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orge

Il parcheggio dell'ipermercato - cap. 2


di backfill
19.01.2026    |    2.177    |    0 8.8
"C'era solo un gioco di sguardi, un'intesa silenziosa che parlava di desiderio e sottomissione..."
Fabio sentì un brivido di terrore. Non era finita. "No!" gridò, la sua voce rauca. "Lasciatemi in pace! Brutti bastardi schifosi!" Le parole gli uscirono senza controllo, alimentate dalla paura e dalla rabbia.
Nel frattempo, altre persone uscirono dalle due macchine. Dieci in totale, con Juan. Erano tutti uomini, di varie età: alcuni sui quarant'anni, altri cinquanta, perfino settanta. Tutti venezuelani, tutti con la stessa aria robusta e minacciosa. Alla vista di quella folla, Fabio sentì il sangue gelarsi nelle vene. "Scusa," sussurrò, le parole che gli morivano in gola. Ma era troppo tardi.
Juan fece un cenno agli altri. "Caricatelo."
Lo afferrarono, le mani forti che lo sollevavano come un sacco di patate. Lo spinsero in una delle macchine, il suo corpo che si lamentava per ogni movimento. Il viaggio fu breve, ma a Fabio sembrò un'eternità. Lo portarono nello stesso casolare abbandonato, il luogo delle sue torture recenti. L'odore di muffa e degrado era ancora lì, ora mescolato al suo stesso odore di paura e umiliazione.
Lo gettarono a terra. Juan si avvicinò, il suo viso duro. Si sbottonò i pantaloni, il suo cazzo, più vecchio ma non meno imponente di quelli dei ragazzi, che spuntava. I dieci uomini si disposero intorno a lui. Uno dopo l'altro, si pisciarono addosso a Fabio, i getti caldi che gli lavavano via la sporcizia precedente, sostituendola con nuova umiliazione. Sputarono su di lui, i loro sputi che gli macchiavano il viso e il corpo.
"Per le tue frasi razziste," grugnì Juan.
Poi lo legarono su un tavolo di legno, vecchio e scricchiolante, mettendolo a novanta gradi, il culo esposto. Il suo ano, già sfondato e dolorante, ora era di nuovo offerto, vulnerabile. Il primo si avvicinò, il suo cazzo che premeva contro l'apertura. Fabio gemette, una miscela di dolore e terrore. Ma quando il pene entrò, lentamente, inesorabilmente, il suo corpo, contro la sua volontà, si rilassò.
Uno alla volta, i dieci uomini lo inculavano. La scena si trasformò in un'orgia incredibile. Diversi penetravano Fabio contemporaneamente: due cazzi nel culo, due in bocca. Il suo corpo era una carneficina di sensazioni. Il suo ano era completamente sfondato, un buco spalancato che accoglieva senza resistenza. La sua bocca era piena, il suo palato che sentiva la consistenza ruvida dei cazzi, il suo stomaco che si contorceva, ma non vomitava.
A volte, un gemito di piacere gli sfuggiva, un suono che non poteva controllare. "Hai sentito?" esclamò uno degli uomini, ridendo. "Gli piace! La punizione gli piace!"
Tutti capirono. L'umiliazione, la violenza, la sottomissione totale, tutto si fondeva in un perverso piacere che lo travolgeva. Era notte fonda, il tempo aveva perso ogni significato. Il suo corpo era stanco, dolorante, ma non riusciva a smettere di gemere. Juan, però, non era ancora soddisfatto.
Seguendo le istruzioni in venezuelano, lo lasciarono legato nel casolare e se ne andarono. Il freddo tornò ad avvolgerlo, ma il suo corpo era ancora in fiamme. Sapeva che sarebbero tornati. E in qualche modo, una parte di lui, quella più oscura e proibita, lo desiderava.
Le sere successive furono un susseguirsi di orrore e piacere. Tornavano, ogni volta in numero diverso, sempre più uomini. Lo inculavano di continuo, i loro cazzi che entravano e uscivano dal suo ano ormai completamente sfondato. Lo pisciavano addosso, gli dicevano ogni tipo di porcheria, le loro voci che si mescolavano ai suoi gemiti. Il suo corpo era un giocattolo, un buco da riempire, e lui, contro ogni morale, contro ogni pudore, si stava abituando. Anzi, lo desiderava.
L'apice arrivò qualche giorno dopo da quando era stato legato nel casolare. Arrivarono in venti. Tutti venezuelani. La stanza si riempì di corpi, di voci, di odori. Si gettarono su Fabio, prendendo il suo culo più e più volte. Due cazzi nel culo alla volta. Il suo ano era una voragine, un buco nero che inghiottiva tutto. Gli fecero bere il loro piscio, il sapore amaro che gli riempiva la bocca.
Fabio venne copiosamente, un getto caldo e denso che si riversò sul suo addome. Non era più una questione di dolore, non più di violenza. Era piacere puro, incontrollabile, che lo travolgeva. I suoi occhi erano chiusi, la sua bocca aperta in un gemito continuo. Era la dimostrazione che quella situazione, apparentemente di violenza, in realtà gli piaceva.
Alla fine, esausti, i venezuelani lo slegarono. Gli lasciarono le chiavi della sua macchina, che nel frattempo avevano spostato dal parcheggio dell'ipermercato al casolare, per non destare sospetti. Gli diedero anche dei vestiti di fortuna, un paio di pantaloni larghi e una maglietta sgualcita, perché non tornasse a casa nudo.
"Se ne farai parola con qualcuno," disse Juan, la sua voce gelida, "noi ti troveremo. Sappiamo dove abiti."
Fabio annuì, il suo corpo che tremava. Non avrebbe detto nulla. Non c'era bisogno.
Tornò a casa, sfinito ma contento. Il suo corpo era dolorante, ma la sua mente era inebriata. Quelle sensazioni, quei cazzi enormi che lo avevano sfondato, erano un ricordo indelebile, un'impronta profonda nella sua anima.
I giorni successivi tornarono alla sua vita normale. Il lavoro nella scuola, la spesa, la solitudine. Ma il pensiero era sempre lì, a quegli uomini, a quelle penetrazioni. Il suo culo, ancora dolorante, era un richiamo costante.
Così, la settimana successiva, tornò nello stesso ipermercato. Erano le diciassette, il buio aveva già inghiottito il cielo. Mentre spingeva il carrello, i suoi occhi incrociarono quelli di Carlos e dei suoi amici. Questa volta, non c'era violenza nei loro sguardi, solo un gioco silenzioso di intese, di desiderio reciproco.
Fabio fece la spesa, le sue mani che tremavano leggermente mentre riponeva gli articoli nel carrello. Arrivò al parcheggio, la sua macchina che lo aspettava. Aprì il cofano, sistemando le borse. Carlos e gli altri venezuelani si avvicinarono, le loro figure imponenti che si stagliavano contro il buio.
Fabio si avvicinò a Carlos, il suo respiro che gli sfiorava l'orecchio. "Fammi sentire la donna che sono," sussurrò, la sua voce appena un soffio. "Fammi tutto quello che volete."
Carlos sorrise, un sorriso che questa volta raggiungeva gli occhi. "Seguici."
Fabio seguì i ragazzi nella loro macchina, il suo cuore che batteva all'impazzata. Il viaggio verso il casolare fu diverso. Non c'era paura, solo attesa. Arrivati, non ci fu bisogno di violenza. Fabio si spogliò completamente, la sua pelle diafana che brillava nella penombra.
"Fate di me quello che volete," disse, la sua voce ferma, piena di desiderio. "Chiamate anche gli altri. Voglio tutti i vostri cazzi."
Tutto cambiò nella vita di Fabio. Da quel giorno, ogni volta che sentiva il bisogno, tornava in quell'ipermercato a fare la spesa. E quando incontrava Carlos, Miguel, Juan o uno degli altri venezuelani, non si dicevano nulla. C'era solo un gioco di sguardi, un'intesa silenziosa che parlava di desiderio e sottomissione. Fabio li seguiva nel solito casolare, e lì, si faceva scopare per bene da chiunque varcasse la soglia della porta. Il suo culo, ormai un buco senza fondo, era sempre pronto ad accogliere, a desiderare, a godere.
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