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Gay & Bisex

Il presentatore televisivo


di backfill
02.10.2025    |    1.882    |    0 6.3
"La sua resistenza psicologica, già in frantumi, svanì del tutto, sostituita da una sensazione di vuoto e pienezza..."
Il telefono vibrò, una nota stridula contro il marmo freddo del comodino, strappando Federico da un sonno sottile, intessuto di ansie inespresse. La luce cruda dello schermo inondò il suo volto, rivelando la pelle pallida, la stanchezza scavata sotto gli occhi. Un numero familiare lampeggiava: Fulvio. Una scarica elettrica, un brivido di eccitazione residua, subito soffocata dall’ondata gelida della realtà, gli percorse la spina dorsale. Mezz’ora prima, aveva inviato un messaggio, le dita incerte sulla tastiera.

"Tutto bene, stellina?"

Federico stava per rispondere, le dita che si muovevano con la lentezza di un automa sul vetro lucido dello smartphone, quando un altro messaggio interruppe il gesto. Non un testo. Un file video. Un video? Il cuore gli balzò in gola, un tamburo impazzito nel petto. Premette play.

Il mondo gli crollò addosso.

L’inquadratura era di una nitidezza impietosa, professionale, quasi artistica nella sua crudezza. Lui, Federico, nudo, supino, intrappolato sul letto che ora non era più un rifugio, ma un patibolo. Fulvio, un’ombra imponente sopra di lui, la schiena scolpita dai muscoli che si contraevano e si rilasciavano con ogni spinta. E i suoni. Oh, Dio, i suoni. I suoi gemiti, acuti, disperati, volgari, le parole che gli sfuggivano, un fiume in piena mentre Fulvio lo possedeva senza pietà. "Sì, così… più forte… riempimi…" La telecamera doveva essere nascosta con precisione, tra gli scaffali di libri, proprio di fronte al letto. Aveva registrato tutto. Proprio tutto. Ogni piega della carne, ogni espressione contorta, ogni suono.

Il telefono gli tremò nelle mani, un oggetto pesante, traditore. Un sudore freddo gli imperlò la fronte, scendendo lento lungo le tempie. La sua carriera, la sua reputazione immacolata, l’immagine meticolosamente costruita di bravo ragazzo della televisione, tutto evaporato in quel singolo, orribile istante. Il telefono squillò, lo stesso numero, ancora Fulvio. La voce dall’altra parte era un rasoio affilato, calma, tagliente.

“Ti è piaciuto il mio montaggio?”

“Che cazzo hai fatto?” La voce di Federico era un filo spezzato, un sussurro terrorizzato che a malapena usciva dalla gola. “Cancellalo. Ti prego.”

Una risata bassa, roca, graffiò l’aria. “Federico, Federico. È solo l’inizio. Questo video, e tutti gli altri che farò, finiranno su ogni sito, in ogni redazione, se non farai esattamente quello che dico.”

“No… non puoi…”

“Posso. E lo farò. A meno che tu non capisca qual è il tuo posto. Che è sotto di me. O, come stasera, sotto qualcun altro.”

“Stasera?” La nausea gli risalì dallo stomaco, un sapore amaro in bocca.

“Esatto. Alle nove. A casa mia. Ci saranno degli… amici. Vieni vestito come sei ora. Senza mutande.”

“Fulvio, no, ti prego, non posso…”

“Puoi. E lo farai. O il video diventa virale in tempo per il tuo telegiornale delle otto. Scegli.”

La linea morì, un ronzio sordo che riempì il vuoto. Federico rimase immobile, il telefono incollato all’orecchio, ascoltando il nulla assoluto che aveva sostituito il suo futuro. Scelta? Non c’era alcuna scelta. Il panico si trasformò in un’ondata di fredda, disperata rassegnazione.

Alle 20:59 di quella sera, un brivido scosse Federico mentre bussava alla porta di Fulvio. Era avvolto in un cappotto pesante sopra il pigiama, il corpo un groviglio di tremori incontrollabili.

Fulvio aprì, un sorriso crudele gli stirava le labbra. I suoi occhi, scuri e penetranti, indugiavano sul volto pallido di Federico. Lo afferrò per un braccio, le dita che stringevano la stoffa del pigiama, e lo trascinò dentro. Il salone, di solito un modello di minimalismo, era irriconoscibile. Luci basse, un alone ambrato che velava le figure. L’aria era densa, impregnata dell’odore pungente di sudore, fumo di sigaro e un sentore ferroso che Federico non riusciva a identificare. E uomini. Decine di uomini. Erano disposti in un semicerchio perfetto attorno al divano centrale, silenziosi, i loro sguardi famelici che lo scrutavano dalla testa ai piedi. Alcuni erano enormi, masse di muscoli scolpiti, altri snelli e agili, ma tutti condividevano lo stesso bagliore di lussuria incontrollata negli occhi. E al centro del divano, spesse corde di cuoio, sinistre nella loro attesa.

“No,” mormorò Federico, un passo indietro, la voce un sussurro flebile. “Fulvio, per favore…”

Fulvio lo spinse in avanti, un gesto secco e deciso. Due uomini lo afferrarono, le loro mani ruvide che gli strapparono via il cappotto, poi il pigiama, lasciandolo nudo e vulnerabile al centro della stanza. Lo spinsero sul divano, sulla schiena. Le corde di cuoio gli serrarono i polsi, legandoli saldamente ai braccioli del divano. Poi le caviglie, divaricate con forza, fissate alle gambe del mobile. Era completamente esposto, aperto, in balia di tutti quegli sguardi.

“Ti presento i tuoi fan,” sghignazzò Fulvio, la sua mano scivolò lungo la coscia interna di Federico, una carezza possessiva che gli fece rabbrividire la pelle. “Hanno tanto desiderio di conoscere da vicino il famoso presentatore televisivo.”

Il primo uomo si avvicinò. Una montagna di carne e muscoli. Federico chiuse gli occhi, sentendo le lacrime bruciargli le palpebre. *Resisti*, si disse. *È solo un incubo*. Ma poi una mano gli afferrò il mento, costringendolo ad aprire la bocca. Il sapore salato del prepuzio, il calore umido, la dimensione irrealistica che gli riempiva la gola, soffocandolo. Non poteva respirare, il panico lo assalì. *Lasciati andare*, sussurrò una voce dentro di lui, un piacere traditore. Il suo corpo, il suo dannato traditore, iniziò a rispondere. Un gemito soffocato gli sfuggì dalla gola mentre le sue anche iniziarono a muoversi all’unisono con le spinte dell’uomo, la sua bocca diventando attiva, bramosa, inghiottendo con avidità.

Appena quello si ritirò, un altro prese il suo posto. Questa volta era la sua schiena, il suo culo. Le mani gli afferrarono i fianchi, sollevandolo brutalmente, la pelle fredda contro le loro dita. Un grido gli sfuggì, un suono acuto e animalesco, quando sentì la penetrazione, secca, potente, che lo squarciava. Un dolore lancinante si mescolava a una fitta di piacere proibito. Ogni spinta lo sbatteva contro il divano, il suo cazzo, piccolo e indifeso, sussultava contro il tessuto ruvido, eccitato suo malgrado dall’umiliazione stessa.

Era un alternarsi febbrile di corpi, di cazzi, di sensazioni. Una bocca gli inghiottì il membro, succhiando con voracità, le labbra che tiravano e si staccavano con un *schlick* umido, mentre un altro uomo gli usava la bocca, la lingua che si insinuava, esplorando, leccando. Le mani lo palpavano ovunque, pizzicandogli i capezzoli, facendoli turgidi, afferrandogli il sedere con violenza, graffiandogli le cosce con unghie troppo lunghe. Era un oggetto, una cosa da usare, da violare. E il suo corpo, il suo maledetto, perfido corpo, rispondeva a ogni stimolo. Il dolore si trasformava in un calore profondo, un fuoco che gli bruciava le viscere. L’umiliazione si fondeva con un’eccitazione perversa. Gemette, urlò, pregò. Ma non per fermarli. Per averne di più.

Fulvio osservava tutto, un’espressione soddisfatta dipinta sul volto, fumando un sigaro, una spirale di fumo che si avvolgeva verso l’alto. A un suo cenno imperioso, gli uomini si scostarono, lasciando Federico ansimante, la pelle lucida di sudore e lubrificante. Fulvio si avvicinò, il suo cazzo enorme e turgido, pronto, pulsante. Si chinò su Federico, il suo fiato caldo sull’orecchio, un sussurro rauco che gli fece vibrare ogni nervo.

“Sei nato per questo, stellina. Per essere riempito.”

E lo penetrò. Profondamente. Più di tutti gli altri. Federico urlò, un suono lungo e roco che si propagò nell’aria densa, mentre Fulvio iniziava a muoversi con un ritmo brutale, possessivo, ogni spinta un colpo che lo schiacciava più a fondo nel divano. Era il colpo di grazia. La sua resistenza psicologica, già in frantumi, svanì del tutto, sostituita da una sensazione di vuoto e pienezza. Il suo orgasmo esplose, violento e improvviso, un’ondata calda che gli inondò lo stomaco, mentre Fulvio lo possedeva, gridando il suo nome in un misto inestricabile di agonia ed estasi. Fu il segnale. Gli altri uomini ricominciarono a toccarlo, a baciarlo, a penetrarlo di nuovo, ma Federico non sentiva più nulla se non il roteare vorticoso della stanza e l’implacabile, gloriosa violazione di Fulvio che lo ridefiniva, pezzo per pezzo. Sentiva la pelle di Fulvio, calda e liscia, che sbatteva contro la sua, il *thwack* ritmico dei loro corpi. Il pene di Fulvio, robusto e lungo, si spingeva sempre più a fondo, il *shlick* umido si mescolava ai gemiti di Federico, che si trasformavano in un lamento continuo. Ogni spinta lo portava sull’orlo di un altro orgasmo, un’onda che lo travolgeva senza scampo. Le sue gambe, legate, si contraevano involontariamente, le dita dei piedi si arricciavano. Sentiva il sapore del metallo in bocca, il sapore salato delle lacrime e del suo stesso sperma che gli colava sulla gola.

Quando Fulvio finalmente si lasciò andare dentro di lui, un’ondata calda e profonda che riempiva ogni fibra del suo essere, Federico era un’entità completamente nuova. Umiliata, distrutta, eppure viva come non mai, una consapevolezza acuta di ogni nervo, ogni sensazione. Fulvio si tirò indietro, si sistemò i pantaloni con un gesto indifferente e lo guardò, ancora legato, coperto di sudore, seme e lacrime, che respirava affannosamente, il petto che si alzava e si abbassava con sforzo.

“Va’ a lavarti,” disse Fulvio, la voce ora priva di ogni emozione, piatta e tagliente come la lama di un coltello. “Domani c’è un altro programma.”
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