia per vedere… e una macchina è passata a tutta velocità… sono scivolato e caduto…» singhiozzò, intirizzito.
Emilia scosse la testa, un'espressione di preoccupazione sul viso. Prese un asciugamano pulito e glielo passò. «Vieni, togliti questi vestiti bagnati. Ti prendo un accappatoio.»
Roberto cominciò a spogliarsi, le dita intirizzite che faticavano con i bottoni. Si tolse la maglietta, poi i pantaloni, i boxer. Anche gli slip erano completamente inzuppati, aderenti alla pelle. Ancora una volta, Emilia non poté fare a meno di notare la protuberanza che spiccava, inequivocabile. La sua fantasia della notte precedente non era stata affatto esagerata. Era davvero enorme.
«Fatti una doccia calda, ti farà bene.» Emilia gli passò un accappatoio, un po' umido per aver tamponato il suo corpo bagnato.
Roberto si trascinò in bagno. L'acqua calda della doccia fu un sollievo incredibile. Mentre l'acqua gli scivolava sul corpo, la zia bussò alla porta.
«Roberto, posso entrare un attimo? Vorrei prendere i tuoi vestiti bagnati, così li metto subito in lavatrice e nell'asciugatrice.»
«Certo, zia, entra pure!» La voce di Roberto era rilassata, il suono dell'acqua che copriva ogni imbarazzo. «Tanto, anche se sono un po' cresciuto, sono sempre il tuo nipote. Mi hai visto nudo un sacco di volte da bambino.»
Emilia aprì la porta con discrezione ed entrò. Roberto era sotto il getto d'acqua, di spalle. Il suo corpo, illuminato dalla luce del bagno, era uno spettacolo. I muscoli della schiena, le spalle larghe e scolpite, il sedere sodo e perfettamente modellato. Un uomo magnifico. Un'ondata di calore, questa volta diversa, le avvolse il corpo.
Per sdrammatizzare, si schiarì la gola. «Complimenti, Roberto. Un fisico così… sono orgogliosa di te. E che culetto sodo, eh!»
Roberto si voltò, un sorriso sornione sul viso. «Se mi vedessi da davanti, zia, saresti ancora più orgogliosa.»
Emilia sentì un calore improvviso salirle al viso. Si affrettò a raccogliere i vestiti bagnati. «Beh, ho notato una certa… dotazione, sì. Ma ora devo mettere questi a lavare.» Si affrettò fuori dal bagno, il cuore che batteva all'impazzata.
Quando Roberto ebbe finito la doccia, richiamò la zia. «Zia, mi passi l'accappatoio, per favore?»
Emilia si ricordò che l'accappatoio che gli aveva dato era già umido. «Oh, scusa, quello è un po' bagnato. Tieni, prendi questo asciugamano grande.» Gli porse un asciugamano pulito.
Mentre Roberto si asciugava, Emilia notò che la sua spalla destra era arrossata, con i primi segni di un livido che stava affiorando. Guardando meglio, si accorse che tutto il lato destro del suo corpo, dalla spalla al gluteo, era rosso e cominciava a lividirsi.
Roberto si girò per prendere l'asciugamano, e per un istante fugace, Emilia ebbe di nuovo la visione di ciò che si nascondeva tra le sue gambe. Il suo respiro si bloccò. Quello che aveva immaginato, quello che aveva intravisto, non era nemmeno lontanamente paragonabile alla realtà. Era un cazzo enorme. Anche moscio, era lunghissimo, spesso, una vera e propria mazza. Emilia non aveva avuto molti uomini nella sua vita, ma una cosa del genere non l'aveva mai vista. La visione durò solo pochi secondi, ma Roberto sembrò accorgersene, un lampo di consapevolezza nei suoi occhi.
«Vieni, Roberto. Sdraiati sul divano. Dobbiamo mettere qualcosa su questi lividi.» Emilia gli prese un braccio, aiutandolo a camminare, dato che zoppicava ancora.
Si sedettero sul divano. Emilia si sedette accanto a lui, il calore del suo corpo che le arrivava. «Allora, Roberto… hai la ragazza?»
Roberto alzò le spalle, un sospiro. «No, zia. È da mesi che non riesco a trovare nessuna che voglia frequentarmi seriamente.»
Emilia lo guardò, incuriosita. «Come mai? Un bel ragazzo come te, con un fisico così…»
Roberto esitò, poi prese un respiro profondo. «Girano delle voci su di me. Delle voci che… beh, mi rendono difficile trovare una ragazza.»
«Quali voci, Roberto?» Emilia gli prese una mano, stringendola delicatamente.
Roberto la guardò negli occhi, la sua espressione era un misto di imbarazzo e rassegnazione. «Il problema, zia… è il mio cazzo. È troppo grosso.»
Emilia sgranò gli occhi, sorpresa dalla sua franchezza.
«Quando sono arrivato all'università, ho avuto una storia con una ragazza. Le ho fatto davvero male, zia. Non volevo, ma… si è sparsa la voce. Ora tutte sanno che sono ‘superdotato' e che il mio cazzo ‘fa male'. Nessuna vuole rischiare.» La sua voce era piena di frustrazione.
Emilia lo ascoltava, il suo sguardo fisso sul suo viso. Dentro di sé, un'onda di desiderio le travolse. Erano anni che non provava il piacere di un cazzo dentro di lei. Un cazzo così grande… la fantasia le accese il corpo. Ma era suo nipote.
Poi un'idea le balenò in mente. Voleva vederlo, voleva capire se era davvero così enorme. «Senti, Roberto, dobbiamo spalmare una crema su questi lividi, prima che peggiorino.» Si alzò. «Vieni, andiamo nella mia camera da letto. Ho una pomata apposta.»
Roberto la seguì, ancora zoppicando leggermente. Emilia aprì un cassetto, tirò fuori un tubetto di crema e si mise alle spalle di Roberto, che era rimasto in piedi al centro della stanza.
«Allora, cominciamo dalla spalla.» Cominciò a spalmare la crema sulla spalla destra, le sue dita che si muovevano con movimenti lenti e sensuali. La pelle di Roberto era calda e liscia sotto il suo tocco. «Senti dolore da qualche altra parte?»
«Sì, sul gluteo destro, zia.» La voce di Roberto era un po' roca.
«Bene, allora…» Emilia fece un passo indietro. «Devi slacciare l'asciugamano, così posso spalmare bene la pomata.»
Roberto esitò un attimo, poi annuì. Allentò il nodo dell'asciugamano. Con un movimento fulmineo, Emilia afferrò l'asciugamano e lo lanciò lontano. Roberto rimase completamente nudo.
Un attimo di shock attraversò il suo viso, ma poi si rilassò. Era sua zia, e poi… era una donna bellissima, con un corpo ancora magnifico.
Emilia si chinò, spalmando la pomata sulla natica destra di Roberto. Le sue dita si muovevano con una delicatezza studiata, un tocco che era quasi una carezza. Roberto sentì un brivido attraversargli la schiena.
«Zia… potresti passarmi l'asciugamano? Questa cosa mi sta facendo uno strano effetto, ho bisogno di coprirmi…» La sua voce era un sussurro.
Emilia si rialzò, e invece di prendere l'asciugamano, si girò lentamente, in modo da trovarsi di fronte a lui. Roberto, nel frattempo, stava cercando di coprire il suo cazzo enorme con le mani.
«Non aver vergogna, Roberto.» Il suo tono era dolce, ma fermo. «Togli le mani. Devo vedere se ci sono lividi anche lì.»
Roberto la guardò, i suoi occhi erano un misto di desiderio e timore. «Zia, se tolgo le mani, potrei scioccarti. Te l'ho detto, è… grande.»
Emilia fece un passo avanti, le sue mani che gli accarezzavano i fianchi. «Insisto. Voglio vedere. Non mi scioccherà nulla, Roberto.»
Roberto prese un respiro profondo. Si arrese. Lentamente, alzò le mani e le portò dietro la nuca, offrendosi completamente nudo alla zia.
Emilia sentì un mancamento. L'immagine che aveva avuto nella sua mente, la sua fantasia più sfrenata, non era nemmeno lontanamente paragonabile a ciò che vedeva. Era una cosa gigante, una vera e propria clava di carne, semidura, che pendeva tra le sue gambe. Il glande era enorme, scuro, e il fusto sembrava non finire mai. Era incredibile.
Non riuscì più a trattenersi. Un gemito le sfuggì dalle labbra. Si inginocchiò ai piedi di Roberto, lo sguardo fisso su quel membro imponente. Allungò una mano tremante e lo sfiorò, sentendo il calore della sua pelle. Poi, senza pensarci due volte, aprì le labbra e prese la punta del glande tra queste, cominciando a leccarlo con avidità, la lingua che si muoveva con movimenti lenti e sensuali, assaporando il sapore salato e muschiato.
Roberto sussultò, il suo corpo che si tendeva. Un gemito profondo gli sfuggì dalla gola. La mano di Emilia continuò a muoversi, avvolgendosi intorno al fusto, mentre la sua bocca succhiava e leccava, scendendo sempre più in basso, prendendo più che poteva di quell'enorme cazzo. Il suo desiderio, represso per anni, esplose con una forza inaudita.
Con un movimento deciso, Emilia si sfilò la vestaglia, poi si tolse la biancheria intima. Il suo corpo, ancora tonico e sinuoso nonostante i cinquant'anni, fu rivelato.
Roberto la guardò, il suo sguardo che si posava sul suo ventre piatto, sui suoi seni ancora sodi, sui peli scuri che incorniciavano la sua vulva. «Zia, hai un fisico magnifico.» La sua voce era rauca, il suo cazzo pulsava nella bocca di lei.
Emilia si alzò, il suo viso era infuocato di desiderio. Si avvicinò a lui, le sue mani che gli accarezzavano il petto. «Scopami, Roberto. Ti prego. Voglio sentire il tuo cazzo enorme dentro di me. Sono anni che non sento un uomo.»
Roberto non se lo fece ripetere due volte. La prese in braccio e la depose delicatamente sul letto. Si posizionò tra le sue gambe, il suo cazzo che pulsava, duro come una roccia.
Emilia gemette, le sue gambe che si aprivano per accoglierlo. «Ti prego, Roberto… entra…»
Lui si chinò su di lei, la baciò con foga, la sua lingua che esplorava la sua bocca, assaporando il suo sapore. Poi, lentamente, con un movimento deciso, spinse la punta del suo cazzo contro la sua vulva umida. Emilia ansimò, il suo corpo che si inarcava.
«Piano, Roberto… è enorme…»
Lui spinse ancora, con delicatezza. La punta del glande si fece strada, allargando le sue labbra, penetrando la sua entrata. Emilia sentì un dolore acuto, ma presto si trasformò in una sensazione di pienezza, di incredibile dilatazione.
«Così… così bene…» mugolò.
Roberto continuò a spingere, lentamente, in profondità. Il suo cazzo sembrava non finire mai. Emilia sentì che il suo corpo si stava aprendo per accogliere quella massa enorme. Ogni millimetro che entrava era una sensazione nuova, intensa, che non aveva mai provato. Le sue pareti vaginali si stringevano intorno a lui, avvolgendolo.
«Oh, mio Dio, Roberto…» Le lacrime le salirono agli occhi, non di dolore, ma di un piacere così intenso da essere quasi insopportabile. «Non ho mai sentito una cosa del genere… È… è incredibile…»
Quando il suo cazzo fu completamente dentro, un gemito profondo le sfuggì dalle labbra. Era colma, completamente riempita. Il suo corpo tremava, scosso da spasmi di piacere.
Roberto cominciò a muoversi, lentamente all'inizio, poi con colpi più decisi. Il suo bacino si muoveva contro il suo, il suo cazzo che entrava e usciva, schioccando, strofinando, inondandola di sensazioni. Emilia urlava, si aggrappava alla sua schiena, le unghie che le affondavano nella pelle.
«Più forte, Roberto! Ti prego! Scopami! Scopami forte!»
Roberto, anch'egli in astinenza da mesi, non si tirò indietro. La scopò con una foga inaudita, i suoi colpi che risuonavano nella stanza. Il letto scricchiolava sotto i loro movimenti frenetici. Emilia raggiunse un orgasmo dopo l'altro, il suo corpo che si contorceva, le sue grida che riempivano la stanza.
«Non fermarti, Roberto! Non fermarti!» supplicava, la voce spezzata.
Continuarono per quella che sembrò un'eternità, forse un'ora intera. I loro corpi sudati si muovevano in una danza antica, primordiale. Roberto sentiva la pressione crescere, l'orgasmo che si avvicinava. Ma non voleva venire dentro di lei.
Con un ultimo, potente spinta, estrasse il suo cazzo dalla sua fica, un suono umido e schioccante che riempì la stanza. Emilia gemette di delusione, ma un istante dopo, Roberto venne, inondandola di sborra calda e densa. Il suo addome, le sue cosce, il suo petto furono coperti dal suo sperma.
Emilia non era affatto contenta. Con un gemito, si divincolò, si strinse al suo cazzo gocciolante, lo prese tra le labbra e lo ripulì con avidità, leccando via ogni singola goccia di sborra, succhiando con gusto, fino a pulirlo completamente.
Sfiniti, i loro corpi tremanti, si sdraiarono uno accanto all'altra nel letto. Il silenzio era denso, rotto solo dal loro respiro affannoso.
Emilia si voltò, appoggiando la testa sul suo petto. «Roberto…» La sua voce era un sussurro. «Perché non lasci l'appartamento in città e ti trasferisci qui da me? Avresti la casa gratis, non dovresti pensare a cucinare o alle faccende. Potresti studiare tranquillamente.»
Roberto la guardò, sorpreso. «Davvero, zia?»
Emilia gli accarezzò il viso. «Certo. E…» Un sorriso sornione le apparve sulle labbra. «Nel pacchetto, ci sono anch'io. Puoi scoparmi quando vuoi. Il tuo cazzo enorme… mi piace da matti. Altro che le tue amichette!»
Roberto sorrise, il suo cuore che si riempiva di una gioia inaspettata. Non c'era nulla da perdere, e tutto da guadagnare. «Accetto, zia. Accetto volentieri.»
Così, Roberto si trasferì stabilmente a casa della zia. Non dormì più sul divano letto. Ogni notte, si ritrovava nel letto matrimoniale con lei, i loro corpi intrecciati in un abbraccio costante. E non passò giorno senza che i due non scopassero, esplorando ogni recondito angolo del piacere, in un'unione che era allo stesso tempo proibita e irresistibile.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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